Lo sapete perché, a Cenadi, gran parte dei giovani di oggi non fa politica e non crede più che una parola, una poesia, una canzone possano infilarsi dentro la quotidianità, attraversare il perimetro minuscolo del nostro paese e accendere una coscienza critica, persino una tensione rivoluzionaria verso la bellezza del vivere? Io una spiegazione ce l’ho: probabilmente non hanno mai ascoltato davvero Francesco Guccini. E non parlo dell’ascolto distratto di una canzone che passa mentre si fa altro, ma di quello capace di entrarti dentro, mettere in disordine le convinzioni e costringerti a guardare il mondo da un’altra prospettiva. Oggi, a Cenadi, i giovani sembrano sempre più connessi non soltanto ai cellulari, ma anche alla necessità di restare in silenzio davanti alle ingiustizie. Le famiglie diventano spesso una bolla di protezione che, invece di spingerli fuori, verso il confronto e la responsabilità, finisce per tenerli ancorati alla più becera e volgare regola del vivere paesano: fatti i cazzi tuoi. Ognuno finisce per costruirsi il proprio spazio, occupando quelli lasciati vuoti, ma non per generare cambiamento: piuttosto per mantenere tutto costantemente uguale. Perché la famiglia diventa l’unico riferimento assordante dentro cui sopravvivere e, in alcuni casi, persino annichilirsi, fino a trasformarsi in merce utile a tenere in piedi quella che ormai è diventata una soffocante ipocrisia del vivere.
Persino l’amore, oggi, sembra spesso uscito da uno stampino: sentimentalismi confezionati, baci, carezze, fotografie, cuoricini e frasi tutte uguali. Guccini, invece, anche quando parlava d’amore, non ti lasciava mai completamente tranquillo. Dentro una storia privata infilava il tempo, la memoria, ciò che siamo stati e quello che non saremo più. Bastava “Vedi cara” per capire che l’amore poteva essere anche incomunicabilità, tenerezza, incapacità di trattenere ciò che lentamente scivola via. Non c’era il lieto fine rassicurante. C’era la vita. E la vita, quando viene raccontata senza trucco, raramente rassicura.
Le sue canzoni non erano semplicemente parole messe in musica. Erano racconti, invettive, pezzi di storia, qualche volta inni collettivi e altre volte esplosioni di ribellione. Ti lavoravano lentamente il cuore e la testa e non finivano insieme all’ultima nota: uscivano con te dalla stanza e prima o poi si impastavano con la vita. Come potevi ascoltare “Dio è morto” e continuare ad accettare senza domande un mondo costruito sull’ipocrisia e sulle convenienze? Come potevi attraversare “La locomotiva” senza sentire, almeno per un istante, il fascino terribile e disperato di chi decide di scagliarsi contro l’ingiustizia? O ascoltare “Il vecchio e il bambino” senza capire che persino la memoria può trasformarsi in denuncia? Guccini, poi, non era soltanto un cantautore. Era uno scrittore finissimo, capace di far parlare le pietre, i muri, le osterie, le strade, i paesi. In “Tralummescuro” il dialetto della sua terra, il fumo delle case, le strade e i compaesani diventano materia viva: le case sembrano respirare, i paesi ricordano, le parole conservano odori. E quando un libro riesce a fare questo, a un certo punto non stai più leggendo una storia: ci stai vivendo dentro.
È proprio questo che mi manca quando guardo molti giovani del mio paese. Non sento nascere dalle canzoni che ascoltano, dai libri che leggono — ammesso che li leggano — quella necessità quasi fisica di mettere in discussione ciò che hanno davanti, quella voglia di cambiare qualcosa e di disubbidire almeno mentalmente alle regole non scritte del paese. Con Guccini era difficile restare indenni. Le sue parole potevano modificarti o, almeno, costringerti a fare i conti con te stesso. Ma sarebbe troppo comodo attribuire tutto alle nuove generazioni. Forse la responsabilità più grande appartiene proprio a quelle precedenti, che Guccini lo hanno ascoltato, hanno comprato i dischi, imparato le parole, discusso nelle sezioni di partito, ma evidentemente non si sono lasciate attraversare fino in fondo da quelle canzoni. Perché puoi conoscere a memoria “La locomotiva” e trascorrere un’intera vita dalla parte di quelli che tirano il freno. Puoi commuoverti ascoltando “Auschwitz” e voltarti dall’altra parte davanti alle piccole ingiustizie consumate sotto casa. E non parlo soltanto delle ingiustizie che prendono forma appena fuori dalle nostre case. Perché persino davanti allo sterminio sistematico della popolazione palestinese, alle nostre latitudini, sembra non accadere più nulla. Cenadi è riuscita ad anestetizzarsi anche davanti al dolore, alle morti, alla devastazione di Gaza: tutto scorre come il titolo di un giornale, si legge per qualche secondo e poi si passa oltre. La barbarie diventa notizia, la tragedia abitudine, e l’indifferenza finisce per essere la forma più comoda della nostra normalità. Puoi cantare “Cirano” contro i conformismi e diventare, appena si spegne la musica, uno dei loro più diligenti custodi.
Ed è forse questa l’ipocrisia più grande: aver usato Guccini come colonna sonora della propria giovinezza senza averne mai accettato fino in fondo le conseguenze. Perché le canzoni, quando sono davvero grandi, non servono soltanto a ricordarci chi eravamo: dovrebbero impedirci di diventare ciò che disprezzavamo. E allora guardiamola, questa nostra piccola comunità: una politica sempre più povera, il potere ridotto qualche volta a strumento di ritorsione, le convenienze trasformate in convinzioni, le parentele scambiate per consenso, i silenzi venduti come prudenza, l’obbedienza presentata come responsabilità. E quelli che un tempo cantavano contro il sistema diventati, nel loro minuscolo pezzo di mondo, i suoi più diligenti custodi. Allora forse mi sbagliavo all’inizio. Forse Guccini, a Cenadi, lo abbiamo ascoltato moltissimo. Abbiamo cantato le sue canzoni, imparato le parole, provato nostalgia, ci siamo persino commossi. Il problema è che in troppi abbiamo ascoltato “La locomotiva” sognando di essere il macchinista e poi, appena ne abbiamo avuto la possibilità, siamo saliti dalla parte di quelli che volevano fermarla.
Forse non servirà a niente. Ma se, nelle serate di festa di questa nostra estate, persino nei karaoke che inevitabilmente le riempiono, qualcuno avesse il coraggio di riproporre le canzoni di Guccini, magari potrebbe riaccendersi la miccia di ciò che oggi sembra essersi spento: una coscienza capace di esplodere contro l’ingiustizia.
