Cenadi (CZ) · sabato 29 Agosto 2026
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Cenadi: la vergogna ha un nome e si chiama opposizione. 

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Dio è morto, ricordava Guccini. Non soltanto nelle macchine prese a rate e nei miti consumistici di una società svuotata, ma forse anche dentro l’ipocrisia di certi ferventi cattolici che riempiono le chiese, si mostrano devoti, invocano valori, famiglia e morale e poi, quando entrano nella politica, piegano tutto alla convenienza personale, parentale e familiare. Perché la fede proclamata pubblicamente vale poco se, nella vita civile, non produce responsabilità, coerenza e rispetto della comunità. E a Cenadi, ormai, la contraddizione tra ciò che si predica e ciò che si pratica è diventata persino una forma di governo.

Non siamo davanti a una questione riservata ai ragionieri, né a uno dei tanti cavilli dietro i quali questa amministrazione ama nascondere le proprie responsabilità. La deliberazione della Giunta comunale n. 25 del 5 giugno 2026 racconta qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più grave: la Giunta ha modificato urgentemente il bilancio per rendere disponibili 28.437,07 euro destinati agli incentivi tecnici, ha autorizzato l’immediata emissione dei mandati di pagamento e ha dichiarato l’atto immediatamente eseguibile. Dentro quella stessa somma compaiono anche 2.977,81 euro riferiti agli incentivi tecnici per i lavori di realizzazione dei loculi cimiteriali, finanziati con decreto della Regione Calabria n. 12447. 

E qui nasce un’altra domanda che questa amministrazione dovrebbe avere almeno il pudore di affrontare: com’è possibile che si trovino i soldi e l’urgenza per liquidare gli incentivi tecnici legati a quei lavori, mentre diversi compaesani che hanno già pagato somme consistenti per i loculi continuano ancora ad aspettare una assegnazione certa e definitiva? Il paradosso è tutto qui: i tecnici possono essere liquidati, mentre i compaesani che hanno anticipato il denaro devono ancora aspettare.  E come se non bastasse, nella stessa deliberazione la Giunta scrive nero su bianco che l’atto deve essere sottoposto al Consiglio comunale per la prescritta ratifica. La legge assegna sessanta giorni per farlo, a pena di decadenza. Quei sessanta giorni sono trascorsi e il Consiglio comunale non è stato nemmeno convocato. L’urgenza, insomma, funziona perfettamente quando bisogna pagare; quando invece bisogna rispettare il Consiglio, la legge e persino i compaesani che hanno già messo mano al portafoglio, improvvisamente sparisce.

Può sembrare una piccola cosa agli occhi di molti, ma questa alterazione del percorso democratico dei procedimenti amministrativi nasconde qualcosa di molto più grave: il Consiglio comunale, ormai, è stato progressivamente svuotato. Non serve quasi più a niente, se non a comparire quando occorre raggiungere un numero, alzare una mano, mettere un timbro politico su decisioni già prese altrove. In questa legislatura sono accadute cose che dovrebbero provocare almeno una domanda, un dubbio, un sussulto. Invece niente. Il Consiglio comunale è composto da maggioranza e opposizione, e l’opposizione non è un accessorio ornamentale della democrazia. È una sua componente essenziale. Quando l’opposizione tace, si assenta o si piega alle esigenze numeriche della maggioranza, non si produce soltanto un vulnus democratico: viene meno il senso stesso della rappresentanza.

Lo sappiamo ormai tutti, e forse proprio per questo non scandalizza più nessuno, che questa amministrazione continua a reggersi anche attraverso l’appoggio di consiglieri formalmente collocati all’opposizione. Sappiamo che due componenti sono legati da rapporti di parentela con il sindaco e il vicesindaco. Poi c’è il capolavoro ulteriore di questa democrazia ridotta a necessità numerica: uno dei consiglieri non risiede nemmeno a Cenadi e, quando arriva una seduta importante, deve presentarsi, sedersi e alzare la mano perché, con i numeri ormai ridotti dell’assemblea, senza quella presenza alcune deliberazioni rischierebbero di non passare. A tutto questo si aggiunge un altro componente che non ha mai partecipato ai lavori del Consiglio e che, nonostante ciò, non risulta dichiarato decaduto. Più che un Consiglio comunale sembra un meccanismo tenuto insieme con il fil di ferro, dove ciascun pezzo viene utilizzato soltanto quando serve a far girare l’ingranaggio.

