Ogni volta che leggo documenti elaborati dai livelli nazionali del sindacato, e in modo particolare dalla CGIL, mi pongo sempre la stessa domanda: quanta parte di quegli impianti arriva davvero nel mio territorio? Quanti lavoratori ne vedono un beneficio concreto nel cedolino, nell’orario, nella sicurezza, nella possibilità di essere ascoltati prima che il danno sia già fatto? La risposta che mi do, conoscendo lo stato del lavoro al di qua del Pollino, è semplice e amara: poco. Troppo poco.
Il nuovo patto unitario tra CGIL, CISL e UIL viene presentato come una svolta. A mio parere, più che una svolta, sembra l’ennesimo tentativo di mettere ordine dall’alto in un mondo del lavoro che, in basso, continua a perdere salario, diritti e forza contrattuale. Il documento serve ad aprire un negoziato con le associazioni datoriali per arrivare a un accordo quadro su contratti, rappresentanza, salari, formazione, sicurezza, partecipazione e contrasto ai contratti pirata. Sono temi importanti, nessuno può negarlo. Ma chi vive di stipendio non mangia con le architetture contrattuali. Chi lavora nei supermercati, negli appalti comunali, nell’igiene urbana, nei call center, nei campi agricoli o nei servizi poveri della Calabria giudica un accordo da cose molto concrete: il cedolino, il Libro Unico del Lavoro, l’orario reale, la sicurezza, la possibilità di dire no senza rischiare di perdere tutto.
In questi giorni, mentre sto finendo un lavoro da mettere in rete sul calcolo della giusta retribuzione dei lavoratori del comparto igiene ambientale, tutto questo mi è ancora più chiaro. La piattaforma ripropone il cuore del Patto della Fabbrica: contratto nazionale, secondo livello, TEM, TEC, IPCA, produttività, rappresentanza certificata. Cambiano alcune parole, si aggiungono capitoli nuovi, ma l’impianto resta quello. Il salario minimo contrattuale viene ancora legato a un indice che non restituisce pienamente il costo reale della vita, mentre il resto dovrebbe arrivare dalla produttività, dalla contrattazione aziendale o territoriale, dal welfare e dagli elementi aggiuntivi. Ma al di qua del Pollino, e soprattutto per tanti lavoratori dell’igiene ambientale, questi acronimi restano spesso incomprensibili. Non per incapacità dei lavoratori, ma per la scarsissima prossimità del sindacato, che in molti piccoli comuni, ma anche nelle città più grandi, finisce per essere solo un collettore di deleghe. Così la formazione e l’informazione dei lavoratori, tanto richiamate nella piattaforma, restano spesso un miraggio.

È qui che la distanza con la Calabria diventa evidente. Il secondo livello, in molte realtà del Sud, non è una possibilità concreta: è una promessa lontana. Dove ci sono piccole aziende, part-time imposti, appalti al ribasso, cooperative deboli, comuni senza risorse, servizi esternalizzati e lavoratori isolati, la contrattazione decentrata spesso non esiste. E quando non esiste, il lavoratore resta appeso al minimo nazionale. Se quel minimo è basso, tutto il resto diventa una formula vuota. Anche il TEC, il trattamento economico complessivo, può sembrare moderno, ma dentro può finirci di tutto: paga base, scatti, welfare, indennità, riduzioni d’orario, sanità integrativa, benefit. Il lavoratore, però, vive del netto mensile. Una paga oraria povera non diventa dignitosa solo perché viene sommata ad altre voci che non sempre sono salario vero, libero e immediatamente spendibile. Questo si capisce meglio aprendo una busta paga che leggendo un comunicato confederale: part-time, ore residue, indennità che compaiono o non compaiono, scatti, ROL, ferie, basi di calcolo e voci accessorie possono cambiare davvero la vita di chi lavora.
