Cenadi (CZ) · sabato 29 Agosto 2026
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San Vito sullo Ionio: l’opposizione si disarma da sola. E il sindaco Tino gongola

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Tra i tanti slogan che hanno accompagnato la campagna elettorale di Francesca Savari, uno è rimasto impresso più degli altri: “a lapa a sapìa”. Il primo Consiglio comunale, però, ha restituito un’immagine ben diversa. Se qualcuno ha già bucato una delle tre ruote dell’opposizione, non è stato il sindaco Antonio Tino. È accaduto ancora prima che la minoranza iniziasse realmente il proprio percorso istituzionale. La vicenda prende forma dopo le dimissioni della consigliera Maria Gallo, che hanno consentito l’ingresso in Consiglio comunale di Patrizia Armogida, prima dei non eletti della lista San Vito Futura. Secondo quanto riportato dalla stampa, vi sarebbe stato un accordo politico affinché il seggio fosse lasciato al successivo dei non eletti, Giuseppe Magisano. Se tale accordo è realmente esistito, la sua mancata attuazione non pone alcun problema sul piano giuridico: Armogida aveva pieno diritto a subentrare in virtù delle preferenze ottenute. La questione, però, diventa squisitamente politica quando, una volta entrata in Consiglio, decide immediatamente di non aderire al gruppo di minoranza guidato da Francesca Savari e di collocarsi nel gruppo misto.

La motivazione ufficiale parla di una posizione di equidistanza tra maggioranza e opposizione. Una scelta certamente legittima, che nessuno può contestare sotto il profilo istituzionale. Ma la politica non si misura soltanto con ciò che è consentito dalla legge. Si misura soprattutto con la coerenza del mandato ricevuto dagli elettori. Patrizia Armogida non si è candidata come indipendente, né ha chiesto voti presentandosi come futura consigliera “equidistante”. Si è candidata all’interno di una lista nata per rappresentare un’alternativa all’amministrazione Tino. Quel seggio deriva proprio da quel progetto politico e dalla fiducia accordata dagli elettori a quella proposta. Per questo la scelta di prendere immediatamente le distanze dal gruppo che l’ha portata in Consiglio assume inevitabilmente un significato politico che va oltre la semplice collocazione nell’aula consiliare.

Ed è proprio qui che emerge l’aspetto più delicato della vicenda, quello di cui quasi nessuno ha parlato. La politica vive anche di simboli, ma le istituzioni funzionano soprattutto attraverso i numeri. Il Consiglio comunale di San Vito è composto dal sindaco e da dieci consiglieri. Il Testo Unico degli Enti Locali prevede che almeno un quinto dei consiglieri possa chiedere la convocazione del Consiglio comunale, imponendo la discussione di argomenti ritenuti rilevanti dalla minoranza. A San Vito quel quinto corrisponde esattamente a tre consiglieri. Prima della frattura, la minoranza disponeva di quei tre consiglieri e poteva esercitare autonomamente questa importante prerogativa. Oggi non più. È vero che la consigliera Armogida, pur appartenendo al gruppo misto, potrebbe decidere di sottoscrivere eventuali richieste di convocazione avanzate dall’opposizione. Ma il punto è un altro: ciò che prima rappresentava un potere autonomo della minoranza oggi dipende dalla volontà di una consigliera che ha scelto di collocarsi fuori da quel gruppo. La differenza è sostanziale. L’opposizione non ha perso formalmente lo strumento previsto dalla legge; ha perso la possibilità di esercitarlo con la propria sola forza politica.

Ed è questo il vero nodo della vicenda. Non la nascita di un gruppo misto, che rientra nella fisiologia democratica, ma il fatto che una forza politica uscita dalle urne con tre rappresentanti abbia scelto di indebolire se stessa ancora prima di confrontarsi con bilanci, regolamenti, opere pubbliche e atti amministrativi. Il risultato è che la maggioranza si presenta compatta, mentre l’opposizione si ritrova numericamente e politicamente più fragile proprio nel momento in cui dovrebbe iniziare a esercitare il controllo sull’azione amministrativa.

Antonio Tino, probabilmente, non avrebbe potuto immaginare un avvio di legislatura più favorevole. Senza dover conquistare nulla, si ritrova di fronte un’opposizione che ha già rinunciato a una parte della propria forza istituzionale. È un vantaggio che non nasce dall’abilità della maggioranza, ma dalle scelte della stessa minoranza. Gli elettori, però, non avevano votato tre percorsi individuali. Avevano scelto una proposta politica alternativa, affidando a tre rappresentanti il compito di esercitare insieme un ruolo di controllo e di proposta. La libertà dei singoli consiglieri resta sacrosanta e nessuno può metterla in discussione. Ma altrettanto sacrosanto è il diritto dei cittadini di valutare se le scelte compiute subito dopo il voto siano coerenti con il mandato richiesto durante la campagna elettorale. In fondo, il vero paradosso è tutto qui. La maggioranza non ha sottratto nulla all’opposizione. È stata l’opposizione, da sola, a consegnarle gratuitamente una parte della forza che gli elettori le avevano affidato. E questo, più che un fatto regolamentare, è un fatto profondamente politico.

L’ultima domanda, però, riguarda proprio Francesca Savari. Quando si è candidata a sindaco non ha chiesto ai cittadini di votare tre percorsi individuali, ma un progetto politico unitario. Oggi quel progetto si è sgretolato ancora prima di iniziare. Per questo la questione non riguarda soltanto chi ha scelto il gruppo misto, ma anche chi continua a rappresentare una minoranza che, nei fatti, non è più quella uscita dalle urne.

Forse è arrivato il momento di chiedersi se abbia ancora senso continuare a guidare un’opposizione che ha perso la propria unità politica o se, al contrario, la scelta più coerente non sia quella di rimettere il mandato politico agli elettori, riconoscendo che i presupposti sui quali era stata costruita quella candidatura oggi non esistono più. A volte la coerenza costa più di una vittoria elettorale, ma è proprio nei momenti più difficili che misura la credibilità di una leadership.


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