Ed è proprio per questo che la mancata ratifica della delibera n. 25 non può essere liquidata come una semplice dimenticanza. È la fotografia perfetta di come viene considerato il Consiglio comunale: non un luogo nel quale si discute, si controlla, si contrappongono posizioni e si assumono responsabilità pubbliche, ma un passaggio eventuale. Se serve si convoca, se non serve si dimentica. Prima si produce l’atto, poi si autorizzano gli effetti economici, poi eventualmente si cerca il Consiglio. In un Comune già dichiarato in dissesto, nel quale ogni euro dovrebbe essere amministrato con un rigore persino superiore a quello ordinario, questa leggerezza istituzionale diventa ancora più inquietante. Qui non stiamo parlando di una virgola fuori posto: stiamo parlando di soldi pubblici, procedure contabili, termini previsti dalla legge e competenze attribuite a organi democraticamente eletti.

E allora il problema non è più soltanto amministrativo. Diventa politico morale e etico. Perché un Consiglio comunale svuotato, tenuto in piedi attraverso equilibri parentali, personali e amicali, finisce inevitabilmente per allontanare l’interesse pubblico e avvicinare quello privato. E quando la politica locale smette di essere conflitto democratico, controllo, responsabilità e confronto, resta soltanto una rappresentazione. Una scenografia. Una fila di sedie occupate quando serve e lasciate vuote quando non servono più.

La sensazione è quella di essere amministrati non da persone capaci di esercitare fino in fondo il proprio ruolo con autonomia, responsabilità e rigore, ma da figure politiche che ricordano quei vecchi giocattoli a molla: si tira la corda, si muovono per il tempo della forza impressa, compiono il gesto previsto e poi, quando la spinta finisce, tornano immobili. Solo che qui non siamo nella stanza dei giochi di un bambino. Qui c’è un Comune in dissesto. Ci sono soldi pubblici. Ci sono atti amministrativi. E soprattutto c’è una democrazia locale che non può essere caricata a molla soltanto quando serve un voto.

E forse è arrivato anche il momento di dirlo senza ipocrisie: dovrebbe esserci un limite oltre il quale persino le famiglie dei consiglieri dovrebbero provare imbarazzo nel vedere un proprio parente seduto dentro un’istituzione senza esercitarne davvero la funzione. Molti di questi consiglieri non sembrano essere stati scelti per una riconoscibile proposta politica, per un’idea di paese, per una visione amministrativa, ma attraverso reti familiari e personali di consenso. E allora proprio quelle famiglie dovrebbero avere un sussulto di dignità e chiedere ai propri parenti di dimettersi quando non sono in grado di esercitare autonomamente il ruolo per il quale sono stati eletti.

Perché restare dentro un sistema così costruito, senza contrastarlo, senza denunciarlo, senza assumersi una responsabilità politica autonoma, significa finire per legittimarlo. A quel punto non esiste più neutralità. Esiste corresponsabilità. Corresponsabilità politica nel degrado istituzionale, morale e democratico in cui il sindaco e il vicesindaco hanno progressivamente trascinato Cenadi. E quando la politica smette di essere rappresentanza e diventa soltanto obbedienza, presenza numerica, parentela o fedeltà personale, le dimissioni non sarebbero una sconfitta. Sarebbero forse il primo vero atto politico compiuto in tutta la legislatura.

Perché in tanti, al bar o per strada, sono pronti a scagliarsi contro i politicanti nazionali e regionali, liquidandoli come ladri, opportunisti o servi del proprio interesse, e poi, quando quelle stesse caratteristiche prendono forma dentro il perimetro della propria quotidianità, l’indignazione improvvisamente si spegne? Perché è facile accusare chi è lontano, mentre diventa molto più scomodo riconoscere gli stessi vizi quando hanno il volto di un parente, di un amico, di un vicino di casa o di qualcuno con cui domani bisognerà comunque prendere il caffè. Ed è forse proprio qui che comincia il problema più serio: non nella distanza tra compaesani e politica, ma nella vicinanza che rende tutti più indulgenti. La corruzione morale della democrazia non nasce soltanto nei grandi palazzi. A volte cresce nei piccoli silenzi, nelle convenienze quotidiane, nelle parentele che diventano protezione e nelle coscienze che trovano sempre una buona ragione per indignarsi altrove e tacere a casa propria.


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