“E io sono Rocco Anello”, avrebbe detto il capo della cosca, secondo la ricostruzione richiamata dai giudici. A Cenadi, su un piano completamente diverso, sembra risuonare un’altra formula: “Io sono il sindaco, Francesco Casalinuovo”. La prima evocava un potere criminale fondato sulla paura; la seconda rivendica una carica istituzionale ricevuta dai cittadini. Non sono la stessa cosa e metterle sullo stesso piano sarebbe falso. Ma una domanda resta: che cosa accade quando un nome o una carica vengono usati non per assumersi delle responsabilità, ma per chiudere ogni discussione e pretendere obbedienza? Non sempre la ’ndrangheta ha bisogno di sparare, incendiare o formulare minacce esplicite. A volte le basta presentarsi. Un nome pronunciato nel posto giusto, davanti alla persona giusta, può diventare un ordine. Non serve aggiungere altro, perché il resto lo fa la paura.
Nelle motivazioni della sentenza d’Appello del processo abbreviato “Imponimento” c’è un episodio che racconta questo meccanismo meglio di tante analisi. Un pastore si oppone allo scarico di materiali su un terreno e manifesta l’intenzione di chiamare i carabinieri. Gli viene chiesto se sappia con chi sta parlando. Poi arriva la presentazione: “E io sono Rocco Anello”. Secondo i giudici, quel nome non serviva soltanto a dichiarare la propria identità, ma a far comprendere all’interlocutore quale potere avesse davanti e quale prezzo avrebbe potuto avere una denuncia. Il risultato, stando alla ricostruzione della Corte, fu immediato: il pastore rinunciò a rivolgersi alle forze dell’ordine.
Ma il passaggio più inquietante arriva subito dopo. Lo stesso uomo domandò ad Anello perché non fosse intervenuto quando gli avevano rubato alcuni animali. Chi incute timore diventa anche colui al quale chiedere protezione. È questo uno dei meccanismi più profondi del potere mafioso: prima indebolisce lo Stato, poi si propone come sua alternativa. Decide, autorizza, protegge e punisce. Naturalmente secondo le proprie regole.
L’inchiesta “Imponimento” ha descritto, nelle ricostruzioni accolte dai giudici, un sistema capace di intervenire nei boschi, nei cantieri, nei movimenti terra, nei villaggi turistici e nelle attività economiche. Il controllo non consiste soltanto nel pretendere denaro. Diventa ancora più penetrante quando stabilisce chi può lavorare, quale impresa deve entrare in un cantiere, chi deve essere favorito e chi, invece, deve togliersi di mezzo. La frase attribuita ad Anello — “qua ci sono io” — racchiude tutta questa pretesa: prima della legge, prima delle istituzioni e prima della libertà degli altri viene il potere di chi ritiene di controllare un territorio.
“Imponimento” non riguarda esclusivamente gli imputati e non è una storia accaduta in un luogo lontano. Questa vicenda ha interessato anche Cenadi. Eppure, nel nostro paese, sembra essere passata senza lasciare una domanda, una ferita pubblica o almeno il bisogno di capire. Non c’è stata una vera presa di coscienza collettiva. Non una manifestazione, un’assemblea, un’iniziativa culturale o una presa di posizione pubblica e inequivocabile contro la ’ndrangheta. Anche le associazioni e quanti, per il ruolo ricoperto nella comunità, avrebbero potuto promuovere una riflessione, sono rimasti sostanzialmente fermi, muti, indifferenti. Tutto è passato come se non fosse successo nulla, come se bastasse aspettare che la cronaca cambiasse argomento per considerare risolto il problema. Le responsabilità penali sono personali e vengono accertate nei tribunali. Nessuno deve essere condannato in anticipo e nessuna famiglia può essere trasformata nel bersaglio di una colpa collettiva. Ma riconoscere questo principio non significa cancellare ciò che è accaduto, evitare ogni discussione o rifugiarsi nella narrazione rassicurante secondo la quale, in fondo, a Cenadi va sempre tutto bene.
Qui esiste anzitutto una responsabilità politica. Chi amministra una comunità non dovrebbe limitarsi ad aspettare le sentenze. Dovrebbe costruire anticorpi sociali, organizzare occasioni pubbliche di confronto, coinvolgere le scuole e le associazioni, promuovere una cultura della legalità che non sia la solita passerella con una fascia tricolore e qualche parola preparata per l’occasione. Accanto alla responsabilità politica, però, ne esiste anche una collettiva. Se al silenzio imposto dalle cosche si risponde con il silenzio delle coscienze, il problema non viene sconfitto: cambia soltanto forma. La paura diventa abitudine, la rassegnazione viene scambiata per prudenza e l’indifferenza finisce per sembrare normalità. Tanto si è normalizzata questa condizione che l’attuale sindaco, il vicesindaco, l’assessore e quella parte dei consiglieri che oggi gli garantisce i numeri per restare in carica non hanno saputo ricavare da questa vicenda una vera cultura della legalità. Al contrario, hanno blandito la comunità per occupare quel vuoto di potere, senza costruire alcun argine contro l’indifferenza e la paura. Anzi, proprio quell’indifferenza è stata utilizzata per restare saldamente attaccati alle proprie poltrone.
Naturalmente, il potere politico dell’attuale sindaco non è quello criminale attribuito ad Anello dalle sentenze, e confondere i due piani sarebbe scorretto. Tuttavia, il metodo di governo prodotto in questi anni sembra crescere nello stesso brodo culturale: silenzio, obbedienza, isolamento di chi dissente e una comunità ridotta a spettatrice. Non è un metodo mafioso sul piano giudiziario, ma appartiene a quella cultura del potere e della sudditanza nella quale la ’ndrangheta trova il terreno più favorevole per mettere radici.
Non sostengo che chi tace sia complice. Sarebbe un’accusa ingiusta e persino comoda. Il punto è un altro: una comunità che non trova neppure il modo di discutere pubblicamente di ciò che l’ha coinvolta mostra una debolezza profonda. Lascia vuoto uno spazio che dovrebbe essere occupato dalla partecipazione, dalla memoria e dal rifiuto netto di ogni potere criminale. E quel vuoto non è innocuo. Può aprire la strada ad altre pressioni e ad altre forme di controllo, perché chi vuole esercitare un potere sul territorio osserva anche se la comunità reagisce, se le istituzioni parlano, se le associazioni si muovono e se chi denuncia viene sostenuto oppure lasciato solo.
A Cenadi, invece, sembra prevalere un brodo d’indifferenza nel quale ogni avvenimento viene lentamente sciolto fino a scomparire. Si preferisce non disturbare, non approfondire, non esporsi. E così anche una vicenda tanto grave viene assorbita dalla routine, coperta dalle feste, dalle celebrazioni e dalla solita rappresentazione di un paese dove non succede mai niente. Ma non raccontare una realtà non significa cancellarla. Significa soltanto rinunciare a comprenderla.
Cenadi non ha bisogno di processi di piazza. Ha bisogno di coscienza civile. Deve riuscire a guardare ciò che è accaduto senza accusare preventivamente nessuno, ma anche senza assolvere preventivamente un’intera comunità attraverso il silenzio. Il rispetto delle sentenze e delle garanzie individuali può convivere con una condanna politica, morale e culturale della ’ndrangheta chiara, pubblica e senza ambiguità. Perché il potere mafioso comincia quando qualcuno può dire: “Qua ci sono io”. Ma diventa ancora più forte quando, intorno, nessuno trova il coraggio di rispondere: “Qui ci siamo anche noi”.
