Il Vangelo di oggi contiene parole che, lette fuori dal loro contesto, possono sembrare rivolte soltanto ai primi discepoli. In realtà parlano a chiunque scelga di testimoniare ciò che ritiene vero, anche quando questo comporta solitudine, incomprensioni o conseguenze personali. «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe… Sarete odiati… Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.» Non leggo queste parole come una condanna di qualcuno, né come la pretesa di attribuirmi il ruolo della vittima. Le leggo come un invito a non tacere quando la coscienza impone di raccontare i fatti. È con questo spirito che ripercorro una vicenda che ha segnato profondamente la mia vita lavorativa e umana. Non per alimentare rancori, ma perché il silenzio, a volte, diventa la forma più comoda con cui si protegge un’ingiustizia.
Una piccola riflessione che, per certi versi, nasconde un vero e proprio abominio. Caro Raffaele, anzi, senza “caro”. Nel sindacato, almeno per come l’ho vissuto io, il termine “caro” troppo spesso non è stato sinonimo di stima o affetto, ma di una presa in giro, una sorta di “cugghiubetta”. Ricostruiamo i fatti, così forse sarà più semplice comprendere ciò che, a mio giudizio, è accaduto. Tu eri segretario regionale della CGIL nella segreteria guidata da Sposato. Successivamente, quando si decise di costituire la CGIL Area Vasta Centro, attraverso l’unificazione delle Camere del Lavoro di Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia, venne fatto dimettere il segretario pro tempore della CGIL di Catanzaro e, prima di avviare il percorso di unificazione, fosti ricollocato come segretario generale della CGIL di Catanzaro. Successivamente arrivò l’unificazione e, al primo congresso utile, fosti eletto segretario generale della CGIL Area Vasta Centro. In quello stesso periodo, io passai dall’ALPAA, dove tua moglie ricopriva il ruolo di commissario regionale, al comando presso la Funzione Pubblica CGIL.
Vale la pena ricordare che la mia categoria di appartenenza è sempre stata la FIOM. Sono stato componente del direttivo della FIOM Catanzaro e, successivamente, della FIOM Area Vasta Centro. Quando mi venne revocato il comando presso la Funzione Pubblica, dove mi occupavo del comparto dell’igiene ambientale, il mio rientro nella FIOM Area Vasta Centro era stato già concordato. Del resto, il lavoro svolto in quel settore lo conoscevi bene anche tu: da segretario generale della CGIL hai partecipato personalmente ad alcune assemblee e hai avuto modo di constatare il lavoro che stavo svolgendo. Per la mia ricollocazione era stato persino sottoscritto un accordo tra il segretario organizzativo della CGIL Area Vasta Centro, Enzo Scalese e tua moglie, quale responsabile regionale dell’ALPAA. Accorso che è stato disatteso. Poi, per vicende che tu conosci perfettamente, quella ricollocazione nella FIOM non avvenne mai. Su quella parte della mia storia preferisco non soffermarmi. Ancora oggi, ripensando a come andarono le cose, provo dolore.
Andiamo avanti. Per mesi, nonostante le mie richieste, formulate sia per iscritto sia verbalmente, rimasi senza una reale collocazione. Mi avete lasciato in una sorta di limbo. Poi arrivò il Covid. Venni posto in cassa integrazione e, mentre tutti gli altri lavoratori del sistema servizi ricevevano l’integrazione economica che consentiva loro di mantenere lo stipendio ordinario, io rimasi con la sola cassa integrazione. Un importo che rappresentava una miseria rispetto agli stipendi percepiti da chi dirigeva la struttura.
In quel periodo Enzo Scalese mi propose di svolgere l’attività di RLST per le piccole aziende seguite dalla FILCAMS. Pur essendo già stato designato RLST del comparto metalmeccanico e referente regionale, accettai con spirito di collaborazione. Frequentai due seminari di formazione e, quando ormai ero pronto a iniziare le visite nelle aziende, feci semplicemente presente che non avrei potuto svolgere quell’attività se fossi rimasto ancora in cassa integrazione. Quando Trotta segretario regionale organizzativo, ne venne a conoscenza, mi sollevò dall’incarico.
