Cenadi (CZ) · martedì 13 Ottobre 2026
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Quale Calabria industriale? Le montagne producono energia, ma dove sono le fabbriche? E la FIOM che cosa propone?

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Controrelazione di Giovanni Montesano


Il 14 ottobre, a Lamezia Terme, la FIOM-C G I L Calabria organizza un convegno dal titolo “Territorio, lavoro, legalità, innovazione: quale Calabria industriale?”. Un appuntamento che cade a pochi giorni dalla manifestazione nazionale della CGIL, prevista a Roma il 17 ottobre. Ma mentre si discute di sviluppo, in Calabria agricoltori e autotrasportatori, insieme alle loro famiglie, scendono in strada e bloccano le arterie della regione. Rivendicano il diritto di lavorare e di vivere del proprio lavoro, sempre più compromesso dal caro gasolio, dall’aumento dei costi di produzione e dal rincaro dei beni di prima necessità.

Gli agricoltori chiedono pane. La Regione Calabria, guidata dal presidente social Roberto Occhiuto, sembra rispondere con contentini e concessioni che rischiano di spegnere la protesta senza affrontarne le cause. Né la FIOM né la CGIL possono guardare altrove. Queste mobilitazioni dovrebbero diventare il punto da cui ricostruire una rivendicazione comune tra lavoratori, agricoltori, autotrasportatori e tutte le categorie schiacciate da un sistema che non garantisce più condizioni dignitose di lavoro e di vita.

Senza una piattaforma capace di unire queste lotte e portarle dentro il confronto politico, resteranno proteste isolate, destinate a esaurirsi con qualche promessa. Poi tutto tornerà come prima: le difficoltà resteranno e la Calabria continuerà a essere trattata come una terra da soccorrere con prebende e promesse, soprattutto quando si avvicinano le scadenze elettorali. Anche la manifestazione del 17 ottobre dovrebbe servire a questo: raccogliere le vertenze nate nei territori e trasformarle in una piattaforma che incida sulle scelte del Governo e della Regione. Altrimenti si parlerà ancora di investimenti, occupazione e innovazione senza misurarsi con le contraddizioni del lavoro calabrese

La domanda del convegno, allora, non può rimanere una formula buona per un manifesto. Quale Calabria industriale? Basta guardare le nostre montagne per vedere che una forma di investimento ha trovato terreno fertile: le pale eoliche, sempre più presenti nel paesaggio. Non sono contrario alle energie rinnovabili e non si tratta di opporre le fabbriche alla transizione energetica. Ma una regione che mette a disposizione il proprio territorio per produrre energia dovrebbe chiedersi perché questa opportunità non abbia generato, in misura adeguata, filiere produttive, stabilimenti, occupazione qualificata e ricchezza diffusa.

Una pala eolica produce energia, ma non produce automaticamente industria metalmeccanica. Se turbine e componenti vengono costruiti altrove, se progettazione e attività a maggiore valore aggiunto restano fuori dalla Calabria, quale parte della ricchezza prodotta rimane davvero ai calabresi? È una domanda che dovrebbe interessare soprattutto la FIOM. Perché non basta contare gli investimenti annunciati: bisogna capire che lavoro producono, quanto dura, quante imprese locali coinvolgono e quale valore lasciano sul territorio.

I dati citati sulla produzione energetica calabrese indicano che nel 2024 l’elettricità prodotta è stata più del doppio del fabbisogno regionale. Non significa che quell’energia debba essere consumata tutta in Calabria, né che ogni parco eolico debba far nascere una fabbrica. Ma una politica industriale dovrebbe provare a collegare le risorse disponibili alla produzione, alla ricerca, alla formazione e alla nascita di nuove filiere. Altrimenti avremo montagne che producono energia e territori che continuano a perdere occasioni industriali.

E non basta rispondere che gli impianti creano lavoro durante la costruzione e nella manutenzione. È necessario distinguere il lavoro temporaneo da quello stabile, verificare quante aziende calabresi partecipino agli appalti e misurare il valore aggiunto che resta nell’economia regionale. Questa dovrebbe essere una delle domande da portare al convegno: quali condizioni occupazionali hanno rivendicato FIOM e CGIL negli investimenti energetici? Quali accordi hanno sottoscritto? Quale modello di sviluppo intendono sostenere?

C’è poi il territorio. Le montagne calabresi non sono superfici vuote, disponibili per qualsiasi investimento. Sono luoghi con un valore ambientale, paesaggistico, agricolo e culturale. La transizione energetica non può trasformarsi in una giustificazione automatica di ogni progetto, senza valutare dove viene realizzato, quali effetti cumulativi produce e quanto siano coinvolte le comunità interessate.
Proprio in questi giorni, davanti alla Cittadella regionale, alcuni comitati manifestano contro la realizzazione di un parco eolico. La

Regione si era opposta al progetto davanti al TAR; dopo la decisione favorevole all’azienda, resta da capire perché non abbia proseguito il ricorso al Consiglio di Stato. Se c’erano ragioni per contestare l’intervento, che cosa è cambiato? E il sindacato che posizione intende assumere? FIOM, CGIL Calabria e CGIL Area Vasta Centro, nel cui territorio ricade il progetto, si confronteranno con quei comitati? Oppure le loro preoccupazioni resteranno fuori dal dibattito sullo sviluppo?

