Quanto vorrei che anche il mio paese riuscisse a riappropriarsi della propria dignità civile e politica, come è accaduto a San Giovanni in Fiore, liberandosi da una gestione amministrativa fondata sull’appartenenza parentale, sull’amichettismo, sui legami di sangue e su interessi chiusi dentro circuiti ormai palesemente privi di morale pubblica e di etica amministrativa.
Io non so più che parole usare per definire i nostri amministratori. Potrei dire che sono superficiali, ignoranti amministrativi, politicamente falsi e amministrativamente disonesti, anche se alcuni atteggiamenti mi portano ad arrivare anche nella sfera privata. Potrei dire che sono approfittatori della democrazia, meglio ladri di democrazia, visto come continuano a reggersi dentro il Consiglio comunale. Potrei dire che sono ipocriti. Ma nessuna di queste parole basta davvero. Ce n’è una che condensa tutto. E ormai è certo: sono dei coglioni amministrativi.
A Cenadi ormai non basta più ricevere una lettera dal Comune. Bisogna anche uscire di casa, fare il giro del paese, controllare i muri, le bacheche e, se resta tempo, magari leggere pure l’avviso che ti è arrivato a casa. Oppure c’è un altro sistema, quello che forse soddisfa le persone che hanno con gli amministratori un rapporto amicale e parentale. Forse a quelli telefona direttamente il sindaco, o il vicesindaco, oppure l’assessore. Per gli altri, la solita e stupida procedura amministrativa. Eppure, visto che oggi tutti sono sui social, basterebbe usarli per far arrivare le comunicazioni.
Il Comune ti manda una comunicazione per pagare la TARI, quella comunicazione arriva tardi, le scadenze indicate non sono più realmente quelle, e la correzione non ti viene comunicata personalmente, ma appesa in giro come se fossimo ancora nel tempo del banditore comunale. Forse quel sistema era persino più efficace: una tromba suonava e il banditore gridava la notizia. Oggi, nel tempo delle comunicazioni istantanee e con tutti i mezzi disponibili, siamo ritornati al pre-Medioevo. O meglio ancora all’età feudale, dove il pinco pallino di turno che aveva il potere faceva “come cazzo gli pareva a lui”. E scusate il francesismo.
La cosa, se non fosse grave, sarebbe persino comica. Arriva una lettera ordinaria, non una raccomandata, non una comunicazione tracciata, non un atto che ti mette nelle condizioni di sapere con certezza quando è stato spedito, quando è stato ricevuto e da quando decorrono realmente i termini. Dentro c’è l’avviso TARI 2025. Si parla di rata unica e prima rata al 30 aprile 2026, seconda rata al 30 maggio 2026. Poi, successivamente, scopro un manifesto del Comune di Cenadi nel quale si informano i compaesani che, a seguito della postalizzazione avvenuta il 17 aprile 2026, si sono verificate problematiche tecniche nel recapito. Per questo motivo le scadenze vengono prorogate: rata unica e prima rata al 30 giugno 2026, seconda rata al 30 luglio 2026. Benissimo la proroga. Ma la domanda è semplice: se uno quel manifesto non lo ha visto, chi glielo dice? Un compaesano non è obbligato a leggere i muri per sapere quando deve pagare una tassa. Il manifesto può anche servire come avviso pubblico, ma se prima hai mandato a casa un avviso personale di pagamento, e poi ti accorgi che quell’avviso è arrivato tardi o male, la correzione deve arrivare almeno con un mezzo altrettanto chiaro, diretto e personale. Altrimenti si creano due categorie di compaesani: quelli che vedono il manifesto e quelli che non lo vedono; quelli che sanno della proroga e quelli che restano con l’ansia della scadenza vecchia; quelli che possono pagare con più calma e quelli che, per paura, magari pagano tutto e subito.
