Se i sanvitesi restano in silenzio, oggi è toccato a Marco Serazzi. Domani potrebbe toccare a qualcun altro.
Parafrasando una frase di Giancarlo Siani, oggi, nel giorno in cui ricorre l’anniversario della sua uccisione, forse queste parole possono aprire le coscienze molto più dei miei articoli. Scrivere di queste vicende non significa cercare il bersaglio di turno. Significa sentire un’ingiustizia sulla propria pelle, cercare di capirla fino in fondo, fare domande, approfondire e denunciare ciò che non torna. Perché raccontare i fatti, quando riguardano il potere e i diritti delle persone, vuol dire anche scegliere da che parte stare: dalla parte della verità.
Enzo Bruno, a San Vito sullo Ionio, alle ultime elezioni regionali ha raccolto 26 voti di preferenza personale. La lista “Tridico Presidente” ne ha ottenuti complessivamente 54. Non numeri travolgenti, ma sufficienti a rendere interessante una domanda politica: come si arriva, pochi mesi dopo, alla scelta del sindaco Antonio Tino come Responsabile amministrativo al 50% proprio della struttura speciale presieduta da Vincenzo Bruno? Ventisei preferenze non fanno una rivoluzione elettorale. Ma possono bastare per alimentare qualche curiosità quando, pochi mesi dopo, il sindaco del paese compare nella struttura speciale proprio del consigliere regionale che quelle preferenze le ha raccolte. Coincidenza? Competenza? Rapporto politico? È esattamente questo che vale la pena capire, perché è oggettivo pensare che nella raccolta di questi pochi voti, si nascondono altri rapporti che con la politica e con l’adesione ad un progetto politico non hanno niente a che fare. Se paragonassimo il 26 voti ad una cipolla, diremmo che il centro e piccolo, ma poi viene coperto da molti strati per farla diventare grande e commestibile e buona da mangiare. Di che natura sono questi strati? Forse hanno a che fare con rapporti personale entrano a San vito sullo ionio, e investono altri comuni e altre personalità più o meno politiche?
La domanda, allora, chi abbia raccolto quale “pacchetto di voti” per chi. La domanda è un’altra: quali relazioni politiche hanno portato alla scelta proprio del sindaco Tino per un incarico amministrativo di questo tipo? Quali competenze, quali esperienze, quale percorso professionale hanno convinto Vincenzo Bruno che fosse proprio lui la persona adatta?
Se leggessimo soltanto le carte, dovremmo immaginare che il sindaco Tino possieda una preparazione amministrativa di livello tale da giustificare la scelta. Forse la sua esperienza politica e amministrativa ha fatto emergere competenze così rilevanti da renderlo indispensabile alla struttura regionale. Ma quando dalle qualifiche scritte sulla carta si passa agli atti prodotti dal Comune, qualche dubbio diventa legittimo. E non serve sottoporlo a un esame universitario di diritto amministrativo: basta ascoltare alcuni interventi pubblici e, soprattutto, leggere alcune deliberazioni della sua Giunta. Una in particolare, la deliberazione n. 51 del 14 settembre 2026, merita attenzione. Non tanto perché dimostri da sola una scarsa conoscenza delle norme – sarebbe una conclusione troppo semplice – ma perché consente di interrogarsi su qualcosa di più serio: sul modo in cui il potere amministrativo viene esercitato quando incide direttamente sulla condizione dei lavoratori.
Il diritto amministrativo, infatti, non è soltanto un insieme di formule, procedure e richiami normativi da inserire correttamente in una delibera. Serve a orientare l’azione pubblica verso l’interesse generale, nel rispetto dei principi di imparzialità, buon andamento e parità di trattamento. Quando l’amministrazione dispone di margini discrezionali, quella discrezionalità non equivale ad arbitrio: deve essere sorretta da criteri comprensibili, coerenti e verificabili. Ed è proprio qui che la vicenda di San Vito diventa interessante. Perché quando una decisione amministrativa migliora stabilmente la condizione economica e previdenziale di alcuni lavoratori e ne lascia fuori un altro, la questione non è soltanto se l’atto sia formalmente corretto. La questione è anche se la scelta sia stata motivata da criteri oggettivi oppure se la discrezionalità amministrativa abbia finito per produrre una disparità che, sul piano sindacale e sostanziale, appare difficilmente giustificabile.
