C’è una domanda che nessuno sembra volersi porre. La società che vuole realizzare il parco eolico sulle nostre montagne porta il nome di San Vito sullo Ionio. Non un nome qualsiasi, ma quello di un’intera comunità, della sua storia, della sua identità e del suo territorio. E allora mi chiedo: con quale legittimazione politica continua a presentarsi con quel nome se proprio quella comunità è scesa in piazza contro quel progetto? Se centinaia di cittadini manifestano la loro contrarietà, se il Consiglio direttivo della Comunità del Parco delle Serre esprime un parere contrario, se il territorio rivendica il diritto di difendere il proprio paesaggio, come può una società continuare a richiamarsi all’immagine di San Vito sullo Ionio come se ne fosse l’interprete?
Ancora più incomprensibile è il silenzio del sindaco. Se davvero ritiene che quella mobilitazione rappresenti il sentimento della popolazione, perché non prende formalmente le distanze? Perché non approva un atto di biasimo nei confronti di una società che continua a utilizzare il nome del Comune per un progetto che la stessa comunità contesta?
Non si tratta di una questione giuridica. Si tratta di dignità istituzionale. Il nome di un paese non è un marchio commerciale da spendere quando conviene. È il patrimonio di una comunità. E quando quella comunità dice “no”, le sue istituzioni hanno il dovere di far sentire la propria voce. Il silenzio, invece, finisce per sembrare un consenso. E San Vito sullo Ionio merita molto più di un sindaco che, proprio nel momento in cui dovrebbe rappresentare il proprio paese, preferisce nascondersi.
Mentre scrivo questa mia riflessione, mi vengono in mente alcune parole del libro dei Proverbi e sono andato a verificarli per non sbagliare. “Un buon nome è da preferirsi alle molte ricchezze.” Proverbi 22,1. Ed è vero. Per questo il nome di un paese non appartiene a una società privata, ma alla sua comunità. Se quella comunità rifiuta un progetto, anche il suo nome non può essere trasformato nello strumento con cui quel progetto viene presentato al mondo. Il sindaco dovrebbe essere il primo custode di quel patrimonio immateriale. Se non difende neppure il nome del proprio paese, allora resta una domanda inevitabile: che cosa sta amministrando davvero?
Io sono convinto che le persone siano anche i libri che hanno letto. E sono altrettanto convinto che ogni lettura, anche quando crediamo di averla dimenticata, continui silenziosamente a modellare la nostra coscienza. Puoi leggere centinaia di libri e pensare di non ricordarne più nulla. Poi, all’improvviso, basta una parola, un’immagine, un luogo, e quelle pagine tornano a vivere dentro di te. Erano sempre rimaste lì, in attesa di essere richiamate. Questa è la forza della letteratura: nulla di ciò che entra davvero nell’anima va perduto. Lo stesso accade con i nomi dei luoghi, delle persone e delle comunità. Non sono semplici etichette, ma depositi di memoria, identità e appartenenza. Per questo non possono essere trattati come un marchio da utilizzare secondo convenienza. Quando si spezza il legame tra un nome e la comunità che lo ha generato, non si impoverisce soltanto una parola: si indebolisce una storia, si incrina una memoria collettiva e si rischia di trasformare un patrimonio condiviso in una semplice operazione di mercato.
Ma, oltre ai testi sacri e alla grande letteratura, il sindaco di San Vito potrebbe fare una cosa molto più semplice: invitare l’autrice di Montagnaammare, Eliana Iorfida, che ho avuto la fortuna di conoscere durante la presentazione del libro a Cenadi. “Montagnaammare è il nome che la terra si è data da se, in secoli di geologia spericolata. Lui non ha dovuto far altro che pronunciarlo”. Forse si renderebbe conto che non è soltanto la letteratura a dare un nome alle cose e alle parole: sono anche i luoghi a forgiarle, a riempirle di significato, a consegnarle alla memoria.
Potrebbe anche ascoltare il musicista suo compaesano Francesco Denaro. Nella musica che nasce dal pizzicare delle corde della sua chitarra si avverte qualcosa che viene direttamente dai luoghi, dalla loro voce più profonda. Forse sono proprio i luoghi a generare i suoni, mentre l’autore non fa altro che raccoglierli, scolpirli e portarli alla luce. Come uno scultore che non impone alla materia un’opera già pensata, ma la riconosce dentro la pietra e la libera, così lo scrittore e il musicista non inventano fino in fondo ciò che raccontano: lo fanno emergere da una terra, da una memoria, da una comunità. Ed è proprio per questo che il nome di un luogo non può essere ridotto a una semplice insegna societaria. Dentro quel nome ci sono storie, suoni, volti e appartenenze. Cose che un sindaco dovrebbe custodire, non lasciare in prestito al primo progetto industriale che passa.