Non è una questione secondaria. Non è una questione di forma. È una questione di rispetto, di uguaglianza e di buon andamento amministrativo. Un Comune non può chiederti soldi con una lettera e poi correggere quella lettera con un foglio appeso al muro. Non può pretendere che il compaesano sia preciso, puntuale, ordinato e informato, mentre l’amministrazione comunica come capita, quando capita e dove capita. C’è poi un altro punto ancora più serio. Dal manifesto, almeno per quello che si vede, non emerge chiaramente se questa proroga sia stata disposta con una determina, con una delibera, con un provvedimento formale, protocollato e pubblicato. Può anche darsi che l’atto esista, ma il compaesano non dovrebbe essere costretto a fare l’investigatore amministrativo per scoprirlo. Una proroga dei termini di pagamento di un tributo non dovrebbe vivere solo appesa a un muro. Dovrebbe avere un atto chiaro, rintracciabile, pubblicato, comprensibile, con un responsabile, una data, un numero e una motivazione precisa. Perché se la scadenza originaria cambia, quella modifica non può sembrare una concessione orale, una pezza messa dopo il danno o un foglio buttato lì per pararsi il culo. E riscusatemi ancora una volta il francesismo.
Anche perché, per tutte le stupidate che scrivono, ormai nessuno ci crede più. Come è successo per il regolamento per l’assegnazione dei loculi: quello che scrivono loro poi non lo capiscono, e cercano di imbonire le persone con la loro ignoranza retorica. Un contribuente non è tenuto a fare il pellegrinaggio amministrativo davanti agli avvisi appesi. Non deve vivere con l’ansia di essersi perso l’ultimo foglio comparso in paese. Quando ti arriva una botta da pagare, la prima cosa che provi è l’ansia di trovare i soldi. La TARI non è il programma della festa patronale, non è l’avviso della sagra, non è il manifesto della partita di calcetto. È un tributo. Sono soldi veri. Soldi che le famiglie devono togliere dal proprio bilancio per pagare un servizio pubblico. Forse soltanto chi sta bene economicamente, come i nostri amministratori, di questa ansia non prova nessun effetto. Perché, di fatto, i loro tributi glieli paghiamo noi, con le indennità che prendono.
Quando si parla di soldi pubblici, la comunicazione deve essere seria, diretta, formale, comprensibile e uguale per tutti. Invece a Cenadi sembra funzionare sempre allo stesso modo: quando deve pagare il compaesano, il Comune sa dove abita; quando deve correggere un proprio errore, il compaesano deve arrangiarsi. Se passa davanti al manifesto, bene. Se non passa, pazienza. Se capisce, bene. Se non capisce, paga, si spaventa, si confonde, magari versa tutta la cifra per intero perché pensa di non poter più rateizzare. E poi, come sempre, la responsabilità diventa sua.
Se poi ragionassimo su come lo stesso comune gestisce l’imposizione della Tari e lo stesso servizio, ci rendiamo conto, che Cenadi è investito non dolo da un coglionismo amministrativo, ma da una vera e assurda inettitudine e incapacità. Dai documenti del PEF 2024-2025 emerge un dato ancora più grave: il Comune non dimostra in modo chiaro quanto la raccolta differenziata abbia realmente inciso sulla riduzione della TARI. La percentuale indicata, pari al 56,26%, viene perfino considerata non soddisfacente. E, nella parte relativa al monitoraggio dei costi efficienti della raccolta differenziata, si legge che l’Ente, in mancanza dei dati richiesti, si è basato su un calcolo di default. Tradotto: il Compaesani separa i rifiuti, ma non sa quanto questo comportamento virtuoso gli faccia davvero risparmiare. E non solo dagli stessi documenti risulta che il Comune ha ceduto al gestore i ricavi derivanti dalla vendita dei materiali. Allora la domanda diventa inevitabile: se i ricavi della differenziata vanno al gestore, quale beneficio concreto torna nelle tasche dei compaesani? Perché una cosa è chiedere ai compaesani di differenziare; altra cosa è dimostrare, numeri alla mano, che quella differenziata riduce davvero la tariffa.
E qui sembra emergere un paradosso: la differenziata la fanno i compaesani, i costi li pagano i Compaesani, i dati completi mancano, i ricavi risultano ceduti al gestore e la TARI aumenta comunque.
Il problema è proprio questo: non siamo davanti a un inciampo. Siamo davanti a un metodo. Lo abbiamo visto con i loculi cimiteriali. Anche lì la procedura non sembrava costruita per accompagnare il compaesano, ma per metterlo davanti a un adempimento secco, freddo, burocratico. Per non parlare della figura barbina che il sindaco, il vicesindaco e i dirigenti hanno fatto durante la riunione indetta per l’assegnazione. Quella è la prova provata non solo dell’arroganza, ma di un coglionismo amministrativo che ormai non è più un incidente: è il modo stesso con cui amministrano. E se a tutto questo aggiungiamo che ormai sono passati anni e ancora non sono riusciti ad assegnare i loculi, il termine coglioni amministrativi non basta per definirli. Nei miei precedenti articoli ho già evidenziato anche l’assurdità di una documentazione poco chiara, il problema della delibera tariffaria e del regolamento. Non si tratta solo di loculi. Si tratta di come il Comune tratta le persone quando sono più fragili: davanti alla morte, davanti alle tasse, davanti alla paura di sbagliare.
