L’altro giorno stavo leggendo. Di quelle letture che ogni tanto ti costringono a fermarti e a riflettere. Poi ho acceso la televisione e mi sono ritrovato davanti Vannacci ospite a CartaBianca. La domanda che Bianca Berlinguer gli ha posto riguardava il femminicidio. In studio c’era anche Luisella Costamaglia. Oggi i social sono pieni di quella intervista, di spezzoni, polemiche e indignazioni. Eppure, guardando quella scena, mi è venuto un dubbio. Ho smesso di chiedermi cosa stesse dicendo Vannacci e ho iniziato a chiedermi perché continuiamo a parlare di lui. Perché se dopo anni di dibattito pubblico ci ritroviamo ancora a discutere di questioni che dovrebbero essere elementari, forse il problema non è Vannacci
Una donna che viene uccisa in quanto donna è vittima di femminicidio. È un concetto semplice. Ormai dovrebbe essere stato metabolizzato nella coscienza di tutti. Eppure ci sono maschi, e a quanto pare pure femmine, che seguono Vannacci e compagnia cantante e ai quali ancora non è entrato in testa. La differenza non sta nel sesso della vittima, ma nel contesto di dominio, controllo o discriminazione che motiva l’omicidio. Non tutte le donne che vengono uccise rientrano nel reato di femminicidio. Se si è deciso giustamente di introdurre una fattispecie specifica, significa che molti omicidi di donne avvengono all’interno di un contesto di dominio ed è giusto distinguerli dagli altri. Altrimenti potremmo condensare non solo il femminicidio, ma tanti altri reati. Perché è così difficile capirlo? La retorica di Vannacci non ha alcuna reale base giuridica, né etica né morale. È una banalissima trovata retorica che fa presa soltanto su chi preferisce gli slogan al ragionamento. Una sorta di Vanna Marchi della politica, capace di imbonire una moltitudine di persone. Fortunatamente non ho ascoltato tutta l’intervista, ma posso facilmente immaginare il resto. Ed è proprio sul resto che voglio soffermarmi, in particolare sul tema dei migranti.
In prima battuta la penso come Papa Leone. E, a ben vedere, il concetto espresso dal Papa trova già fondamento nell’articolo 10 della Costituzione, oltre che nel Vangelo. Se assumessimo davvero quel principio, chiunque nel proprio Stato non vedesse riconosciute le libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione potrebbe chiedere protezione nel nostro Paese. “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”. Papa Leone sostiene che prima di respingere o allontanare una persona dovremmo chiederci perché è stata costretta a lasciare la propria terra. Fame, guerra, discriminazione, cambiamenti climatici. Io andrei ancora oltre. Credo che bisognerebbe valutare anche la condizione personale di ciascuno, comprendere le ragioni che lo hanno spinto a partire e solo dopo decidere se accoglierlo o respingerlo.
Ma voglio spingermi oltre anche rispetto a Vannacci. Per quanto riguarda i migranti che delinquono, siano essi regolari, irregolari o clandestini come piace definirli a molti, non credo nel rimpatrio automatico come soluzione. Innanzitutto perché spesso è tecnicamente impossibile. Persino il tentativo di trasferire migranti in Paesi terzi, come dimostra il caso Albania, ha mostrato tutti i suoi limiti. E se qualcuno pensa che queste misure possano funzionare da deterrente, allora non ha compreso una cosa semplice: chi scappa dall’inferno non ha paura di ciò che troverà lungo il cammino. Chi affronta il deserto, il mare o i lager libici dimostra che la volontà di sfuggire a una vita senza prospettive è più forte di qualsiasi minaccia.
Ma anche per quelli che delinquono una volta arrivati da noi, ritengo che possano essere rimpatriati soltanto se lo Stato di provenienza garantisce che la pena inflitta dal tribunale italiano venga realmente scontata. Il problema è che questa garanzia spesso non esiste. In molti casi non vi è alcuna certezza che la condanna continui a essere eseguita secondo quanto stabilito dalla magistratura italiana. Io non credo che per chi è stato vittima di un reato possa bastare la formula: «Occhio non vede, giustizia non duole». Che senso ha celebrare un processo, emettere una sentenza e poi rinunciare a verificare che quella sentenza venga realmente eseguita?
