Cenadi (CZ) · sabato 29 Agosto 2026
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Cenadi San Giovanni: “La devozione va bene, ma i conti fateli vedere”.

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A Cenadi, da moltissimi anni, nei giorni che precedono la festa patronale di San Giovanni Battista si ripete una tradizione che appartiene alla storia della nostra comunità: il parroco contatta alcuni cenadesi emigrati a Milano, Roma, in Francia, Germania, Canada, Stati Uniti e in altri luoghi, e alcuni di loro raccolgono le offerte dei compaesani per farle arrivare alla parrocchia, come gesto di devozione e come contributo alle spese della festa del 23 e 24 giugno. Altri, spontaneamente, siano essi cenadesi o persone devote che vivono all’estero, contribuiscono alle spese della festa per devozione. E credo che tutti i cenadesi debbano essere grati a queste persone, perché San Giovanni Battista riesce ancora a mantenere vivo, anche a migliaia di chilometri di distanza, un forte legame spirituale con il nostro paese. Anche grazie a quelle offerte si riesce ogni anno a sostenere le spese della festa e, proprio per questo, il contributo di chi dona non dovrebbe mai essere considerato scontato, ma accolto con rispetto e riconoscenza. È un modo semplice, ma profondamente cenadese, per continuare a sentirsi parte del paese anche vivendo lontano.

E questo, in un mondo che sembra voler costruire sempre nuovi muri e nuove divisioni, dimostra invece che uomini e donne di ogni parte del mondo possono riconoscersi nella stessa comunità, senza distinzioni, senza confini imposti e soprattutto senza razzismo. San Giovanni Battista può fare anche questo: tenere unite persone lontane attraverso un sentimento di appartenenza e di devozione.

Quest’anno, però, una di queste raccolte sembrerebbe aver seguito un percorso diverso dal solito. La vicenda riguarda circa 1.500 euro che, secondo quanto mi è stato riferito, sarebbero stati raccolti da una nostra compaesana emigrata, che da anni si occupa proprio di raccogliere le offerte dei cenadesi residenti all’estero. Una volta rientrata a Cenadi per le vacanze estive, non vedendo comparire quella somma nel rendiconto della festa patronale esposto nella bacheca della chiesa, avrebbe chiesto spiegazioni. Il parroco avrebbe risposto in maniera molto chiara, anche se, per come mi è stato riferito, con toni scortesi e irruenti, sostenendo che quella somma non fosse mai arrivata alla parrocchia e che, di conseguenza, non poteva essere inserita tra le offerte ricevute. Secondo quanto riferito, invece, quei soldi sarebbero stati consegnati al sindaco. Ed è proprio questo il punto che non si comprende: per quale motivo una somma raccolta secondo una tradizione consolidata e destinata, come negli anni precedenti, alla festa di San Giovanni, sarebbe finita nelle mani del sindaco? È una situazione che, per quanto mi risulta, non si era mai verificata prima e che proprio per questo merita di essere chiarita senza alimentare sospetti o polemiche inutili.

La prima cosa che credo sia giusto dire è che il comportamento, sia del parroco sia del sindaco, va comunque biasimato nella misura in cui entrambi avrebbero potuto chiarire direttamente la vicenda, senza lasciare che in paese si alimentassero zizzanie, versioni contrastanti e ricostruzioni diverse. Se tra il parroco e il sindaco esistono attriti o incomprensioni, è una questione che riguarda loro e che dovrebbero risolvere tra loro. Quello che non è accettabile è che queste tensioni ricadano sulla comunità e che la festa di San Giovanni, insieme ai soldi raccolti per sostenerla, diventi terreno di scontro o di polemica.

La spiegazione che circola in paese è che quei soldi sarebbero stati destinati al restauro della statua di San Giovanni Battista oppure a lavori riguardanti la facciata della chiesa. Se così fosse, sarebbe necessario capire chi abbia deciso questa destinazione, se i donatori ne fossero a conoscenza oppure se abbiano contribuito sulla base di promesse o impegni che, allo stato, non risultano documentati, e soprattutto chi abbia autorizzato una raccolta per questi scopi.

