Gli agricoltori scendono in strada, le Camere del lavoro non si vedono nei presìdi e il segretario generale della CGIL Calabria spiega che non voleva “mettere il cappello” sulla protesta. Ma forse il problema è un altro: un sindacato che non riesce più a riconoscere una lotta sociale quando nasce fuori dalle proprie organizzazioni. Mi sa che l’ingresso di Enzo Scalese nella segreteria confederale della CGIL Calabria, invece di migliorare la proposta politica e sindacale, non abbia prodotto alcun cambiamento significativo. Anzi, ascoltando le parole di Trotta, viene da pensare il contrario. E se a Polimeni qualcuno contesta persino la qualifica di giornalista, mi chiedo se, con lo stesso metro di giudizio, nella segreteria confederale della CGIL Calabria ci siano ancora sindacalisti capaci di interpretare il conflitto sociale.
Mi sarebbe piaciuto partecipare al convegno del 14 ottobre, organizzato dalla FIOM-CGIL Calabria a Lamezia Terme. Non tanto per ascoltare Trotta, perché ormai basta sentirlo una volta per capire tutto, anche quando cambia argomento. Sarebbe stato molto più interessante ascoltare Michele De Palma, la relazione di Umberto Catrambone e il professor Aiello. A quest’ultimo avrei chiesto quale impatto occupazionale abbia prodotto la ZES in Calabria e se, in assenza di una sindacalizzazione adeguata, il rischio sia quello di riprodurre condizioni di sfruttamento che richiamano, pur in contesti differenti, quelle raccontate da Roberto Saviano in Gridalo, attraverso la vicenda di Xu Lizhi.
Se invece vogliamo rimanere nell’argomento del convegno, quello dell’industrializzazione della Calabria, penso che non esista alcuna contraddizione tra sviluppo agricolo e sviluppo industriale. Anzi, proprio un’agricoltura solida potrebbe rappresentare il punto di partenza per costruire nuove realtà industriali, capaci di produrre macchinari, attrezzature e tecnologie necessarie alle attività agricole. Perché i nostri agricoltori devono continuare ad acquistare mezzi prodotti altrove, quando potremmo creare proprio in Calabria le condizioni per produrli, generando occupazione, competenze e un indotto economico importante? L’esperienza industriale di De Masi, legata alla meccanizzazione agricola, dimostra che questa possibilità non è affatto un’utopia. Il problema, allora, non è scegliere tra agricoltura e industria, ma comprendere che senza valorizzare ciò che la nostra terra produce, difficilmente riusciremo a costruire un’industrializzazione capace di rispondere alle esigenze del territorio, anziché limitarsi a inseguire investimenti decisi altrove.
Ma torniamo a Trotta. Interrogato sull’assenza della CGIL dalle manifestazioni degli agricoltori, ha risposto: “Noi difendiamo i lavoratori, i dipendenti. Loro sono agricoltori, hanno le Confederazioni di categoria, hanno tutto”. Aggiungendo che la CGIL aveva espresso solidarietà attraverso un comunicato stampa, senza voler “mettere il cappello sulla manifestazione”. Ecco, penso che dentro queste poche parole ci sia una parte significativa della crisi di rappresentanza del sindacato calabrese. Trotta non ha semplicemente spiegato una scelta organizzativa. Ha tracciato un confine: da una parte i lavoratori dipendenti, dall’altra gli agricoltori, che avrebbero già le loro associazioni e dovrebbero quindi rivolgersi altrove. Ma dimentica, o vuole dimenticare, che nell’universo della CGIL esiste anche l’ALPAA, un’associazione che rappresenta i piccoli produttori agricoli. E dimentica che il sistema dei servizi sindacali si occupa anche delle prestazioni di disoccupazione agricola. Dunque, nello stesso mondo sindacale convivono la tutela dei piccoli produttori e quella dei lavoratori agricoli dipendenti. Non è una contraddizione, ma la dimostrazione che condizioni e interessi differenti possono trovare strumenti comuni di rappresentanza.
E proprio le piccole aziende agricole, spesso a conduzione familiare, svolgono un ruolo fondamentale nella salvaguardia del territorio e nell’economia delle comunità rurali. Realtà progressivamente indebolite anche dai meccanismi della PAC, che hanno storicamente favorito le aziende di maggiori dimensioni. In Calabria, poi, l’agricoltura familiare rappresenta spesso un’integrazione al reddito da lavoro e persino a quello pensionistico. Possibile che tutto questo sfugga al segretario generale della CGIL?
Voglio però concentrarmi sulle sue parole, che considero non soltanto improprie, ma addirittura stupide. E uso il termine stupidità non per attribuire a Trotta una mancanza di intelligenza, ma richiamando Dietrich Bonhoeffer, per il quale la stupidità può diventare una condizione sociale e politica nella quale il potere, l’appartenenza e le convinzioni consolidate compromettono la capacità di giudizio critico. È proprio in questo senso che considero stupide quelle dichiarazioni: sembrano il prodotto di una concezione della rappresentanza talmente irrigidita da non riuscire più a riconoscere le contraddizioni della realtà. E non mi pare che questa rigidità emerga soltanto in questa occasione.