E qui emerge una contraddizione che raramente viene raccontata. Nel dibattito pubblico si parla spesso di rimpatri come se bastasse una decisione politica o uno slogan per risolvere il problema. La realtà è molto più complessa. Un rimpatrio può avvenire soltanto se esistono accordi tra Stati e se il Paese di provenienza collabora realmente all’identificazione e al rientro della persona. Non tutti gli Stati hanno accordi efficaci con l’Italia e, anche quando esistono, non sempre funzionano come vengono raccontati nei talk show. Si promettono espulsioni e rimpatri di massa come se fossero operazioni amministrative automatiche, quando in realtà dipendono da procedure giuridiche, accordi internazionali e rapporti diplomatici estremamente complessi. Ancora una volta la propaganda appare molto più semplice della realtà.
Lo stesso vale per i detenuti stranieri. Molti immaginano che basti caricarli su un aereo e rispedirli nel Paese di origine. In realtà il trasferimento di una persona condannata è regolato da convenzioni internazionali e accordi specifici. Se non esiste una garanzia concreta che la pena venga realmente eseguita fino in fondo, perché dovrei considerare il trasferimento una forma di giustizia? A me interessa che la pena venga scontata, non semplicemente che la persona venga allontanata dal territorio nazionale.
Per questa ragione, in assenza di garanzie effettive e verificabili, preferisco che la pena venga scontata nelle carceri italiane, con tutte le garanzie costituzionali previste dal nostro ordinamento. Naturalmente al netto delle norme nazionali e internazionali che tutelano il diritto d’asilo e la protezione internazionale. Se poi qualcuno mi dicesse: “Ma dobbiamo anche spendere soldi per tenerli in galera?”, la mia risposta sarebbe sì. In uno Stato di diritto, lo Stato deve avere le risorse necessarie per far eseguire le pene che esso stesso commina. Altrimenti la giustizia rischia di trasformarsi in propaganda.
Una volta ho avuto una discussione con una persona che sosteneva che i detenuti dovessero lavorare gratuitamente. Anche questo per me non è accettabile. Il lavoro svolto dagli uomini e dalle donne deve essere sempre retribuito. Altrimenti non si tratta più di lavoro, ma di qualcos’altro, anche quando a svolgerlo è una persona detenuta.
Vannacci si contrasta opponendogli idee diverse dalle sue, dentro una visione umana, civile e democratica. Lo si contrasta con idee più forti, capaci di proporre una prospettiva alternativa del mondo, una direzione, una possibilità di futuro. Una sorta di utopia, nel senso più nobile e autentico del termine. L’utopia non è ciò che pensiamo di raggiungere domani, ma ciò che ci consente di comprendere in quale direzione vogliamo andare.
Per questo, a mio parere, la sinistra deve tornare a costruire futuro e non limitarsi a elaborare strategie elettorali. Deve offrire una visione autentica di giustizia sociale, solidarietà ed emancipazione. In fondo basterebbe applicare davvero la Costituzione, anziché tradirne i principi, come troppo spesso anche la stessa sinistra ha fatto negli ultimi vent’anni. C’è bisogno di ricostruire partiti veri, partecipati e democratici, non organizzazioni fondate sul leaderismo.
