Siamo alle solite. Oggi sono sceso a Soverato e, già lungo la strada, la prima cosa che ho notato è stata un cantiere, presumibilmente legato alla posa della fibra. Ore 14:10. Alcuni operai lavoravano allo scavo con tutti i DPI addosso; poco più avanti un altro lavoratore sistemava il bitume. Faceva caldo, il sole picchiava forte e la sensazione, anche solo passando in macchina, era quella di una giornata pesante. Andavo di fretta e in quel momento non ho controllato sul portale Worklimate quale livello di rischio fosse previsto per la zona. Però il caldo si sentiva, e sotto il sole si sentiva ancora di più.
Proseguendo, sono passato dal cantiere di Gagliato, sulla Trasversale delle Serre, e anche lì c’erano operai al lavoro. Poi, dopo essere arrivato a Soverato, sono rientrato verso Cenadi passando da Petrizzi. Nei pressi del cimitero di Olivadi all’incirca verso le 14:30, ho trovato altri lavoratori impegnati in attività di scavo. Questa volta mi sono fermato. Mi sono avvicinato e ho detto loro: “Fa caldo, sotto questo sole non si dovrebbe lavorare così”. Uno dei lavoratori mi ha risposto che oggi non c’era l’allarme rosso. Gli ho detto che avrei controllato e che, eventualmente, sarei tornato anche domani. Arrivato a Cenadi, la ciliegina sulla torta: nel cantiere per la realizzazione del parcheggio c’era un lavoratore sulla ruspa che sistemava la terra ammucchiata.
La prima cosa che ho fatto appena rientrato a casa è stata controllare il portale Worklimate. Per la nostra zona risultava un rischio moderato. Questo significa che, in base all’ordinanza regionale emanata pochi giorni fa dalla Regione Calabria, anche grazie alle pressioni e alle sollecitazioni delle organizzazioni sindacali, tra cui la Fillea CGIL, non scatta automaticamente l’obbligo di sospendere il lavoro nella fascia oraria 12:30-16:00. L’ordinanza, infatti, prevede il divieto di lavoro in quella fascia solo quando il rischio indicato da Worklimate è “alto”, per lavoratori esposti al sole e impegnati in attività fisica intensa.
Ma qui bisogna evitare l’equivoco più pericoloso. Rischio moderato non significa “tutto normale”. Non significa che si può lavorare sotto il sole come se nulla fosse. Non significa che un operaio con scarpe antinfortunistiche, casco, guanti, gilet, indumenti pesanti, magari impegnato in uno scavo, su una ruspa, sull’asfalto o vicino al bitume, possa essere lasciato lì senza alcuna misura di prevenzione. Il rischio moderato è comunque una condizione di allarme. Vuol dire che la sudorazione aumenta, che il corpo è sottoposto a stress termico, che bisogna bere spesso, fare più pause, ripararsi in luoghi ombreggiati o freschi, ridurre le attività più pesanti e, quando possibile, spostarle nelle ore meno calde della giornata.
La differenza, quindi, è chiara: con il rischio alto scatta il divieto previsto dall’ordinanza regionale; con il rischio moderato non scatta il divieto automatico, ma restano in piedi tutti gli obblighi di prevenzione e sicurezza. Le aziende non possono cavarsela dicendo: “Non c’è il rosso, quindi si lavora”. Devono organizzare il lavoro in modo diverso, garantire acqua, pause, ombra, rotazione, controllo delle condizioni dei lavoratori e valutazione concreta del rischio. Perché il caldo non diventa pericoloso solo quando lo dice il colore rosso sulla mappa. Diventa pericoloso quando il lavoratore è esposto per ore, quando il sole batte, quando il corpo si affatica, quando i DPI aumentano la temperatura percepita e quando nessuno controlla davvero cosa accade nei cantieri.
E sono abbastanza certo che, sia a San Vito, sia a Gagliato, sia a Olivadi e, per finire, anche a Cenadi, queste prescrizioni non siano del tutto attuate. La risposta che mi ha dato il lavoratore a Olivadi, in fondo, è una prova di questo. Se le misure di prevenzione fossero state realmente organizzate e applicate, mi avrebbe potuto dire: “Tranquillo, stiamo gestendo il lavoro rispettando tutte le prescrizioni previste per il rischio moderato”. Invece si è limitato a rispondermi che il livello di rischio non era rosso. Ma non sapeva di che grado. L’ho salutato e gli ho detto che avrei controllato sul portale Worklimate e che, eventualmente, sarei ripassato anche domani.
E mentre scrivo questo articolo, dalla finestra continua ad arrivarmi nelle orecchie il rumore della ruspa nel cantiere di Cenadi. È un rumore che racconta meglio di tante parole il problema: abbiamo un’ordinanza, abbiamo un portale, abbiamo livelli di rischio, abbiamo obblighi di prevenzione, ma poi bisogna vedere se tutto questo entra davvero nei luoghi di lavoro. Perché se i Comuni, e in modo particolare i sindaci che sono destinatari dell’ordinanza e autorità sul proprio territorio, non si accertano che le prescrizioni contro l’eccessivo caldo vengano rispettate, il problema resta tutto sulle spalle dei lavoratori. Anche quando il rischio è moderato e non c’è l’obbligo formale di fermarsi, il rischio per la salute rimane. E se le misure di prevenzione non vengono applicate, quel rischio non è più una previsione su una mappa: diventa una responsabilità politica, amministrativa e umana.
Parlare di responsabilità politica, amministrativa e umana agli amministratori di Cenadi è quasi come cercare di rinfrescarsi bevendo pipì: un paradosso, prima ancora che una speranza. Mi auguro, però, che almeno a San Vito, a Olivadi e a Gagliato i sindaci controllino davvero l’effettivo rispetto dell’ordinanza regionale e delle prescrizioni previste per la tutela dei lavoratori esposti al caldo. Io, naturalmente, non demordo. Domani tornerò a fare un giro e proverò a documentare se, anche in presenza di rischio moderato, le misure di prevenzione vengono realmente applicate: pause, acqua, ombra, rotazione, riduzione delle attività più pesanti e organizzazione diversa del lavoro. Se queste prescrizioni non saranno rispettate, provvederò personalmente a segnalare la mancanza agli organi competenti.

