Cenadi (CZ) · martedì 13 Ottobre 2026
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La CGIL porta le bandiere a Roma. Ma chi rappresenta davvero in Calabria?

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Il 17 ottobre la CGIL ha indetto una manifestazione nazionale a Roma. Ma dalla Calabria cosa porterà in quella piazza? La forza delle lotte, la voce dei lavoratori e dei territori, oppure soltanto un apparato che proprio in Calabria appare sempre più chiuso in se stesso e sempre meno capace di rappresentare quel mondo del lavoro che pretende di chiamare in piazza? Perché il punto, ormai, non è soltanto quanti pullman partiranno o quante bandiere arriveranno a Roma. Il punto è capire cosa ci sarà dietro quelle bandiere: una rappresentanza reale oppure un’organizzazione che, proprio mentre chiede ai lavoratori di mobilitarsi, fatica sempre di più a spiegare cosa accade dentro casa propria.

Durante uno dei blocchi stradali, un agricoltore intervistato dal giornalista Pietro Comito, con la rabbia stampata sul volto e nella voce, rivolgendosi direttamente al Presidente Mattarella ha pronunciato parole che valgono più di tanti comunicati: «L’ingranaggio si è rotto, controllate, toccatevi la coscienza. Diteci se ci avete venduto, a chi ci avete venduto, così non portiamo più la bandiera italiana, portiamo la bandiera di coloro che ci hanno comprato. Ditecelo». È una frase durissima, forse persino brutale, ma dentro quella rabbia c’è una domanda enorme: chi rappresenta ancora chi? E questa contraddizione diventa ancora più difficile da accettare quando, dentro la stessa organizzazione che scende in piazza contro i licenziamenti e per difendere il diritto al lavoro, vengono contestati licenziamenti ritenuti ingiusti e allontanamenti di dirigenti che avevano avuto soprattutto una colpa politica: non condividere la linea e la gestione di Scalese. Se queste vicende hanno davvero seguito questa logica, con quale credibilità si può chiedere fuori il rispetto dei lavoratori e del dissenso, se dentro casa propria chi dissente rischia di diventare un problema da rimuovere? Forse, allora, la provocazione di quell’agricoltore può essere rovesciata anche dentro il sindacato: prima di chiederci quale bandiera dobbiamo portare, chiediamoci chi e che cosa quella bandiera rappresenta davvero. Perché il problema non è il colore della bandiera. Il problema nasce quando tra ciò che c’è scritto sopra e ciò che si pratica sotto quella bandiera si apre una distanza troppo grande per continuare a far finta di non vederla.

Mentre agricoltori e autotrasportatori, insieme alle loro famiglie, bloccano le strade della Calabria per rivendicare il diritto a vivere e lavorare, schiacciati dal caro gasolio, dal caro vita e da condizioni economiche sempre più difficili, dalle loro proteste arriva un’accusa che dovrebbe far riflettere soprattutto chi, per mestiere e per storia, dovrebbe rappresentare il mondo del lavoro. Molti manifestanti non puntano il dito soltanto contro la politica, ma anche contro associazioni di categoria e organizzazioni di rappresentanza, accusate di essersi allontanate dai problemi reali. La stessa CGIL Calabria ha espresso solidarietà attraverso i propri canali social, ma, come spesso accade da un po’ di tempo al di qua del Pollino, una cosa sono le parole scritte sui social, un’altra è la prossimità della lotta, la presenza fisica accanto agli uomini, alle donne e ai loro figli che quella lotta la incarnano bloccando le strade. È dentro questa crescente sfiducia verso i corpi intermedi che ciò che accade da tempo nella CGIL Area Vasta Centro Catanzaro-Crotone-Vibo Valentia assume un significato ancora più grave e finisce inevitabilmente per coinvolgere anche la CGIL Calabria.

Non è molto diverso il sentimento che attraversa una parte dei lavoratori dipendenti. La debole sindacalizzazione e la perdita di rappresentanza sono segnali evidenti, mentre il sindacato sembra concentrarsi sempre più sui servizi e sempre meno sulla lotta sindacale. Dichiarazioni dei redditi, pensioni, patronato e altre pratiche sono attività utili e spesso indispensabili, ma diventano un problema quando sostituiscono la presenza nei luoghi di lavoro, la contrattazione e l’organizzazione del conflitto. In una Calabria dove organizzare il dissenso sarebbe necessario come il pane, il rischio è trasformare il sindacato in un erogatore di servizi, privilegiando ciò che produce entrate. Una scelta anche miope: digitalizzazione e intelligenza artificiale trasformeranno proprio molti di quei servizi. Se il sindacato smette di organizzare i lavoratori per limitarsi a gestire pratiche, rischia di perdere prima la propria funzione sociale e poi persino il terreno economico sul quale ha deciso di investire.

