Cenadi (CZ) · sabato 29 Agosto 2026
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Quando il lavoratore diventa una pratica.

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Caporalato, disoccupazione agricola e la crisi della rappresentanza.

In questi giorni, prima e dopo la manifestazione di Amendolara, ho continuato a ripensare alle parole pronunciate da Maurizio Landini sul palco. Parlava di persone ridotte in cenere dalle grinfie del caporalato. Una frase forte, difficile da contestare dopo quello che è accaduto sulla Statale 106. Eppure, mentre ascoltavo quei discorsi e leggevo le cronache, continuava a tornarmi in mente una domanda diversa. Se i lavoratori agricoli, migranti e calabresi, attraversano ogni anno una quantità enorme di pratiche di disoccupazione agricola, com’è possibile che il loro sfruttamento emerga pubblicamente quasi sempre soltanto dopo una tragedia?

La domanda nasce da una parte della mia esperienza personale. Per alcuni anni ho lavorato dentro il sistema dei servizi sindacali. In un primo momento mi occupavo delle pratiche di disoccupazione agricola. Successivamente passai alla gestione delle giornate agricole per conto delle aziende. Vidi così il funzionamento del sistema da entrambe le parti della scrivania: prima dal lato del lavoratore che chiedeva una prestazione, poi da quello dell’azienda che dichiarava le giornate necessarie per maturarla.

Ricordo bene il periodo delle disoccupazioni agricole. Arrivavano pratiche da ogni parte del territorio. Non sempre erano i lavoratori a presentarsi negli uffici. In molti comuni esistevano collaboratori che raccoglievano la documentazione e facevano da tramite con il sindacato o con il patronato. Era un sistema costruito per raggiungere territori lontani dalle sedi principali e garantire un servizio diffuso. Ogni pratica aveva un proprio valore, un proprio punteggio. Pensioni, invalidità, dichiarazioni dei redditi, disoccupazioni agricole: tutto contribuiva a determinare rimborsi e attività delle strutture territoriali.

Non c’era nulla di illegale in quel meccanismo. Era semplicemente il modo in cui il sistema funzionava. Ma col tempo ho iniziato a chiedermi che cosa restasse fuori da quei fascicoli. Dentro una pratica c’erano giornate lavorate, dati anagrafici, documenti, importi. C’era il lavoratore come soggetto previdenziale. Mancava quasi sempre il lavoratore come persona. Nessun modulo raccontava come fossero state svolte quelle giornate. Nessun fascicolo descriveva le ore trascorse nei campi sotto il sole, le condizioni dell’alloggio, il costo del trasporto, la paura di perdere il lavoro o la dipendenza da chi controllava l’accesso all’occupazione. Tutti elementi che, pure, fanno parte della vita concreta di un bracciante molto più di una domanda presentata all’INPS.

Quando successivamente passai a occuparmi delle giornate agricole per conto delle aziende, la sensazione si rafforzò. Mi resi conto che il lavoro agricolo produce una quantità enorme di informazioni. Le aziende dichiarano le giornate, i consulenti le gestiscono, i patronati raccolgono le domande, l’INPS liquida le prestazioni. Attorno al lavoratore ruota una filiera amministrativa complessa e articolata. Per questo faccio fatica ad accettare la parola “invisibili”. In Calabria, ogni anno, oltre sessantamila persone accedono alla disoccupazione agricola. Negli ultimi anni sono stati erogati centinaia di milioni di euro attraverso questo strumento. Non stiamo parlando di una realtà nascosta. Stiamo parlando di una parte consistente dell’economia regionale. Una realtà che produce numeri, statistiche, prestazioni, documenti e rapporti amministrativi.

Eppure esiste una differenza profonda tra conoscere un lavoratore e conoscere una pratica. La pratica racconta che una persona ha maturato un certo numero di giornate. Il lavoratore racconta il modo in cui quelle giornate sono state costruite. La pratica fotografa un diritto. La persona racconta il percorso che ha portato a quel diritto. E non sempre le due cose coincidono. È qui che emerge una contraddizione che non riguarda soltanto il sindacato, ma l’intera filiera agricola. Le aziende vedono una parte del fenomeno. I consulenti ne vedono un’altra. I patronati ne vedono un’altra ancora. Le istituzioni dispongono di dati e statistiche. Ognuno osserva un frammento della realtà. Raramente quei frammenti vengono ricomposti dentro una lettura complessiva delle condizioni di vita e di lavoro.

Per questo la tragedia di Amendolara dovrebbe lasciare una domanda più scomoda di quelle che normalmente seguono eventi del genere. Non soltanto chi abbia sfruttato, chi abbia reclutato manodopera o chi abbia taciuto. Ma come sia possibile che un sistema capace di registrare, assistere e amministrare decine di migliaia di lavoratori continui a conoscere molto bene la loro esistenza burocratica e molto meno la loro esistenza reale.

