Ogni mattina, quando apro i giornali e scorro i social, mi capita di imbattermi ancora nella stessa espressione: “morti bianche”. E ogni volta, prima ancora di leggere l’articolo, prima ancora di arrivare ai nomi, ai luoghi, alle dinamiche dell’ennesimo operaio caduto, schiacciato, travolto o inghiottito dal lavoro, avverto già il problema. C’è un sottofondo che emerge subito: una codardia del linguaggio. Perché “morti bianche” non è una definizione neutra. È una formula che pulisce, attenua, addomestica. Non denuncia: assuefa. Non indica responsabilità: le scolora. Non chiama in causa un sistema: lo copre con una parola pallida, innocua, quasi igienica. C’è una retorica che, a forza di essere ripetuta, diventa anestesia: il silenzio composto, la marcia senza slogan, la piazza senza bandiere, la commozione educata. Una retorica che sembra nobile, ma rischia di trasformarsi nell’ennesimo modo civile per non disturbare nessuno. Di fronte ai lavoratori che muoiono nei cantieri, nei depuratori, sulle impalcature, nei campi, nei lidi, nei luoghi dove il lavoro dovrebbe produrre dignità e invece produce morte, il silenzio non è più una forma di denuncia. È una gabbia.
Il silenzio serve quando bisogna meditare, capire, riflettere. Ma in Calabria, sulle stragi continue del lavoro, si è già meditato abbastanza. Si è già abbassata la testa troppe volte davanti alle bare, ai comunicati, agli appelli istituzionali, ai tavoli tecnici, alle promesse di prevenzione. Oggi quel silenzio rischia di diventare un sigillo: chiude il dolore dentro una forma ordinata, lo rende sopportabile e lo consegna alla cronaca e poi lo lascia morire insieme ai morti. E già l’espressione “morti bianche” è un’offesa al linguaggio prima ancora che ai lavoratori: “bianca” è una parola neutra, pulita, quasi innocente. Ma qui non c’è niente di neutro, niente di pulito, niente di innocente. Il bianco, come il silenzio, mette tutti sullo stesso piano. E invece non siamo tutti sullo stesso piano. Non lo è chi muore schiacciato da un camion-gru rispetto a chi organizza il lavoro. Non lo è chi cade da un ponteggio rispetto a chi risparmia sulla sicurezza. Non lo è chi esce di casa la mattina senza sapere se tornerà vivo la sera rispetto a chi firma appalti, subappalti, ribassi, procedure, controlli mancati e responsabilità scaricate. Per questo quella retorica va capovolta. Non serve una marcia silenziosa per dire “basta”. Serve una voce collettiva che urli basta a squarciagola. Serve dire che un lavoratore non deve entrare in un cantiere come si entra in guerra, che queste morti non sono casuali: sono il prodotto di un sistema che, se non cambia, accetta scientificamente che qualcuno continui a morire.
Persino un uomo che volesse morire sul lavoro dovrebbe trovare impossibile farlo, perché tutto, in un luogo di lavoro, dovrebbe gridare vita, protezione, sicurezza, dignità. Invece oggi troppi luoghi di lavoro gridano morte. E davanti a questo non basta il raccoglimento. Non basta il cordoglio. Non basta la presenza composta di sindacati e imprenditori nella stessa piazza, se poi quella piazza non produce conflitto, vertenza, controllo, rottura, denuncia permanente. Quando il lavoro uccide, tacere non è più rispetto. Tacere diventa una forma elegante di resa. Tacere è codardia. Il paradosso è tutto qui. Da una parte si dice, giustamente, che il lavoro in Calabria è “precario, sottopagato e ricattabile”, che esistono “contratti pirata”, “dumping salariale”, “part-time involontario”, “turni spezzati” e assenza di welfare. Dall’altra, quando quello stesso sistema produce morti, si sceglie la forma più innocua possibile: il silenzio. Ma se il lavoro è ricattabile, se il salario è dumping, se i contratti sono pirata, allora non siamo davanti a una fatalità. Siamo davanti a una struttura organizzata di sfruttamento. Non si può denunciare il lavoro come lavoro di serie B e poi accompagnare i morti con una marcia di serie C, composta, muta, addomesticata. Anche la frase “una protesta che non urla ma interpella” sembra elegante, ma proprio qui sta il problema. Interpellare chi? Le istituzioni? Le imprese? Gli stessi soggetti che da anni siedono nei tavoli, firmano protocolli, parlano di prevenzione, promettono controlli e poi lasciano che il lavoro continui a uccidere? In Calabria non serve una protesta che interpella. Serve una protesta che accusa, che nomina le responsabilità, che rompe la liturgia del cordoglio. E quando si legge che alla marcia aderiscono anche Unindustria e Ance Calabria, il corto circuito diventa evidente: una piazza dove sindacati e associazioni datoriali marciano insieme, in silenzio, rischia di cancellare proprio il conflitto che dovrebbe emergere.
La vera piattaforma da costruire non può essere quella della marcia silenziosa né quella dell’ennesimo tavolo istituzionale. Una piattaforma coerente dovrebbe avere un solo punto netto: sciopero generale regionale ogni volta che un lavoratore muore sul lavoro. Non una manifestazione simbolica a Catanzaro, ma una mobilitazione diffusa in ogni paese, in ogni città, nelle campagne, nei cantieri, nei porti, nei siti produttivi. Quel giorno la Calabria dovrebbe fermarsi. Dovrebbero suonare a morto le campane di ogni campanile. E se nelle poche fabbriche calabresi la sirena segna l’inizio e la fine del turno, allora i campanili dovrebbero ricordare a tutti che, quel giorno, un lavoratore non è semplicemente morto: è stato ammazzato dal lavoro. La Filcams scrive che “dove il lavoro è più debole, proliferano sfruttamento e abbassamento dei diritti”. Ecco il punto. Se il lavoro è debole, non lo si rafforza con il silenzio. Lo si rafforza con la lotta, con la vertenza, con l’urlo pubblico, con la denuncia permanente. Il silenzio può essere rispetto davanti a una bara. Ma se diventa la forma politica della risposta sindacale, allora non è più rispetto: è arretramento. È il modo più educato per non disturbare il sistema che si dice di voler cambiare.