Anche la rappresentanza certificata viene presentata come rimedio ai contratti pirata. Ed è vero che i contratti pirata sono un problema enorme. Servono regole per stabilire chi rappresenta davvero lavoratori e imprese. Ma la rappresentanza non può diventare solo una procedura tra apparati. In Calabria il problema non è soltanto quale sigla firma un contratto: il problema è se il sindacato entra prima nei luoghi di lavoro o arriva dopo il danno. Nei supermercati dove emergono accuse di salari restituiti, pressioni e condizioni umilianti, la questione non è se esista un CCNL; la questione è perché il lavoratore resti solo fino all’intervento degli organi di controllo. Se la tutela arriva dopo la Guardia di Finanza, dopo l’inchiesta, dopo il clamore, allora il sindacato conserva una funzione, ma perde la sua missione principale: prevenire il ricatto. Lo stesso vale per quello che è rimasto della Telecontact a Catanzaro: quando una riorganizzazione aziendale riguarda centinaia di lavoratori, non basta un comunicato a scelta già avanzata. La piattaforma parla di partecipazione, digitalizzazione e confronto preventivo. Bene. Ma la partecipazione vera non è essere informati quando la decisione ha già preso forma. È poter intervenire prima, quando si decide il destino del lavoro.
Il punto estremo è Amendolara. Quattro braccianti morti dentro un minivan non sono solo una tragedia di cronaca, ma una domanda rivolta a tutto il sistema sindacale e istituzionale: chi rappresenta chi non ha una RSU, non ha una bacheca sindacale, non conosce il contratto applicato e dipende da altri per il trasporto, per l’alloggio e per la giornata nei campi? Non serve usare parole più grandi degli accertamenti giudiziari, ma il metodo dello sfruttamento è evidente: isolamento, paura, dipendenza, ricatto. Sarebbe però un errore pensare che il caporalato sia solo un problema del Mezzogiorno, solo agricolo e solo maschile. I dati riportati dal manifesto dicono altro: nelle campagne il 31% dei lavoratori risulta irregolare, contro il 9,9% degli altri settori; circa un quarto del milione di lavoratori agricoli è esposto a forme di sommerso, sfruttamento e caporalato; l’89% dei braccianti risulta formalmente assunto, ma resta comunque in balia di chi impone paga, ore e condizioni reali. Ancora più pesante è la condizione delle donne, che lavorano dentro lo stesso sistema di ricatto e vengono pagate tra il 17% e il 37% in meno. Questo dimostra che il problema non è solo l’assenza del contratto, ma la distanza tra contratto scritto e lavoro reale. Il caporalato vive dentro le filiere, nei prezzi schiacciati, nella grande distribuzione che pretende prodotti sempre più economici, nella fragilità dei territori, nell’assenza di trasporti e alloggi dignitosi, nella debolezza dei controlli e nella solitudine dei lavoratori. Un accordo nazionale può parlare di legalità, appalti, rappresentanza e contratti pirata, ma resta carta se non costruisce presenza dove il lavoro è nascosto, dove il bisogno diventa ricatto e dove il salario viene deciso fuori dal contratto.
Anche sulla sicurezza il rischio è lo stesso. Il testo parla di RLS, formazione, pariteticità e prevenzione, ma nei cantieri, nei servizi esterni, nei campi, negli appalti e nei lavori sotto il caldo, la sicurezza si misura con pause, mezzi, organici, dispositivi, orari, carichi e controlli reali. Una formazione fatta solo per firmare un registro non salva nessuno. Per questo il patto CGIL, CISL e UIL non va liquidato con superficialità, ma nemmeno celebrato come una svolta. Contiene punti utili, ma il suo limite è grande: parla dall’alto a un lavoro che spesso, in Calabria, vive troppo in basso per essere raggiunto dalle formule. La domanda finale è semplice: questo nuovo accordo darà più salario e più potere ai lavoratori calabresi più deboli, oppure renderà soltanto più ordinata la loro esclusione? Se non risponde a questa domanda, resterà ciò che molti lavoratori conoscono già: accordi in alto, salari in basso.