Naturalmente sarebbe ingiusto sostenere che il sindacato sia rimasto assente. Negli anni, soprattutto attraverso la FLAI CGIL, sono nate esperienze come il sindacato di strada, le unità mobili che raggiungevano gli insediamenti dei braccianti, la distribuzione di materiale informativo, l’assistenza legale e persino la consegna di giubbotti catarifrangenti per ridurre il rischio di incidenti lungo le strade percorse a piedi dai lavoratori. Chiunque abbia visto quelle iniziative sa che non erano inutili. In alcuni casi hanno rappresentato l’unico contatto tra un lavoratore e una forma di tutela. Ma proprio per questo vale la pena porsi una domanda ulteriore. Quanto quelle esperienze sono riuscite a trasformarsi in una presenza stabile e quotidiana? Quanto hanno costruito percorsi di emancipazione e quanto sono rimaste legate a campagne nazionali, progetti temporanei o momenti emergenziali?

Aiutare qualcuno nell’immediato è necessario. Proteggerlo da un pericolo è doveroso. Ma la vera sfida consiste nel creare le condizioni perché quella persona non abbia più bisogno di essere soccorsa. Se il lavoratore continua a vivere nelle stesse condizioni abitative, a dipendere dagli stessi intermediari e a subire gli stessi rapporti di forza, il rischio è che l’assistenza finisca per amministrare la vulnerabilità invece di superarla. Forse è qui che il sindacato dovrebbe interrogarsi maggiormente. Non sulla propria presenza, ma sull’efficacia di quella presenza. Perché quando il rapporto con il lavoratore passa prevalentemente attraverso una pratica, una delega o una prestazione, il rischio è che la rappresentanza si riduca progressivamente a gestione del bisogno. E un sindacato che gestisce il bisogno senza trasformarlo rischia, suo malgrado, di adattarsi a un sistema che continua a produrlo.

Ma sarebbe sbagliato fermarsi qui. Per comprendere davvero il fenomeno bisogna allargare ulteriormente lo sguardo. Perché il caporalato non nasce soltanto nei campi. Nasce dentro un modello produttivo che da anni spinge l’agricoltura verso una competizione sempre più aggressiva. La grande distribuzione impone prezzi bassi, i produttori cercano margini sempre più ridotti e il lavoro diventa spesso il costo più semplice da comprimere. Francesco Ciconte, nel libro “Cibo e politica”, ricorda come dietro ogni prodotto alimentare si nasconda una scelta politica oltre che economica. Il prezzo di una confezione di fragole non racconta soltanto il costo della terra, dell’acqua o del trasporto. Racconta anche il valore attribuito al lavoro necessario per produrla.

Quando troviamo sugli scaffali prodotti agricoli a prezzi sempre più bassi, raramente ci chiediamo chi stia assorbendo il costo di quella convenienza. Spesso lo assorbono i piccoli produttori, schiacciati da margini insufficienti. Altre volte lo assorbono i lavoratori, attraverso salari bassi, precarietà e ricattabilità. Altre volte ancora lo assorbono interi territori che vedono consolidarsi modelli produttivi fondati sulla competizione al ribasso. Per questo sarebbe troppo semplice attribuire ogni responsabilità al caporale. Il caporale è spesso l’ultimo volto visibile di una catena molto più lunga. Una catena che parte dalle politiche agricole, attraversa la distribuzione commerciale, passa per le aziende, incontra sindacati e istituzioni e arriva fino alle scelte quotidiane dei consumatori.

Anche noi, nel nostro piccolo, ne facciamo parte. Non perché siamo responsabili dello sfruttamento, ma perché siamo stati educati a considerare il prezzo come l’unico criterio di giudizio. Eppure il costo reale di un prodotto non scompare mai. Viene semplicemente trasferito altrove, sulle spalle di qualcun altro. Forse è questa la riflessione più amara che ci lascia Amendolara. Quei quattro lavoratori non erano invisibili. Erano registrati, censiti, amministrati. Facevano parte di un sistema che li conosceva abbastanza da contarli, ma non abbastanza da proteggerli. E forse la vera domanda che dovremmo porci non è dove fossero i lavoratori. Erano sempre stati lì. La domanda è perché siamo capaci di accorgerci della loro umanità soltanto quando una tragedia la restituisce alle pagine dei giornali.

Forse è proprio questo che Amendolara ci obbliga a vedere. Non soltanto quattro uomini morti in modo atroce, ma una realtà che esisteva prima di loro e che continuerà a esistere dopo di loro se non avremo il coraggio di guardarla fino in fondo. Perché il problema non è la miseria. La miseria è spesso soltanto il risultato finale. Il problema è la violenza che si nasconde dentro relazioni considerate normali, dentro un sistema che finisce per attribuire più valore al costo di una giornata di lavoro che alla vita di chi quella giornata la trascorre nei campi. È una violenza che non sempre si manifesta con le minacce o con i soprusi più evidenti. A volte assume la forma dell’indifferenza, dell’abitudine, della capacità di convivere con ciò che sappiamo senza sentirci chiamati in causa.

Da Amendolara fino agli sportelli dove si compilano le disoccupazioni agricole, dai campi alle corsie dei supermercati, dai tavoli della grande distribuzione fino alle nostre tavole, corre un unico filo. È il filo che lega il lavoro, il profitto e la dignità umana. Spezzarlo significa prima di tutto comprendere. Comprendere che il passato non è mai davvero passato e che certe forme di sopraffazione cambiano volto, cambiano lingua, cambiano protagonisti, ma continuano a ripresentarsi. Per questo la vera sfida non è ricordare i lavoratori soltanto quando diventano vittime. La vera sfida è riconoscerli quando sono ancora vivi.

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