La sentenza del TAR Calabria n. 637 del 2026 ha riaperto la partita del Parco Eolico di San Vito. I giudici amministrativi hanno annullato il provvedimento con cui la Regione Calabria aveva dichiarato decaduta l’autorizzazione e hanno disposto la riattivazione del procedimento relativo alla variante del progetto. Da questo momento in avanti il confronto si concentrerà inevitabilmente sugli aspetti giuridici: chi ha ragione, se la Regione impugnerà la sentenza, quali margini esistono ancora per modificare o fermare il progetto.
Eppure, leggendo gli atti e ricostruendo quasi vent’anni di procedimento amministrativo, emerge una questione che va oltre il contenzioso e che riguarda direttamente il modo in cui viene esercitata la democrazia nei nostri territori. Il problema non è stabilire oggi se il parco eolico sia una scelta giusta o sbagliata. Il problema è comprendere come sia stato possibile che una decisione capace di incidere sul paesaggio delle Serre, sull’organizzazione del territorio e sulla sua stessa identità sia rimasta per anni quasi esclusivamente una questione tra uffici, tecnici, conferenze dei servizi e tribunali amministrativi. Quando si osservano gli atti, si scopre che il procedimento è stato tutt’altro che fermo. Negli anni si sono susseguiti pareri, verifiche, richieste di variante, proroghe, conferenze dei servizi, decreti regionali e ricorsi. La macchina amministrativa ha continuato a muoversi. Ciò che sembra essersi mosso molto meno è stato il confronto pubblico.
Proprio nel Comune di San Vito sullo Ionio, nei pochi comizi svolti, questo aspetto è rimasto sostanzialmente nascosto. Una pletora di candidati consiglieri comunali, talvolta improvvisati, si è limitata a proporre progetti che andavano dalla condivisione del giardinaggio con le persone più anziane alle rotonde sul rettilineo, passando per le diatribe tra candidato a sindaco da una parte e candidato a consigliere comunale dall’altra sulle promesse mancate o sulle presunte bugie reiterate riguardo alla ristrutturazione delle case popolari.
Si è parlato di tutto, ma oggettivamente di niente. Perché, alla fine, la vicenda del parco eolico dimostra una sola cosa: che le amministrazioni comunali e i sindaci parlano di partecipazione, salvo poi lasciarla affondare nell’inerzia burocratica. La scena che mi ha colpito di più è stata la soddisfazione, dopo la vittoria del sindaco Tino, della sua squadra e di alcuni sostenitori che, sui social, si sono lasciati andare anche a offese nei confronti della candidata avversaria sconfitta. E allora continuo a chiedermi: è giusto festeggiare una vittoria elettorale. Ma quando passa il tempo dei festeggiamenti, resta una sola cosa: le supercazzole e i cughiuniati. Perché se la partecipazione si riduce ai soli festeggiamenti elettorali e non diventa una consuetudine amministrativa, le elezioni finiscono per trasformarsi in una sorta di carnevalata o di sagra di paese, dove tutti riescono soltanto a vestirsi di ciò che non sono e a riempirsi la pancia.
Ed è qui che la questione assume una dimensione politica.
Nei piccoli comuni siamo abituati a discutere per mesi di una strada, di un parcheggio, di una festa patronale o dell’illuminazione di una piazza. Sono questioni che riguardano la vita quotidiana delle persone. Ma proprio per questo sorprende che un progetto energetico di questa portata non abbia prodotto un livello di partecipazione pubblica proporzionato alla sua importanza. La partecipazione non è un atto formale. Non consiste nel pubblicare un documento all’albo pretorio o nel rispettare i termini di una procedura amministrativa. La partecipazione è un processo politico attraverso il quale una comunità viene messa nelle condizioni di capire cosa sta accadendo, quali sono gli interessi in gioco, quali vantaggi e quali conseguenze possono derivarne.
Da questo punto di vista il problema non riguarda soltanto San Vito sullo Ionio. Riguarda anche i comuni vicini, compreso Cenadi. Perché i sistemi ambientali, paesaggistici e sociali non seguono i confini amministrativi. Le Serre non finiscono dove termina una particella catastale o dove cambia il nome del comune. Quando si interviene su un territorio di questo tipo, gli effetti vengono percepiti ben oltre l’area direttamente interessata dall’opera. Per questo motivo la politica locale avrebbe potuto svolgere un ruolo diverso da quello strettamente amministrativo. Spesso si sente affermare che un Comune non aveva il potere di bloccare il progetto. Può essere vero. Ma ridurre il ruolo di un sindaco ai soli poteri autorizzativi significa avere una concezione molto povera della politica. E se lo sguardo si sposta su Cenadi, il problema diventa persino più profondo. Qui la politica sembra essersi trasformata da strumento di governo della comunità a meccanismo di gestione parafamiliare e amicale del potere. L’interesse collettivo arretra, mentre avanzano rapporti personali, convenienze reciproche e una visione dell’amministrazione che fatica ad andare oltre il piccolo recinto delle appartenenze. In un simile contesto non sorprende che temi decisivi per il futuro del territorio rimangano ai margini del dibattito pubblico. A sorprendere, semmai, è l’assenza di qualsiasi imbarazzo di fronte a una povertà amministrativa ormai diventata normalità e a comportamenti politici che sembrano aver perso perfino il senso del limite e della vergogna istituzionale.