Io ho avuto la fortuna di conoscere una politica diversa. Non migliore per definizione, ma diversa. Ho conosciuto sezioni di partito nelle quali si discuteva, assemblee sindacali, riunioni nelle quali si litigava anche duramente, ma dalle quali si usciva avendo imparato qualcosa. La militanza non era soltanto appartenenza. Era studio, formazione, crescita personale e collettiva. Era il tentativo di capire il mondo prima ancora di cambiarlo. La mia esperienza di militanza non è stata soltanto l’adesione a un’idea politica, ma un percorso di crescita culturale e civile. È stata l’occasione per ampliare il mio senso critico e rafforzare le mie convinzioni, non per imparare semplicemente a contrappormi alle idee degli altri. Esiste infatti una differenza fondamentale tra saper criticare le posizioni altrui e saper costruire le proprie. Sono convinto che soltanto la forza delle proprie idee possa davvero mettere in discussione e superare quelle degli avversari.
E a differenza dei neonati vannacciani, per le mie idee sono pronto patire ogni sorta di privazione. Non credo che lo stesso possono dire loro. Basta vedere i deputati e i senatori che hanno deciso di aderire a futuro nazionale. Dagli una possibilità di continuare a sedere in parlamento, e sono certo che diventerebbero pure Terrapiattisti. Anche se per certi versi lo sono. Loro sono come quei fascisti, come ricordava Berlinguer in un intervista, che quando si trovavano davanti ai partigiani, se non avessero avuto l’aiuto dei nazisti delle SS, scappavano. Ecco dovremmo diventare un po più partigiani, e di certo i vannacciani, davanti ai nuovi partigiani necessari alla nostra epoca, scapperebbero come hanno fatto i loro antenati
Nel caso di Vannacci non credo sia neppure necessario soffermarsi a smontare una per una le sue affermazioni, perché molte di esse si fondano su presupposti inconsistenti o su concezioni estranee a una moderna cultura democratica e civile. Sono incrostate di retorica e di fuffa. La sua proposta sembra più un ritorno al passato che uno sguardo rivolto al futuro. Il suo partito si chiama Futuro Nazionale, ma ha la faccia rivolta al passato, e la parola futuro, proprio per un generalissimo che usa parole pescate dal dizionario, appare quasi un ossimoro. Più che un avanzamento rappresenta una regressione, una forma di barbarie culturale e politica. Chi pensa di poter militarizzare la società e lo Stato per risolvere problemi complessi non ha speranza: rimarrà chiuso dentro un ciclo storico che, prima o poi, verrà superato dalla storia stessa.
In realtà, io faccio fatica a vedere in Vannacci qualcosa di veramente nuovo. Sarà perché ho qualche anno sulle spalle, sarà perché ho letto un po’ di storia politica italiana, ma molte delle cose che dice le ho già sentite. Le ho sentite raccontare in modi diversi, con parole diverse e da persone diverse. Cambiano i nomi, cambiano i volti, cambiano gli strumenti della comunicazione, ma certe idee non sono mai sparite davvero. Sono rimaste lì, sotto la cenere, aspettando il momento giusto per tornare a circolare. Il vero cambiamento riguarda piuttosto i mezzi di comunicazione e, soprattutto, l’avvento dei social network, che amplificano questi messaggi con una forza e una velocità senza precedenti. Opinioni che un tempo rimanevano confinate a conversazioni private o a discussioni da bar oggi trovano una cassa di risonanza enorme e finiscono per assumere l’apparenza di vere elaborazioni politiche e culturali.
Ricordo quando certe cose si sentivano dire al bar, magari a bassa voce, con un certo imbarazzo. Chi le pronunciava sapeva che avrebbe trovato qualcuno pronto a contestarle. Oggi basta aprire Facebook, TikTok o qualsiasi altro social network. Quelle stesse parole trovano migliaia di persone pronte ad applaudirle. Non perché siano diventate più vere, ma perché hanno trovato una comunità che le conferma e le rafforza. In questo modo non ci si sente più soli. Si finisce per trovare conferma reciproca dentro gruppi chiusi, dove il consenso sostituisce il confronto critico. Così l’individuo non diventa più libero o più consapevole, ma rischia di trasformarsi in una pecora tra molte altre, convinta di essere indipendente mentre continua a seguire il gregge che ha scelto come proprio.
Ed è forse proprio da qui che bisogna partire per comprendere il fenomeno Vannacci.
