Vito Teti definisce la “restanza” non come immobilità, rassegnazione o semplice permanenza nei luoghi, ma come resistenza critica, assunzione di responsabilità e capacità di rigenerare ciò che rischia di scomparire. È un concetto che potrebbe essere applicato anche all’amministrazione di un piccolo Comune, perché restare dentro il palazzo municipale, occupare una carica e amministrare giorno dopo giorno ciò che è rimasto non significa necessariamente prendersi cura di una comunità. Restare dovrebbe voler dire provare a cambiarne il destino, non limitarsi a custodirne il declino, attribuendo ogni responsabilità a chi è venuto prima. E di questa incapacità abbiamo ormai la prova provata: oltre al debito già accertato, l’attuale amministrazione ha dimostrato, in tutti questi anni, di non essere stata capace né di consolidare la situazione finanziaria né di costruire una politica concreta in grado di affrontarla. L’unico modo per farlo non era chiudersi dentro le stanze del Comune, ma dotarsi prima di tutto di una rappresentanza politica degna di questo nome e, subito dopo, aprire un percorso fondato sulla partecipazione, sulla trasparenza e sul coinvolgimento della comunità. Niente di tutto questo è avvenuto.
Quando un sindaco si ritrova con un Consiglio comunale dimezzato e con una minoranza parentale che, invece di controllare l’operato dell’amministrazione, finisce per sorreggere il sindaco e la sua Giunta pur di mantenerli attaccati alla poltrona, nessun debito, piccolo o grande che sia, potrà mai essere ricondotto dentro binari sostenibili. Una crisi finanziaria, infatti, non si affronta soltanto con i numeri, ma con l’autorevolezza politica, con il controllo democratico e con la capacità di assumere decisioni anche difficili. Se avessero avuto un minimo di dignità politica, dopo l’emersione di un debito di queste dimensioni e dopo aver dimostrato di non essere capaci di gestirlo, avrebbero dovuto dimettersi tutti. Lo stesso sindaco, che in questi anni ha mostrato in molti ambiti l’incapacità di affrontare politicamente la crisi del Comune, avrebbe dovuto compiere l’unico gesto coerente: andare dal prefetto e dichiarare che, in queste condizioni, non era più in grado di assolvere al proprio mandato. Non lo ha fatto. E così non soltanto continua a trascinare il Comune dentro un abisso dal quale sarà sempre più difficile risollevarsi, ma continua anche a percepire, insieme alla sua Giunta, l’indennità di carica. Il paese sprofonda, i compaesani pagano e loro rimangono al proprio posto. Evidentemente, quando si tratta di risanare il Comune le risorse mancano; quando si tratta di restare attaccati alla poltrona, invece, non manca mai nulla.
C’è poi un aspetto che potrebbe sembrare secondario, ma che è invece dirimente per comprendere fino a che punto l’attuale amministrazione sia essa stessa politicamente coinvolta nella formazione di questo enorme debito. L’attuale vicesindaco è stato consigliere di opposizione durante la prima legislatura Teti; nella seconda legislatura fu presentata una lista civetta; nella terza e ultima consiliatura, conclusasi dopo l’inchiesta giudiziaria e le dimissioni in massa dei consiglieri comunali, quasi tutti gli attuali protagonisti della vita amministrativa di Cenadi hanno ricoperto un ruolo istituzionale. Oggi, quindi, ricondurre l’intero disavanzo finanziario del Comune esclusivamente all’ex sindaco Teti non è soltanto ingiusto, ma è politicamente e moralmente scorretto. Se quei bilanci venivano approvati all’unanimità dal Consiglio comunale, non si può sostenere oggi che la responsabilità politica appartenesse a una sola persona. Le eventuali responsabilità amministrative, contabili o giudiziarie dovranno naturalmente essere accertate nelle sedi competenti, ma la responsabilità politica è un’altra cosa: riguarda chi quei bilanci li ha votati, sostenuti e lasciati passare senza sollevare obiezioni. E quando tutti alzavano la mano, la responsabilità non poteva essere individuale. Era collettiva. Scaricare oggi tutto su ex sindaco Teti serve soltanto a costruire un colpevole comodo, dietro il quale nascondere anni di silenzi, consensi e partecipazione alle stesse scelte che hanno contribuito a trascinare il Comune nella situazione finanziaria in cui si trova.
A Cenadi, dopo quattro anni, non siamo ancora nelle condizioni di comprendere se sia stato avviato un vero processo di risanamento oppure se l’amministrazione si sia limitata a gestire, quasi burocraticamente, l’ammanco ereditato. L’ultima delibera di Giunta ha preso atto di un maggiore disavanzo pari a 1.041.757,40 euro, una cifra enorme per un Comune delle dimensioni di Cenadi, capace di modificare sostanzialmente il piano di riequilibrio 2025-2027 e di trascinarne gli effetti fino al 2029. Eppure la relazione istruttoria che dovrebbe spiegare l’origine, la composizione e le conseguenze di questo ulteriore disavanzo non è stata pubblicata insieme alla deliberazione. Senza quella relazione manca il documento fondamentale per distinguere quanto del disavanzo derivi dalla precedente amministrazione, quanto sia emerso in conseguenza delle nuove ricostruzioni contabili e quanto, invece, sia collegato ad atti, omissioni, mancate riscossioni o errori maturati durante l’attuale gestione. Ma esiste una domanda politica che non richiede né una laurea in economia né una perizia della Corte dei conti: mentre si amministrava il debito lasciato dagli altri, che cosa è stato fatto per impedire che il Comune continuasse a vivere senza liquidità, senza una riscossione efficiente, senza programmazione e con una macchina amministrativa sempre più fragile?
Già nel 2025 avevo segnalato un disavanzo vicino ai due milioni di euro, una pressione fiscale spinta ai livelli massimi e una riscossione tributaria segnata da ritardi gravissimi, prevedendo che il debito iniziale sarebbe ulteriormente lievitato. Il problema non poteva quindi essere affrontato limitandosi ad aumentare le imposte o a chiedere nuovi sacrifici ai compaesani: serviva soprattutto una direzione politica.
Perché amministrare non significa soltanto approvare delibere preparate dagli uffici, ma scegliere, programmare e assumersi la responsabilità delle conseguenze. Un’amministrazione non può considerarsi assolta soltanto perché il debito è nato prima del suo insediamento. Chi riceve un Comune fragile ha il dovere di rafforzarlo. Può non avere prodotto la crepa iniziale, ma dopo quattro anni diventa politicamente responsabile se quella crepa è ancora aperta, se continua ad allargarsi e se non è stato costruito nulla per impedirne il crollo.
La differenza è tutta qui: governare il debito significa distribuirlo negli anni, spostarlo da un bilancio all’altro e accompagnarlo lentamente verso il futuro; risanare significa interrompere il meccanismo che continua a produrlo. La vera “restanza” amministrativa sarebbe stata questa: non limitarsi a restare al governo del paese, ma restituire al Comune la capacità di reggersi sulle proprie gambe, recuperare risorse, ricostruire credibilità e creare le condizioni perché Cenadi potesse finalmente tornare a programmare il proprio futuro. Altrimenti non siamo davanti a una resistenza critica e rigenerativa, ma alla permanenza immobile di un potere che occupa il tempo, amministra il declino e chiama risanamento il semplice trascorrere degli anni. Perché restare senza cambiare nulla non è “restanza”. È soltanto permanenza. E a Cenadi, mentre loro restano, il Comune continua lentamente a sprofondare.