Ma questa trasformazione nasconde un problema ancora più serio, che emerge quando lavoratori e iscritti guardano dentro le strutture stesse del sindacato. Nei mesi passati alcuni iscritti e dirigenti avevano già contestato duramente la gestione del segretario generale Enzo Scalese. Le dimissioni e le prese di posizione maturate in quel periodo avevano fatto emergere una frattura profonda: la perdita di rappresentanza del territorio crotonese, contestazioni sul metodo di gestione dell’organizzazione e questioni che avrebbero meritato una discussione politica seria e trasparente. E poi c’è la Segreteria confederale: eletta con sette componenti, dopo quattro dimissioni ne sono rimasti tre. Tra questi figurava Maria Pupa, pensionata e da tempo oltre i requisiti previsti per la pensione di vecchiaia. Sul punto il Collegio Statutario Nazionale della CGIL ha chiarito che, al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia, si determina la decadenza dagli incarichi esecutivi. Se questo principio era applicabile anche a quella posizione, allora la domanda non può essere aggirata: con quale titolo quella componente ha continuato per circa due anni a far parte di un organo esecutivo? E perché, nonostante la questione fosse stata sollevata all’interno dell’organizzazione, nessuno ha chiarito immediatamente la sua posizione? Se una situazione simile si verificasse nella pubblica amministrazione, soprattutto in presenza di compensi o altri vantaggi economici, scatterebbero verifiche sulla legittimità dell’incarico, sulle somme percepite e sulle responsabilità di chi quella situazione ha consentito o tollerato. Un sindacato non è una pubblica amministrazione, naturalmente, ma proprio per questo la domanda politica diventa ancora più pesante: perché dentro un’organizzazione che pretende dagli altri il rispetto delle regole una questione del genere può trascinarsi per anni senza che nessuno intervenga?

E non è l’unico episodio. C’è anche il procedimento disciplinare che ha riguardato lo stesso Scalese, sospeso per tre giorni dal proprio incarico e successivamente ricorrente davanti al Comitato di Garanzia Interregionale Nord-Ovest. Quello che ancora oggi manca, almeno pubblicamente, è chiarezza sull’esito finale di quella vicenda. Ed è proprio quella decisione, non le ricostruzioni interessate delle diverse parti, che potrebbe dire come sia realmente terminato il procedimento. Nel frattempo, però, Scalese non è stato politicamente ridimensionato: al contrario, è entrato nella Segreteria confederale della CGIL Calabria con responsabilità organizzative. Ed è qui che il problema smette definitivamente di riguardare soltanto l’Area Vasta. Se il segretario generale della CGIL Calabria, Gianfranco Trotta, era a conoscenza delle contestazioni sulla gestione dell’Area Vasta, della situazione della Segreteria, della questione relativa alla componente decaduta e del procedimento disciplinare, allora è inevitabile chiedersi quali verifiche siano state effettuate prima di affidare proprio a Scalese una responsabilità organizzativa regionale. E se, davanti a tutto questo, si sceglie invece di promuovere chi quel sistema lo ha guidato e di non affrontare fino in fondo il dissenso interno, allora non siamo più soltanto davanti a una mancata assunzione di responsabilità, ma a una precisa corresponsabilità politica.

Ed è forse questo il paradosso più amaro. Mentre fuori dalle sedi sindacali agricoltori, autotrasportatori e lavoratori gridano di non sentirsi più rappresentati, dentro quelle stesse strutture si rischia di consumare energie per incarichi, equilibri, appartenenze e posizionamenti. Una violazione delle regole può essere responsabilità di una persona; quando però viene conosciuta, tollerata o lasciata trascinare nel tempo, diventa un problema di sistema. E allora la i lavoratori si chiedono non più soltanto chi abbia sbagliato, ma perché tanti abbiano avuto interesse a non vedere. Un sindacato non perde credibilità perché qualcuno lo critica. La perde quando pretende dagli altri il rispetto delle regole e poi non riesce a spiegare se quelle stesse regole valgano anche dentro casa propria.

Quando chi dovrebbe rappresentare il conflitto finisce per rappresentare soprattutto se stesso, il problema non è più la crisi del sindacato. È la sua trasformazione in qualcosa che con il sindacato ha sempre meno a che fare.


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