Se alla devastazione delle nostre montagne e al cannibalismo indiscriminato di un sistema economico capace di ricavare profitto da qualsiasi cosa si pensa di rispondere con iniziative che mettono in primo piano l’aggregazione più del conflitto, non credo che l’appetito del mostro potrà essere fermato. È questa l’impressione che mi ha lasciato l’iniziativa organizzata questa mattina al Lago Acero: una mobilitazione che avrebbe dovuto mettere al centro il pericolo rappresentato dal parco eolico e che, invece, è sembrata trasformarsi soprattutto in una vetrina per le attività delle associazioni partecipanti.
Mi perdoneranno gli organizzatori, ma più che una comunità organizzata e determinata a difendere la propria montagna, in alcuni momenti mi è sembrato di assistere a un raduno di ex sessantottini e figli dei fiori. Alle pale eoliche che potrebbero essere impiantate sulla montagna si è risposto con sessioni di yoga, passeggiate salutistiche e mangiate collettive sotto gli alberi. Tutte attività legittime, persino piacevoli, ma insufficienti davanti a un progetto destinato a modificare profondamente il territorio. C’erano molti camminatori desiderosi di sgranchirsi le gambe; molto meno visibile era la rabbia civile di cittadini e cittadine consapevoli che, davanti all’inerzia politica e istituzionale, sulle Serre potrebbe consumarsi l’ennesimo scempio.
La partecipazione non si misura soltanto dal numero delle persone presenti e neppure dalla riuscita di una giornata all’aperto. Si misura dalla capacità di trasformare quella presenza in pressione politica, conflitto democratico e decisioni concrete. Se una manifestazione contro un parco eolico non chiama direttamente in causa chi governa i territori, rischia di diventare un evento ambientalista buono per qualche fotografia e qualche post sui social. La montagna, però, non si difende mettendola sullo sfondo di una bella giornata associativa. Si difende costruendo una comunità capace di pretendere risposte e di indicare con chiarezza le responsabilità.
Per comprendere ciò che sta accadendo sul piano istituzionale bisogna ricostruire correttamente la vicenda. Con il decreto n. 13920 del 3 ottobre 2024, la Regione Calabria aveva dichiarato decaduta l’autorizzazione unica relativa al Parco eolico di San Vito. La società proponente ha impugnato quel provvedimento e il TAR Calabria, con la sentenza n. 637 del 1º aprile 2026, ha accolto il ricorso, annullando la decadenza dell’autorizzazione e disponendo la riattivazione del procedimento riguardante la variante del progetto. Il ricorso era stato notificato anche al Comune di San Vito sullo Ionio, che tuttavia non si è costituito nel giudizio, mentre la Regione Calabria ha difeso il proprio provvedimento.
Adesso la questione riguarda l’eventuale appello al Consiglio di Stato e, più in generale, le iniziative amministrative, politiche e giudiziarie ancora praticabili. La Regione, essendo stata parte del giudizio e avendo difeso il proprio decreto, è certamente il soggetto dal quale ci si attenderebbe l’impugnazione della sentenza. Anche il Comune di San Vito deve però spiegare pubblicamente perché non si sia costituito davanti al TAR e quali iniziative intenda assumere adesso. Non è serio ridurre tutto a una disputa riservata agli avvocati. Le questioni processuali spettano ai legali, ma le responsabilità politiche restano in capo a chi amministra e rappresenta le comunità.
Durante l’iniziativa non ho sentito una critica altrettanto netta nei confronti del sindaco e dell’Amministrazione comunale di San Vito. E neppure nei confronti dei sindaci dei comuni vicini — Cenadi, Olivadi e Centrache — che, pur non essendo direttamente interessati dal procedimento autorizzativo, appartengono allo stesso sistema territoriale, ambientale e paesaggistico. Le montagne non rispettano i confini catastali e la loro devastazione non si ferma davanti al cartello che indica la fine di un comune. All’appello degli organizzatori, per quanto risulta, hanno aderito soltanto i Comuni di Petrizzi e Chiaravalle Centrale.
Non voglio entrare negli aspetti tecnici e giuridici della vicenda. È stato detto che un pool di avvocati sta seguendo il procedimento e saranno loro a valutare quali strumenti legali possano ancora essere utilizzati. Ciò che contesto è l’assenza politica dei sindaci e la loro indifferenza istituzionale. Nelle piccole comunità i sindaci sono il principale punto di riferimento pubblico. La loro partecipazione non è ornamentale: è indispensabile, perché la mobilitazione si costruisce dal basso e non può essere delegata interamente alle aule giudiziarie.
I sindaci devono avere il coraggio di decidere da che parte stare. Se ritengono che il parco eolico sia compatibile con il territorio, devono dirlo apertamente e assumersi la responsabilità politica di quella posizione. Se invece considerano il progetto dannoso, devono contrastarlo attraverso consigli comunali aperti, deliberazioni, assemblee pubbliche, documenti condivisi e iniziative coordinate con gli altri comuni. Restare in silenzio non significa essere neutrali. In una vicenda che dura da quasi vent’anni, il silenzio produce conseguenze e finisce per lasciare campo libero a chi dispone di interessi economici, strutture tecniche e mezzi legali enormemente superiori a quelli delle piccole comunità.
Forse, se fin dall’inizio i sindaci del territorio avessero assunto una posizione comune e avessero coinvolto stabilmente i cittadini, il percorso amministrativo sarebbe stato più difficile per la società proponente. Non possiamo affermare che una mobilitazione avrebbe certamente fermato il progetto, perché sarebbe una conclusione impossibile da dimostrare. Possiamo però dire che avrebbe generato controllo pubblico, opposizione politica e una diversa pressione sulle istituzioni regionali. Invece molti hanno scelto di tacere e continuano a farlo.
Non tutti, fortunatamente. Bisogna riconoscere al sindaco di Petrizzi, Giulio Santopolo, e al sindaco di Chiaravalle Centrale di avere manifestato la propria contrarietà e di avere sottoscritto l’appello promosso dagli organizzatori. Adesso, però, anche questa adesione dovrebbe trasformarsi in atti concreti: coinvolgere i Consigli comunali, convocare le comunità e costruire una posizione territoriale comune. Una firma è importante, ma non può essere il punto di arrivo. Deve rappresentare l’inizio di un percorso politico.
Il Comune di Cenadi, in tutti questi anni, non ha prodotto nulla di politicamente significativo contro il progetto. Lo stesso silenzio ha accompagnato l’Amministrazione di San Vito. Il sindaco Tino, eletto pochi mesi fa, non ha assunto una posizione chiara nemmeno durante la campagna elettorale. La sua assenza all’iniziativa di oggi rafforza questa ambiguità politica. Al contrario, la consigliera di opposizione Francesca Savari, insieme ad altri suoi compaesani, ha partecipato e ha dichiarato coerentemente la propria contrarietà al parco eolico. Ora quella posizione deve entrare nel Consiglio comunale e diventare una richiesta formale di discussione, partecipazione e assunzione di responsabilità.
I corpi possono diventare strumenti di lotta, persino armi pacifiche con cui contrastare la devastazione delle nostre montagne. Ma devono essere corpi che chiedono, contestano, occupano democraticamente lo spazio pubblico e costringono la politica a rispondere. Se vengono convocati soltanto per camminare, praticare yoga e mangiare insieme sotto gli alberi, il capitale non si spaventa. Al massimo ringrazia per la giornata ecologica e, appena tutti tornano a casa, riprende tranquillamente a piantare le sue pale.
