Cenadi (CZ) · sabato 29 Agosto 2026
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Jovanotti, la Calabria da cartolina i soldi pubblici e i cughiuniatti.

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Forse deluderò i tanti che apprezzano Jovanotti. Quelli che hanno comprato il biglietto per andare a vederlo a Catanzaro, quelli che lo hanno aspettato nei paesi attraversati in bicicletta per strappargli una fotografia, quelli che hanno ballato e cantato fino a perdere la voce. Ma voglio chiarire subito una cosa: il mio giudizio non riguarda Jovanotti come artista e nemmeno la musica che fa. Ha il suo pubblico, i suoi estimatori, milioni di persone che lo seguono, e ci mancherebbe pure che dovessi essere io a stabilire cosa debba piacere agli altri.

Il problema comincia da un’altra parte. Comincia quando Jovanotti smette di essere soltanto un cantante e diventa, inevitabilmente, parte di una gigantesca macchina economica fatta di concerti, biglietti, sponsor, comunicazione, promozione e istituzioni pubbliche. E attenzione: non c’è niente di scandaloso nel fatto che un artista guadagni. Se organizza uno spettacolo, vende i biglietti e decine di migliaia di persone decidono liberamente di pagarli, buon per lui. Il problema nasce quando dentro quella macchina entrano i soldi pubblici. Perché a quel punto non siamo più soltanto fan davanti a un palco: diventiamo cittadini che hanno il diritto di chiedere quanto si è speso, perché si è speso e soprattutto cosa è rimasto alla Calabria dopo che le luci del concerto si sono spente.

Secondo quanto riportato in questi giorni dalla stampa, attorno all’evento ci sarebbero circa 170 mila euro di finanziamenti riconducibili alla Calabria Film Commission. La Regione, dal canto suo, aveva già spiegato pubblicamente quale fosse la filosofia dell’operazione: eventi come quello di Jovanotti servirebbero a dare “grande visibilità” alla Calabria. Ecco, è proprio questa parola che a me comincia a provocare una certa allergia: “visibilità”. Perché in Calabria ormai basta pronunciarla e qualsiasi spesa sembra diventare automaticamente un investimento. Ma la visibilità non è una religione e soprattutto non è un risultato economico misurabile di per sé. Vorrei sapere quanti pernottamenti aggiuntivi ha prodotto questa operazione, quanto hanno incassato le attività locali, quale ritorno turistico resterà nei prossimi mesi, quanti visitatori torneranno davvero nei luoghi mostrati durante il viaggio di Jovanotti. Perché se spendiamo soldi pubblici per promuovere un territorio, il ritorno non può essere soltanto un filmato sui social, qualche fotografia, un “bello” davanti al paesaggio e poi tutti a casa.

Jovanotti, attraversando la Calabria, ha raccontato posti bellissimi, paesaggi fantastici, borghi, mare e montagne. È stato accolto con entusiasmo e ha ricambiato con parole molto belle sulla nostra terra. E va benissimo. Solo che io, da calabrese, di sentirmi raccontare continuamente che la Calabria è bellissima comincio francamente a essere stanco. Lo sappiamo che è bella. Non avevamo bisogno di 170 mila euro per scoprirlo. Il problema è che la Calabria non è soltanto bella. È anche una terra dalla quale migliaia di giovani continuano ad andare via. È precarietà lavorativa. È lavoro nero e sottopagato. È gente che muore lavorando. È una sanità che troppo spesso costringe le persone a prendere un treno o un aereo per andare a curarsi altrove. È criminalità organizzata che prova continuamente a infiltrarsi nell’economia e nelle istituzioni. È spopolamento dei paesi, servizi che scompaiono, famiglie che si dividono.

Questa è la Calabria che raramente entra nei video promozionali. Perché evidentemente “Calabria Straordinaria” suona meglio di “Calabria dove per una visita specialistica devi aspettare mesi”. E capisco pure il marketing: nessuno farebbe uno spot turistico mostrando una fila davanti a un pronto soccorso. Ma allora smettiamola almeno di raccontarci che questa narrazione patinata rappresenti tutta la Calabria. Rappresenta una Calabria. Quella che si può fotografare. Quella che fa vendere bene il prodotto. Poi ce n’è un’altra che non entra nell’inquadratura, perché è meno instagrammabile: quella di chi parte, di chi resta senza lavoro, di chi lavora a 5 euro lora, di chi aspetta una TAC, di chi vede il proprio paese svuotarsi anno dopo anno.

E qui arrivo anche a Jovanotti. Non so se durante il concerto abbia parlato di tutto questo. Non so se abbia ricordato i bambini di Gaza, se abbia speso una parola contro la guerra, se abbia parlato di accoglienza, di razzismo, del clima culturale che personaggi come Vannacci alimentano nel Paese. Nelle cronache che ho potuto leggere finora non ho trovato questi riferimenti. Se li ha fatti, ne sarò contento. Ma la questione rimane. Perché qualcuno potrebbe rispondermi: “Ma Jovanotti è un cantante, mica un politico”. E invece è proprio qui che non sono d’accordo.

Un artista che davanti ha decine di migliaia di persone possiede uno spazio pubblico enorme. Molto più grande di quello che avrà mai un consigliere regionale, un sindaco o uno di noi che scrive quattro cose su un giornale di paese. E quello spazio può essere utilizzato soltanto per dire “quanto siete belli”, oppure può servire anche per lasciare un dubbio, una domanda, una presa di posizione. La musica può far ballare, innamorare, piangere. Può perfino accompagnare una proposta di matrimonio, come è successo durante lo spettacolo. Ma se finisce tutto lì, se non disturba mai niente e nessuno, diventa soltanto intrattenimento. Bello, professionale, magari straordinario. Ma intrattenimento.

Per me la musica, quando ha una forza vera, è anche resistenza. È stata resistenza quando cantava contro la guerra, contro il razzismo, contro lo sfruttamento, contro il potere. È stata la voce di chi non aveva voce. Non significa che ogni cantante debba trasformare il palco in un comizio. Significa semplicemente che chi possiede quella gigantesca possibilità di parlare a migliaia di persone può decidere se utilizzarla soltanto per farle saltare oppure anche per farle pensare.

E soprattutto c’è una cosa che continuo a non accettare: che qualcuno arrivi in Calabria, trovi mare, montagna, gente accogliente, mangi bene, dica che siamo una terra meravigliosa, prenda parte a un’operazione sostenuta anche con risorse pubbliche e poi riparta lasciandoci la solita cartolina. Perché noi le cartoline le conosciamo già. La Calabria non ha bisogno dell’ennesimo testimonial che ci dica quanto siamo belli. Ha bisogno di gente che, avendo un microfono davanti a migliaia di persone, abbia magari il coraggio di dire anche quanto siamo stati impoveriti.

Altrimenti resta la festa. Restano le fotografie. Restano i video sui social. Restano i soldi spesi. Jovanotti riparte. E noi rimaniamo qui, bellissimi come sempre. E poveri quasi come prima.


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