Cenadi (CZ) · sabato 29 Agosto 2026
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CGIL Area Vasta Centro: Crotone azzerata e Scalese attaccato alla sedia.

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Come non dare ragione al compagno Barberio? Almeno lui posso chiamarlo compagno, perché abbiamo condiviso un percorso politico dentro la CGIL. Come non dargli ragione quando sostiene che la costituzione della CGIL Area Vasta Centro sia stata un artificio burocratico che, anziché valorizzare i territori — soprattutto quelli più periferici —, ha finito per marginalizzarli ancora di più? E come non condividere le sue critiche nei confronti del segretario generale Enzo Scalese, che, è bene ricordarlo, è il secondo segretario della CGIL unificata, dopo la breve esperienza di Raffaele Mammoliti? Io, in quel percorso di unificazione, ci credevo. Avevo le mie riserve, ma pensavo che la collaborazione e l’incontro tra compagni, territori ed esperienze diverse potessero rappresentare un valore. Ci credevo anche per una ragione molto personale. Mi occupavo del comparto dell’Igiene ambientale e l’allora segretario generale della Funzione Pubblica, il mio mentore Bruno Talarico, doveva avermi nascosto qualche strano congegno nella macchina. Appena superavo di cinquecento metri il confine della provincia di Catanzaro ed entravo in quelle di Crotone o Vibo Valentia, il telefono squillava. Dall’altra parte c’era lui: “Duva vai? Non è competenza tua. Torna indietro”. Non ho mai capito come facesse a scoprirlo e io, naturalmente, ero costretto a tornarmene indietro. Il desiderio di costruire rapporti sindacali anche con i lavoratori delle altre province, però, l’ho sempre avuto. Quando nacque l’Area Vasta pensai che quel “giocattolino” nascosto nella mia macchina sarebbe stato finalmente disattivato. O, almeno, che non avrebbe più funzionato. Ma quando il primo segretario generale, Raffaele Mammoliti, si candidò alle elezioni regionali, compresi che l’unificazione delle province di Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia rischiava di servire più alla costruzione del suo collegio elettorale di riferimento che al rafforzamento della CGIL. E, a mio giudizio, così è stato.

Dopo un breve periodo di reggenza, Scalese è diventato segretario generale dell’Area Vasta. Il secondo, appunto. Le critiche mosse da Barberio, dunque, non sono campate in aria. La replica di Scalese, invece, appare la solita risposta banale, priva di qualsiasi spessore politico: molte parole per evitare il cuore del problema. È la risposta di un segretario che, più che costruire partecipazione, sembra impegnato a tenere insieme cordate di potere. E il giocattolo, nonostante tutto, continua a funzionare, persino con una segreteria ormai dimezzata. Merita attenzione anche il repentino cambio di posizione di alcuni suoi attuali componenti. Un caso fra tutti è quello di Antonella Bertuzzi. Durante la reggenza di Scalese e anche dopo la sua elezione era tra coloro che esprimevano contrarietà; oggi, quasi per magia, fa parte della segreteria guidata dallo stesso Scalese. Mantenerla in funzione non è formalmente illegittimo, perché lo Statuto non stabilisce un numero minimo di componenti, ma la questione politica resta tutta sul tavolo. Quando un organo collegiale perde metà dei suoi membri, non scompare automaticamente sul piano statutario, ma risulta inevitabilmente indebolito nella propria rappresentatività e nel mandato ricevuto dal Direttivo, che quella segreteria aveva eletto nella sua composizione complessiva. Tenerla in piedi dimezzata, senza affrontare seriamente la necessità di integrarla, significa svuotare di senso la collegialità. E il fatto che il Direttivo non ne prenda atto dimostra quanto anch’esso rischi di non essere più un luogo reale di discussione e indirizzo politico, ma un ginepraio di persone che continuano a chiamarsi “compagni” mentre si sostengono reciprocamente per mantenere Scalese attaccato alla sedia. Persino l’istanza regionale mostra tutta la propria debolezza politica: non esercita alcuna pressione per ristabilire almeno un minimo di autorevolezza democratica e trotta dentro l’indifferenza più oscena. Del resto, non è forse un caso che il segretario generale della CGIL Calabria abbia di cognome Trotta. Come dicevano i latini: “nomen omen”. Qui, però, più che un presagio sembra ormai un programma politico.

