Il 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi, proviamo a ritrovarci. Rivolgo questo invito a don Angelo, al sindaco Francesco, al vicesindaco Leonardo, alla presidente della Pro Loco Angela, al presidente della squadra di calcio Vincenzo, al presidente dell’AVIS Umberto, al responsabile dell’associazione Amici dei Bambini Domenico e a ogni compaesano che voglia dare una mano. Potremmo ripetere quanto abbiamo fatto nel 2011: organizzare una processione e raccogliere generi alimentari da destinare alle persone in difficoltà, quei poveri che Francesco amava. Accompagnare la preghiera con la condivisione, rinunciare a qualcosa di nostro perché possa servire a qualcun altro. Ritrovarci, coinvolgere i ragazzi, condividere un momento di socialità e letizia. Io sono disponibile a fare la mia parte. Il tempo è poco, ma possiamo ancora costruire qualcosa insieme.
E vorrei che questo giorno appartenesse anche ai paesi vicini. Mi piacerebbe che il parroco di San Vito sullo Ionio e il sindaco Antonio, il parroco di Olivadi e il sindaco Nicola, il parroco di Centrache e il sindaco Fernando, insieme alle associazioni dei rispettivi paesi, raccogliessero questa proposta. Potremmo organizzare una festa comune e chiamarla Festa della Fratellanza. Oggi manca un percorso condiviso che ci permetta di realizzarla in così poco tempo. Ma possiamo cominciare a costruirlo. Se ci fosse la volontà politica e sociale, il messaggio di Francesco potrebbe aiutarci a dare spazio a ciò di cui i nostri comuni hanno bisogno: solidarietà e cooperazione. Abitiamo a pochi chilometri gli uni dagli altri, condividiamo difficoltà, legami e speranze. Possiamo condividere anche un impegno. Sarebbe già un modo concreto per cominciare a dare un senso al nostro futuro insieme.
Intanto, partiamo da Cenadi. È passato molto tempo da quando la statua di san Francesco, dopo essere rimasta per decenni nella nostra chiesa senza essere portata in processione, è tornata a percorrere le vie del paese. Quest’anno, nell’anno giubilare in cui ricordiamo gli ottocento anni dalla sua morte, mi piacerebbe rivederla camminare tra noi. Molti non conoscono la storia di questa statua. Ho provato a raccontarla qualche mese fa, perché dentro quella storia ci sono una ferita, un dono e il legame di un uomo con il proprio paese. Intorno alle immagini sacre della nostra chiesa si raccolgono le preghiere, i ricordi e gli affetti di generazioni di cenadesi. Quelli rimasti e quelli partiti, che ancora oggi portano con sé il suono delle campane, il volto di una persona cara, il ricordo di una festa. Le processioni appartengono anche a questa memoria: sono fede, ma anche comunità. Sono ricordo, ma anche fraternità. Sono cuore, ma anche umanità. Anche chi non crede può riconoscere e rispettare ciò che rappresentano nella vita degli altri. Perché una comunità comincia a perdere la propria memoria quando dimentica il significato di ciò che custodisce. Le statue possono rimanere al loro posto per secoli. Tocca a noi mantenere vivo il legame con la storia che ci hanno consegnato.
E quel legame ci chiede anche di riflettere sull’esempio di Francesco: la scelta della povertà, la vicinanza agli ultimi, la libertà dal possesso, una fede vissuta fino in fondo. Possiamo provare ad avvicinarci a lui attraverso la solidarietà e la letizia del vivere insieme.
Su questa parola vorrei fermarmi. Troppo spesso Francesco viene raccontato dentro un’allegria facile, addolcito fino a farci dimenticare quanto fosse esigente il suo modo di vivere. La letizia ha una profondità diversa dall’entusiasmo di un momento. Può abitare anche il dolore, nella fiducia di essere amati e di non essere abbandonati. È la possibilità di portare dentro la stessa vita la ferita e la speranza. Di sentire il dolore nella carne e nel petto, attraversare la paura e conservare una ragione per andare avanti. Per chi crede, questa fiducia trova fondamento in Dio, nel suo amore che ci raggiunge anche quando sbagliamo strada e ci chiama a ritrovarla. La letizia può sostenerci quando la serenità manca, quando vivere pesa e facciamo fatica perfino a dirlo.
Dentro una comunità, però, questa fiducia deve poter prendere il volto di qualcuno. Di una persona che ascolta, di una mano che aiuta, di una porta che si apre. Deve arrivare fino alla casa di chi vive solo, a chi si vergogna di chiedere, a chi si è convinto che del suo dolore non importi niente a nessuno. È questo il senso dell’invito: assumerci la responsabilità di far sentire a qualcuno che non è stato dimenticato. Possiamo pensarla diversamente, discutere e continuare a sostenere le nostre ragioni. Prenderci cura gli uni degli altri rimane una possibilità e una responsabilità di tutti, anche oltre i confini del proprio comune. Non dobbiamo aspettare un miracolo per cominciare. Con gesti già alla nostra portata possiamo diventare noi stessi un piccolo miracolo nella giornata di qualcuno. Facciamo camminare Francesco per le vie di Cenadi. E, quando la statua tornerà in chiesa, continuiamo noi.