Un’amministrazione comunale non serve soltanto a rilasciare certificati o a partecipare a una conferenza dei servizi. Serve a rappresentare una comunità. Se un progetto viene ritenuto strategico per il territorio, il sindaco ha il dovere di spiegarne le ragioni ai propri compaesani. Se invece viene considerato dannoso, ha il dovere di costruire un percorso pubblico capace di sostenere quella posizione. Tra questi due estremi esiste un vasto spazio di iniziativa politica che negli anni sembra essere rimasto sostanzialmente inutilizzato. Si sarebbero potute organizzare assemblee pubbliche. Convocare consigli comunali aperti. Coinvolgere i comuni vicini per costruire una posizione territoriale condivisa. Documenti politici da trasmettere alla Regione per rafforzarne eventuali iniziative. Non si tratta di strumenti straordinari. Sono gli strumenti ordinari della democrazia locale.
Per comprendere meglio questo aspetto basta osservare ciò che sta accadendo oggi a Girifalco. Di fronte a un’altra questione legata all’eolico, il nuovo sindaco ha scelto di aprire una discussione pubblica con la cittadinanza. Non è importante, in questa sede, condividere o meno la posizione dell’amministrazione. Ciò che conta è il metodo. Si è ritenuto che una scelta destinata a produrre effetti sul territorio dovesse essere discussa con la comunità prima ancora che concludersi negli uffici. È esattamente questo il passaggio che sembra essere mancato nella vicenda del Parco Eolico di San Vito. E la sentenza del TAR rende questa riflessione ancora più attuale. Dagli atti emerge infatti che il ricorso della società è stato notificato anche al Comune di San Vito sullo Ionio, che però non risulta costituito nel giudizio, mentre la Regione Calabria ha difeso la propria posizione davanti ai giudici.
Non si tratta di trasformare questo elemento in un’accusa. Le ragioni possono essere molteplici e meriterebbero una spiegazione da parte dell’amministrazione. Tuttavia rappresenta un ulteriore tassello di una vicenda nella quale la presenza delle istituzioni locali appare meno incisiva di quanto la rilevanza del tema avrebbe richiesto.
Oggi molte associazioni chiedono alla Regione Calabria di continuare la battaglia amministrativa e giudiziaria. È una richiesta legittima. Ma la domanda che il territorio dovrebbe porsi è più ampia. Come è stato possibile arrivare a questo punto senza che si sviluppasse una vera discussione collettiva sul futuro delle Serre? Perché la questione non riguarda soltanto un parco eolico. Riguarda il modello di governo dei nostri territori. Riguarda l’idea secondo cui le grandi decisioni vengono gestite da pochi soggetti istituzionali mentre alle comunità resta soltanto il compito di assistere agli sviluppi finali. Ed è proprio questa cultura politica che, più delle pale eoliche, dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il futuro di questi paesi.
Se dobbiamo aspettare che la nuova amministrazione guidata dal sindaco Tino — nuova solo nell’anagrafe politica, ma già vecchia, anzi decrepita nei metodi e nell’idea di amministrazione — intervenga sul tema del parco eolico, rischiamo di arrivare alle prossime elezioni comunali ascoltando ancora una volta dai comizi la solita lista di opere approvate, finanziate o in via di realizzazione. Opere che vengono presentate come conquiste dell’amministrazione, ma che quasi mai nascono da un vero percorso di confronto, condivisione e partecipazione popolare. Nel frattempo, però, il rischio è che il territorio subisca decisioni destinate a lasciare un segno permanente sulla montagna e sull’ambiente, senza che le comunità interessate abbiano avuto la possibilità di esprimersi in modo chiaro e consapevole.
Per questo il mio appello è rivolto al gruppo di opposizione che, già in passato, ha avuto modo di esprimere una posizione critica rispetto a questo progetto. Oggi ha la possibilità e il dovere politico di chiedere la convocazione di un Consiglio comunale aperto, coinvolgendo i compaesani, associazioni, tecnici e, possibilmente, anche i sindaci degli altri comuni interessati. Forse non esistono più gli strumenti amministrativi per fermare autonomamente il progetto. Forse la partita si gioca ormai prevalentemente nelle sedi regionali e giudiziarie. Ma questo non significa che le istituzioni locali debbano rimanere in silenzio. Se non è possibile bloccare il procedimento, è comunque possibile assumere una posizione politica chiara e lasciarne traccia negli atti ufficiali. È possibile affermare pubblicamente, davanti ai propri compaesani e davanti alla Regione Calabria, quale sia la volontà delle comunità interessate. Perché, al di là degli esiti giudiziari e amministrativi, resta una questione di democrazia e di rappresentanza. E se davvero le popolazioni di San Vito sullo Ionio e degli altri comuni coinvolti ritengono che questo parco eolico non sia compatibile con il proprio territorio, allora quella contrarietà deve trovare spazio negli atti istituzionali e non rimanere confinata nelle conversazioni private, nei social network o nelle discussioni da bar.