Il problema comincia quando dalla carta intestata del Consiglio regionale si torna al comune di San Vito e si guarda come vengono trattati concretamente i lavoratori. Perché il gruppo politico nel quale il sindaco Tino è stato scelto come responsabile amministrativo appartiene a un’area che sul lavoro usa parole molto nette. Pasquale Tridico ha denunciato salari bassi, precarietà, lavoro povero e sfruttamento; Vincenzo Bruno, presidente proprio del gruppo che ha scelto Tino, nell’aprile 2026 ha contestato le “stabilizzazioni precarie” dei TIS e ha criticato apertamente contratti part-time da circa 600 euro, definendoli un rischio di nuovo lavoro povero. Peccato che anche sui TIS di San Vito sullo Ionio, ci sarebbe molto da dire. Nell’agosto 2026, intervenendo sui lavoratori ARPAL, Bruno ha sostenuto che chi lavora da molti anni nelle strutture pubbliche non può continuare a vivere nell’incertezza e ha chiesto un percorso di stabilizzazione. Nel suo intervento arriva a dire, in sostanza, che dopo venti o trent’anni di lavoro bisogna trovare uno “sbocco naturale” e garantire serenità al lavoratore. Ed è qui che nasce la contraddizione politica. A Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria si parla di lavoratori che dopo tanti anni meritano stabilità, serenità e riconoscimento. A San Vito sullo Ionio, invece, un dipendente con diciassette anni di servizio rimane a 32 ore mentre tre colleghi vengono portati a 36. Quanto vale un lavoratore che da anni aspetta di migliorare la propria condizione?
Vincenzo Bruno ha contestato pubblicamente il lavoro povero. Pasquale Tridico parla di salari dignitosi e di una Calabria nella quale troppi lavoratori hanno un’intensità lavorativa troppo bassa per garantirsi condizioni economiche adeguate. E allora ci chiediamo se è irragionevole pretendere che quegli stessi principi abbiano almeno qualche riflesso anche nell’amministrazione del personale del Comune di cui Tino è sindaco. Perché chi lavora dentro una struttura politica che mette al centro dignità, stabilità e diritti dovrebbe essere il primo a spiegare con trasparenza perché tre lavoratori vengono portati a tempo pieno e un quarto resta indietro.
Perché i diritti dei lavoratori non possono cambiare valore a seconda del palazzo in cui vengono pronunciati. Non possono essere solenni quando servono a costruire un’identità politica e diventare improvvisamente discrezionali quando bisogna applicarli nel Comune che si amministra. A San Vito non stiamo parlando di una concessione, né di un premio da distribuire a simpatia: stiamo parlando della vita lavorativa di una persona che serve quell’Ente dal 2009 e che, dopo diciassette anni, continua a fermarsi a 32 ore mentre altri arrivano a 36. È proprio in questo contesto che ciò che il consigliere regionale imputa alla politica disastrosa di Occhiuto non sembra applicarlo al suo diretto collaboratore, Tino.
Dire “non c’erano i soldi” è facile. Dimostrarlo è un’altra cosa. E negli atti pubblicati quella dimostrazione non c’è. Il PIAO indica un rapporto tra spesa del personale ed entrate del 26,99%, sotto la soglia del 28,60%, e quantifica in 17.871,20 euro l’incremento massimo della spesa. Se davvero il problema erano le risorse, allora basta mostrare il conto: quanto costano i tre aumenti concessi, quanto residua e quanto sarebbe costato aggiungere quattro ore anche al quarto lavoratore? Oppure c’è qualcosa sotto, di molto più grave: la volontà di garantire, in un prossimo futuro, qualche promessa elettorale a qualche altro lavoratore? Perché, se fosse così, ci troveremmo davanti a un sistema amministrativo che avrebbe ben poco a che fare con le finalità politiche della lista Tridico, almeno per come vengono dichiarate. Anzi, sarebbe molto più vicino Proxima Centauri che ai principi richiamati da Tridico, Bruno e dallo stesso Tino.
Ed è questa, al di là delle formule amministrative, la parte più difficile da digerire. Perché una scelta può anche essere formalmente sostenibile, ma se non riesce a spiegare perché alcuni avanzano e uno resta fermo, allora lascia dietro di sé qualcosa che assomiglia troppo a un’ingiustizia. E l’ingiustizia diventa ancora più pesante quando arriva da chi, fuori da quel Comune, sostiene una idea politica nella quale si parla di salario dignitoso, lavoro povero, stabilità e diritti. Forse, allora, il problema non è capire quanto valgano al chilo ventisei voti. Il problema è capire quanto vale, per questa amministrazione, un lavoratore dopo diciassette anni di servizio. Perché i voti si contano una sera. Le ingiustizie, invece, restano sulle buste paga ogni mese.
E se poi a San Vito il primo partito è la Lega, forse non hanno torto gli elettori che la votano. Perché, forse, hanno capito che sia a destra che a sinistra, al di qua del Pollino la sbobba rimane sempre la stessa: fatti un amico politico e poi tutto si risolve. E se questo principio investe anche la lista Tridico, in Calabria e soprattutto a San Vito siamo davvero con le pezze al culo. E alla fine la domanda è perfino banale: se a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria i lavoratori meritano dignità, serenità e uno “sbocco naturale”, perché a San Vito uno di loro deve ancora aspettare? Se esiste una risposta amministrativa, la si mostri. Se esiste un criterio, lo si spieghi.
Tutto il resto è e rimane soltanto sbobba politica di basso cabotaggio. E permettetemi: se davvero è così, non serve una laurea né una conoscenza dottorale del diritto amministrativo per capirlo. Perché questo sistema i calabresi lo conoscono bene, anche con la terza media.