Se si vuole discutere di territorio, lavoro e legalità, non si possono ignorare le comunità che chiedono di partecipare alle decisioni destinate a cambiare il loro futuro. Un sindacato non deve scegliere tra ambiente e lavoro: deve pretendere che la transizione energetica diventi anche transizione industriale e occupazionale, e che costi e benefici non ricadano sempre sugli stessi.
A questo punto la domanda riguarda anche il ruolo del sindacato: la CGIL e la FIOM partecipano alla costruzione delle politiche industriali calabresi o intervengono quando le decisioni sono già state prese? Non è un dettaglio. Se gli investimenti ricevono risorse pubbliche, agevolazioni o procedure semplificate, il sindacato dovrebbe provare a incidere sulle condizioni: occupazione stabile, sicurezza, formazione, salari e qualificazione professionale.

La contrattazione aziendale e territoriale potrebbe servire proprio a questo. Ma occorrono accordi, protocolli e verifiche. Sarebbe utile sapere quanti accordi territoriali abbia promosso la CGIL Calabria, quante intese abbiano coinvolto le imprese beneficiarie delle agevolazioni e quali risultati abbiano prodotto. E sarebbe utile conoscere anche quante aziende metalmeccaniche siano davvero rappresentate dalla FIOM e quanti lavoratori siano coinvolti nella contrattazione aziendale.

In Calabria la maggioranza delle imprese è di piccole dimensioni. Se l’iniziativa sindacale si concentra soprattutto nelle realtà più strutturate, rischia di lasciare fuori una parte consistente del lavoro: quello più difficile da organizzare e da rappresentare. Il sindacato non può misurare la propria autorevolezza soltanto con il numero degli iscritti, la partecipazione ai tavoli o la presenza dei dirigenti nelle iniziative pubbliche. Deve misurarla anche dalla capacità di cambiare le condizioni concrete dei lavoratori.

La Calabria non parte da zero: ha il porto di Gioia Tauro, una filiera agroalimentare, competenze professionali, università, infrastrutture e risorse energetiche. Ma queste possibilità faticano a diventare un sistema produttivo. Perché non collegare gli investimenti nelle rinnovabili alla produzione di componenti, alla manutenzione avanzata, all’automazione e alle tecnologie energetiche? Perché non chiedere che gli incentivi sostengano filiere locali e occupazione di qualità? Non si tratta di pretendere che ogni pala eolica venga costruita interamente in Calabria. Si tratta di capire se esista una strategia per attrarre almeno una parte delle attività connesse alla transizione.

Nel manifesto del convegno sono annunciati Enzo Scalese, segretario generale della CGIL Area Vasta Catanzaro-Crotone-Vibo Valentia, Gianfranco Trotta, segretario generale della CGIL Calabria, Umberto Calabrone, segretario generale della FIOM Calabria, e Michele De Palma, segretario generale nazionale della FIOM, che concluderà i lavori. La loro presenza è naturale. La questione è un’altra: quanto le elaborazioni dei gruppi dirigenti incidono sulle condizioni dei lavoratori calabresi? E con quale capacità diventano vertenze, piattaforme e risultati contrattuali?

Un sindacato può organizzare convegni, produrre documenti e partecipare alle manifestazioni. Ma la rappresentanza si costruisce nei luoghi di lavoro, conoscendo le condizioni reali, organizzando le rivendicazioni e sostenendo i lavoratori quando i loro interessi entrano in conflitto con quelli delle imprese. Per questo la CGIL Calabria dovrebbe interrogarsi anche sui propri limiti e sulle proprie responsabilità: non per sostituirsi alla politica o alle imprese, ma per capire quanto abbia inciso sulle scelte compiute e quali alternative abbia saputo costruire.

Il 17 ottobre la CGIL manifesterà a Roma. Sarà importante portare in piazza le rivendicazioni del lavoro. Ma riempire un pullman non equivale, da solo, a costruire rappresentanza; una piazza numerosa non dimostra automaticamente la capacità di incidere su salari e occupazione. Il convegno di Lamezia può essere utile se non si esaurisce nella solita successione di interventi su sviluppo, innovazione, legalità e buona occupazione: parole sulle quali tutti concordano, finché non si chiede di tradurle in scelte precise.
La Calabria industriale non si costruisce con gli annunci. Si costruisce collegando risorse, investimenti, lavoro e tutela del territorio. E il sindacato non può limitarsi a osservare questa trasformazione: deve dire quali condizioni rivendica, quali lavoratori vuole rappresentare e quale iniziativa è disposto a mettere in campo.

Altrimenti vedremo crescere le pale sulle montagne e moltiplicarsi gli investimenti annunciati, mentre resteranno senza risposta le domande più semplici: dove sono le fabbriche? Dove sono i posti di lavoro qualificati? Quanta ricchezza prodotta in questa terra rimane a chi ci vive e ci lavora?

E, prima ancora di domandarci quale Calabria industriale vogliamo, dovremmo chiederci quale sindacato industriale abbiamo oggi. Perché senza un sindacato capace di organizzare il lavoro e di incidere sulle scelte, anche lo sviluppo rischia di rimanere una parola da convegno.


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