Gli agricoltori, infatti, sono scesi in piazza denunciando non soltanto il caro carburante e l’aumento dei costi di produzione, ma anche la crisi delle associazioni di categoria nelle quali non si riconoscono più. Una crisi che attraversa anche il lavoro dipendente, dove il sindacato sembra sempre più concentrato sui servizi e sempre meno sull’organizzazione delle lotte. Quando le persone cominciano a organizzarsi spontaneamente, fuori dalle strutture che dovrebbero rappresentarle, significa che qualcosa si è profondamente incrinato.
Naturalmente un piccolo produttore agricolo non è un bracciante salariato. Le loro condizioni possono essere differenti e persino contrapposte. Ma questa distinzione non può diventare una barriera politica. Il caro carburante, l’aumento dell’energia e l’impoverimento delle famiglie attraversano l’intera società. E quando una piccola azienda agricola chiude, a perdere non è soltanto il proprietario, ma anche i lavoratori e il territorio. Possibile che un sindacato confederale non riesca a cogliere questa connessione?
Le proteste, del resto, non sono nate a Cosenza il 10 ottobre, ma lungo le strade della Calabria. A Davoli, Spezzano Albanese, San Marco Argentano e Vibo Valentia sono scesi in piazza agricoltori, autotrasportatori e famiglie. A Davoli sono arrivati persino decine di sindaci e amministratori locali. Ma dove erano le Camere del lavoro territoriali? Non emerge una loro partecipazione organizzata ai diversi presìdi. Fa eccezione la manifestazione di Cosenza, alla quale ha partecipato Massimiliano Ianni, della CGIL Cosenza. Una presenza positiva, che però non cancella il vuoto lasciato negli altri territori.
Forse questa assenza racconta una difficoltà politica più profonda: quella di un sindacato abituato a organizzare le proprie manifestazioni, costruire piattaforme rivendicative e governare i percorsi di mobilitazione, che sembra guardare con diffidenza alle proteste spontanee, nate fuori dai tradizionali meccanismi della concertazione. Una piazza che non controlli può esprimere posizioni contraddittorie ed essere attraversata da interessi politici differenti. Ma se un sindacato teme le contraddizioni, come può pretendere di rappresentare il conflitto sociale?
E la giustificazione di Trotta sul “non mettere il cappello” mi convince ancora meno. Nessuno chiedeva alla CGIL di appropriarsi della protesta. Si chiedeva semplicemente di esserci, ascoltare, discutere e costruire solidarietà tra chi lavora la terra, chi trasporta le merci e chi vive del proprio salario. Perché esiste una differenza enorme tra esprimere solidarietà attraverso un comunicato stampa e stare accanto a chi protesta perché rischia di perdere il proprio lavoro. Il compito del sindacato non è aspettare che il conflitto sociale si presenti già organizzato, ma entrare nelle sue contraddizioni e trasformare la rabbia individuale in coscienza e lotta collettiva. Forse sarebbe utile ricordare a Trotta quella «coalizione sociale» di cui un tempo parlava lo stesso Maurizio Landini, un concetto che sembra progressivamente scomparso dal linguaggio e dalla pratica sindacale.
Trotta, nella stessa intervista, sostiene che occorre costruire un “movimento di popolo”. Ma come si costruisce un movimento di popolo se, quando una parte del popolo scende in piazza, il sindacato si preoccupa innanzitutto di stabilire se quelle persone appartengano oppure no alla propria categoria? Da una parte si invoca l’unità delle lotte, dall’altra si delimitano i confini della solidarietà. E mentre gli agricoltori chiedono risposte immediate sul carburante e sui prezzi delle produzioni, il sindacato sembra parlare soprattutto il linguaggio delle grandi vertenze nazionali e delle manifestazioni programmate. Rivendicazioni importanti, ma che rischiano di rimanere lontane dai bisogni immediati di chi protesta. È questa distanza tra la piazza reale e quella organizzata che impedisce di costruire una mobilitazione capace di unire lavoratori dipendenti, piccoli produttori e famiglie.
Il 17 ottobre la CGIL sarà a Roma per la propria manifestazione nazionale. Dalla Calabria partiranno certamente pullman, dirigenti, delegati e iscritti. Ma quanti lavoratori calabresi riconoscono davvero in quella mobilitazione uno strumento per cambiare la propria condizione?
Penso che Trotta dovrebbe riflettere soprattutto su questo. Non sulla necessità di mettere o non mettere un cappello sopra una manifestazione, ma sulla capacità della CGIL Calabria di riconoscere e attraversare le lotte che nascono fuori dal proprio perimetro organizzativo. Perché quando un sindacato comincia a spiegare perché non deve esserci, invece di interrogarsi su come esserci, il problema non riguarda più soltanto quella manifestazione. Riguarda la sua stessa funzione sociale. E forse il rischio più grande per la CGIL non è quello di mettere il cappello sulle proteste degli altri. È quello di continuare a custodire gelosamente le proprie bandiere, mentre una parte sempre più grande del mondo del lavoro impara a lottare senza di lei.