Passarono altri mesi. Terminato il primo periodo di cassa integrazione, nel mese di settembre rientrai regolarmente al lavoro presso la sede di Soverato. Solo successivamente scoprii, senza che nessuno me lo avesse mai comunicato, che la mia cassa integrazione era stata prorogata fino al mese di dicembre. Ignorando completamente quella circostanza, continuai ogni giorno a presentarmi regolarmente sul posto di lavoro. Poco dopo arrivò il licenziamento. La motivazione fu che il mio posto di lavoro presso l’ALPAA di Catanzaro non esisteva più. Quello che ancora oggi mi chiedo è perché, mentre per tanti altri lavoratori della struttura regionale e dell’ALPAA una soluzione fu trovata, nel mio caso nessuno ritenne di dover cercare un’alternativa.
Nel frattempo non eri più segretario generale della CGIL Area Vasta Centro, perché eri stato eletto consigliere regionale. Forse è soltanto una coincidenza, ma a ben vedere il perimetro territoriale della CGIL Area Vasta Centro coincide sostanzialmente con quello del collegio elettorale nel quale sei stato eletto. È inevitabile, allora, che sorga una domanda: la costituzione della CGIL Area Vasta Centro rispondeva esclusivamente all’esigenza di migliorare l’organizzazione della struttura sindacale oppure, col senno di poi, ha finito anche per offrirti un importante bacino elettorale? Nel frattempo, la guida della struttura era stata affidata, in qualità di reggente, a Enzo Scalese.
Ed è qui che arrivo al punto. Da consigliere regionale ti sei posto in aspettativa dalla CGIL, come previsto dal regolamento interno. Oggi, però, conclusa l’esperienza istituzionale e dopo aver rinunciato anche al vitalizio — scelta che, presa isolatamente, potrebbe apparire persino apprezzabile — sei rientrato nella CGIL Area Vasta Centro. Non conosco quale incarico tu ricopra oggi. So però che sei anche dirigente del Partito Democratico e mi domando se ciò sia pienamente compatibile con gli incarichi e le responsabilità sindacali previste dalle regole interne della CGIL. Su questo, lo dico con onestà, non ho la certezza e quindi mi limito a porre una domanda.
Ed è con altre domande che concludo questa riflessione. Ti viene riconosciuto uno stipendio dalla CGIL? E soprattutto: non sarebbe stato più giusto utilizzare il tuo ritorno nella struttura sindacale per ristabilire una situazione che, almeno dal mio punto di vista, rappresenta una profonda ingiustizia? Non sarebbe stato più coerente adoperarti affinché un lavoratore che ritiene di essere stato ingiustamente licenziato potesse ottenere almeno un tentativo di reintegrazione? Sono domande alle quali probabilmente non risponderai mai. Ma sono domande che, dopo tutto quello che è accaduto, ritengo di avere il diritto di porre pubblicamente.
Insomma, la notte dormi tranquillo oppure ci sono momenti in cui gli incubi ti tengono sveglio? E, considerato che, a mio giudizio, anche tua moglie ha avuto una responsabilità nella vicenda che ha portato al mio licenziamento, mi chiedo se dormiate entrambi serenamente o se vi troviate, almeno qualche volta, a fare i conti con ciò che è accaduto. Io penso che dormiate tranquillamente. Perché il rimorso, il senso di colpa e il peso della coscienza appartengono a chi è capace di interrogare sé stesso, di riconoscere i propri errori e di assumersene la responsabilità. Ed è proprio questa la domanda con cui concludo. Avete davvero una coscienza capace di mettervi di fronte alle vostre responsabilità?