Per quanto ho potuto accertare fino a questo momento, il parroco non mi risulta fosse a conoscenza di una raccolta finalizzata al restauro della statua o della facciata, e non mi risulta nemmeno che il Comune abbia pubblicamente promosso o istituito una raccolta fondi destinata a tali interventi. C’è poi un altro elemento che non può essere liquidato con superficialità: la statua di San Giovanni non è un oggetto sul quale si possa intervenire mettendo insieme qualche offerta e decidendo autonomamente un restauro. Se, come risulta, si tratta di un bene sottoposto a tutela, qualsiasi intervento deve seguire precise procedure, coinvolgere gli organismi competenti, ottenere le necessarie autorizzazioni e affidarsi a professionisti qualificati. Non basta, quindi, dire genericamente che “i soldi servono per San Giovanni”, perché tra contribuire alla festa, restaurare una statua e intervenire sulla facciata della chiesa esiste una differenza sostanziale, non soltanto dal punto di vista amministrativo, ma anche rispetto alla volontà di chi quei soldi li ha donati.

Per questo le domande rivolte al sindaco sono semplici e non hanno nulla di persecutorio: ha ricevuto oppure no quei soldi? Se li ha ricevuti, in quale veste lo ha fatto, come sindaco o come privato cittadino? Chi glieli ha consegnati? È stata rilasciata una ricevuta e, se sì, a nome di chi? Dove sono stati depositati e dove si trovano oggi? Esiste una contabilità della raccolta, un documento che ne stabilisce la destinazione, un progetto, un preventivo, un incarico o una qualche interlocuzione con la parrocchia, la Diocesi o la Soprintendenza?

Sono domande che possono trovare risposta attraverso pochi documenti e che, se tutto è perfettamente regolare, dovrebbero essere chiarite senza alcuna difficoltà. La questione giuridica, semmai, viene dopo e dipende interamente da ciò che emergerà dalla ricostruzione dei fatti. Parlare oggi di truffa, appropriazione indebita o di reati contro la pubblica amministrazione come se fossero già stati commessi sarebbe scorretto, e non è questo che sto facendo.

Prima bisogna sapere quale finalità fosse stata indicata ai donatori, chi abbia materialmente ricevuto il denaro, a quale titolo e quale destinazione gli sia stata data; soltanto successivamente, e se dovessero emergere elementi concreti, si potrà valutare se esistano eventuali profili di responsabilità.

Io pongo una questione molto più semplice: se denaro raccolto tra cenadesi emigrati in nome di San Giovanni non è arrivato alla parrocchia ma sarebbe finito nelle mani del sindaco, bisogna spiegare pubblicamente perché, con quale titolo e dove si trovi oggi. Non servono sermoni e non servono nemmeno professioni di fede: bastano ricevute, documenti e contabilità. Perché la devozione appartiene alla coscienza di ciascuno, ma quando iniziano a circolare soldi raccolti a nome di una comunità, San Giovanni può anche metterci la benedizione; la trasparenza, però, dobbiamo mettercela noi. Anche, e soprattutto, per rispetto di tutti i cenadesi emigrati e di tutte le persone che, con devozione, hanno contribuito e continueranno a farlo.

Se, al contrario, nessuno dei soggetti direttamente interessati — il sindaco e il parroco — vorrà spiegare pubblicamente cosa è accaduto, allora il problema diventa ancora più serio, perché il silenzio finirebbe inevitabilmente per alimentare il sospetto che dietro questa vicenda vi siano interessi, accordi o ragioni che oggi non conosciamo. A quel punto sarebbe giusto che fosse l’intera comunità, anche per rispetto di San Giovanni, di tutti i compaesani che collaborano alla festa e di quanti continuano a contribuire con devozione, a pretendere chiarezza.

Perché il silenzio e l’indifferenza di tutti finirebbero per dimostrare una cosa piuttosto sgradevole: che siamo bravissimi a criticare, a commentare e ad alimentare zizzanie, ma molto meno capaci, quando serve davvero, di pretendere la verità.


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