I numeri, del resto, sono difficili da nascondere dietro le parole. Secondo quanto riportato dalla stampa, dopo l’elezione di Luciano Contartese alla guida della Funzione Pubblica dell’Area Vasta, Crotone non esprime più alcuna rappresentanza alla guida delle quattordici categorie della CGIL. Non una presenza marginale: nessuna presenza. Il territorio crotonese, dentro la grande costruzione dell’Area Vasta, è stato praticamente azzerato. Altro che valorizzazione delle specificità territoriali: l’unificazione, almeno per Crotone, ha prodotto una progressiva cancellazione politica. A questo si aggiungono le dimissioni dagli incarichi di Rossella Napolano e quelle di Salvatore Scicchitano, accompagnate da critiche puntuali e pesanti alla gestione territoriale della CGIL di Crotone, al metodo seguito nelle scelte e alla progressiva marginalizzazione della rappresentanza crotonese. Scicchitano ha chiarito che la sua decisione non nasce da una contrarietà personale nei confronti di Contartese, ma dal persistere di un metodo non inclusivo e non unitario, incapace di rispettare le specificità territoriali. Lo stesso problema è stato denunciato pubblicamente da Nicola Belcastro, intervenuto a nome di un folto gruppo di dirigenti crotonesi: nessuna preclusione personale verso il candidato, ma una questione interamente politica di metodo e rappresentanza. Quando persone con storie e responsabilità differenti arrivano alla stessa conclusione, continuare a ridurre tutto a una somma di risentimenti personali diventa una comoda falsificazione politica. Le dimissioni sono individuali nella forma, ma assumono un significato collettivo quando denunciano lo stesso metodo, la stessa esclusione e la stessa incapacità di ascoltare un intero territorio. Se Scalese riuscirà a derubricare anche queste dimissioni a semplici questioni personali, allora non ci troveremo soltanto davanti a una situazione imbarazzante, ma persino degradante per ciò che la CGIL dovrebbe essere e rappresentare. Dopo tutto quello che è accaduto, le dimissioni di Scalese sarebbero un atto politico serio e responsabile. Ma per compierlo servirebbe proprio quello spessore politico che, fino a oggi, non ha dimostrato di avere.

E poi c’è un’altra questione ancora aperta: il procedimento avviato nei suoi confronti. In prima istanza, il Comitato di garanzia interregionale Sud — l’organo chiamato a valutare ed eventualmente sanzionare i comportamenti scorretti degli iscritti e dei dirigenti dell’organizzazione — lo ha sanzionato con la sospensione per tre giorni dall’incarico di segretario generale. Sarebbe già sufficiente questo per imporre una seria riflessione politica. Scalese, però, ha presentato ricorso e, secondo quanto previsto dal Regolamento, la Commissione nazionale di garanzia ha affidato il riesame al Comitato di garanzia interregionale Nord-Ovest. Dell’esito del procedimento, tuttavia, non si conosce nulla di ufficiale. Scalese, nei corridoi e durante le riunioni, sostiene che la decisione del Comitato Sud sia stata annullata, ma non mostra alcun provvedimento e non esibisce alcun dispositivo: pretende che tutti gli credano sulla parola. È un comportamento che ricorda quello di chi sbandiera un’assoluzione come una clava, evitando accuratamente di far leggere le motivazioni. Perché tra l’essere assolti e l’uscire completamente limpidi da una vicenda può esserci una differenza enorme: il dispositivo dice come si conclude un procedimento; le motivazioni spiegano perché e ricostruiscono ciò che è realmente accaduto. Scalese si trincera dietro la riservatezza degli atti, ma contemporaneamente diffonde soltanto la versione che gli conviene. Se davvero la sanzione è stata annullata, produca almeno il dispositivo conclusivo o consenta agli organismi competenti di confermarne ufficialmente l’esito. Fino ad allora non siamo davanti a un chiarimento, ma all’ennesima verità proclamata senza prove: una verità che tutti dovrebbero accettare soltanto perché a pronunciarla è lui.

Un’organizzazione sindacale che pretende trasparenza dalle istituzioni e dalle imprese non può considerarla facoltativa quando riguarda i propri dirigenti. Se la sanzione è stata davvero annullata, lo dimostri un atto; se l’atto è riservato, ne confermino ufficialmente l’esito gli organismi competenti. Tutto il resto è propaganda interna. Perché se nella CGIL la parola del segretario vale più dei documenti, allora i Comitati di garanzia diventano inutili: basta un capo che proclama la propria verità e un’organizzazione chiamata a credergli.


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