Lo abbiamo visto con lo scuolabus. Lo abbiamo visto con l’IMU e con la fiscalità locale. Il compaesano viene spesso messo nella condizione di dover dimostrare ciò che il Comune dovrebbe sapere, verificare e documentare prima di chiedere soldi. Vecchie imposte, accertamenti, notifiche, atti interruttivi, ricevute da ritrovare dopo anni. Il contribuente diventa l’archivio vivente del Comune. Se ha conservato la ricevuta, forse si salva. Se non la trova, paga. E intanto la macchina amministrativa continua a funzionare come un vecchio Commodore 64: lenta, rumorosa, piena di schermate incomprensibili, ma sempre pronta a stampare un bollettino. E se aggiungessi che lo stesso Comune ha usato i soldi del PNRR per costruire parcheggi inutili e potenziare i servizi grazie alla digitalizzazione, allora tutto viene a galla. E non è ricotta, ma…
Non governa la politica. Non governa una visione. Non governa un’idea di comunità. Governa il foglio. Governa quella lingua amministrativa che trasforma ogni errore in “problematica tecnica indipendente dalla volontà dell’Amministrazione”. Che frase meravigliosa: “indipendente dalla volontà dell’Amministrazione”. Ormai hanno la lingua piena di questa frase. La colpa è sempre degli altri. Ma, per come è oggettivo per il governo Meloni, anche questa amministrazione non può ogni volta uscirsene con la stessa frase: la colpa non è nostra, dopo una legislatura ormai al termine.
Io ormai non mi vergogno più del sindaco, del vicesindaco e dell’assessore: io mi vergogno per loro e per i consiglieri comunali, almeno quei pochi che non sono costretti da parentela a mantenere a galla una tale amministrazione. Le dimissioni dovrebbero essere l’unico gesto etico, morale e onesto che possono fare. Perché, se non lo fanno, allora vuol dire che c’è qualcosa sotto che noi non conosciamo, ma possiamo presumere: interessi personali e non quelli della comunità cenadese.
Un Comune non può funzionare così. Non può pretendere puntualità assoluta dal compaesano e poi comunicare in ritardo. Non può chiedere soldi con una lettera e correggere la lettera con un manifesto. Questa non è amministrazione. È una cughjunetta burocratica diventata sistema.E la cosa più grave è che, ormai, non scandalizza quasi più nessuno. Ci siamo abituati. Oppure, anche in questo caso, c’è sotto qualcosa che io non riesco a capire. Una sorta di cappa omertosa dove tutto è possibile, dove tutto può essere digerito senza che nessuno si indigni. Sopporta, abbozza, senza ribellarsi mai. Ecco perché questa vicenda della TARI non è piccola. È enorme. Racconta esattamente la postura del Comune davanti ai compaesani. Non una comunità da informare, ma contribuenti da spremere. Non persone da accompagnare, ma destinatari di avvisi. Non compaesani titolari di diritti, ma sudditi che devono leggere i muri per non sbagliare.
A Cenadi, da troppo tempo, il compaesano viene chiamato comunità quando deve applaudire, contribuente quando deve pagare, disturbatore quando chiede spiegazioni, problema quando pretende trasparenza. Ma un paese non si governa così. Un paese non si tiene insieme con i manifesti appesi dopo l’errore. Questa TARI arrivata tardi e corretta sui muri è solo l’ultima fotografia di una lunga agonia amministrativa. Prima i loculi, poi lo scuolabus, poi l’IMU, poi la TARI, poi il bilancio, poi l’acqua, poi la montangna, poi tutto il resto. Ogni volta cambia l’oggetto, ma il metodo resta identico: confusione, ritardo, opacità, scaricabarile e compaesano lasciato solo.
E allora, davanti a questa ennesima perla, non resta che una conclusione: a Cenadi anche la spazzatura ha una tassa, ma la vera spazzatura amministrativa resta gratis, appesa ai muri, offerta quotidianamente alla pazienza dei compaesani.
