Oggi volevo tornare a donare il sangue. Erano passati tanti anni dall’ultima volta e mi ero deciso. Allora avevo ancora tutti i miei capelli in testa. Nel frattempo, alcune esperienze ospedaliere mi avevano lasciato addosso il terrore degli aghi. Me lo porto dietro ancora oggi: persino dal dentista, quando deve farmi l’anestesia, chiedo per cortesia di non mostrarmi l’ago. Basta vederlo perché mi agiti, e lavorare nella mia bocca diventa complicato. Stavolta, però, il desiderio che il mio sangue potesse servire a qualcuno era più forte della paura. L’ago continuava a farmi impressione, ma mi ero deciso lo stesso. In fondo, è qualcosa che riconosco anche nelle mie battaglie: la paura c’è, la sento, ma quando penso che un mio gesto possa aiutare qualcuno trovo una ragione per affrontarla. A fermarmi sono stati invece i farmaci che prendo: non ho potuto donare. Mi è dispiaciuto. Avevo cominciato a immaginare il mio sangue nelle vene di qualcuno, il suo passaggio attraverso un altro cuore. E invece mi sono ritrovato a fare i conti con il mio, di corpo, e con gli aggiustamenti di cui ha bisogno. Non sono di ferro. Soprattutto la mia mente ha bisogno di una mano per sopportare il mondano vivere. Non me ne vergogno. Ci sono fragilità che mi appartengono quanto le mie convinzioni, e forse è proprio dentro quelle fragilità che riesco a riconoscere meglio gli altri.
Questa voglia di ricominciare era nata accanto al letto di mia madre, in ospedale. Aveva avuto bisogno di una trasfusione e qualcuno, senza conoscerla, aveva reso possibile che ricevesse quel sangue. Non sapevo niente di quella persona. Non avevo un nome da pronunciare per ringraziarla, un volto da ricordare. Eppure una sua scelta era arrivata fino a noi, dentro quella stanza. Ci pensavo guardando mia madre. Chissà quante volte passiamo accanto a qualcuno senza sapere che un giorno potremmo aver bisogno proprio di lui. Ieri si è sciolto il sangue di San Gennaro. Quel sangue che si solidifica e poi torna liquido mi ha fatto pensare a noi, a quanto sappiamo indurirci, restare chiusi dentro le nostre vite. Poi qualcosa ci tocca: nostra madre in un letto d’ospedale, il bisogno di uno sconosciuto, una fragilità che riconosciamo perché ci appartiene. E qualcosa dentro si scioglie. Ripensandoci, credo che in quella stanza abbia cominciato a sciogliersi qualcosa anche dentro di me.
In quella stanza sono rimasto un giorno. C’era un signore che aspettava una trasfusione e un’altra persona tra tubi e apparecchi elettronici, in attesa delle cure. Io stavo seduto accanto a mia madre e, a tratti, scorrevo il cellulare. Alzavo gli occhi, guardavo gli altri letti, poi tornavo allo schermo. Alla parete c’era un crocifisso. A un certo punto mi sono fermato a guardarlo, con quella sensazione strana che fosse lui a osservare me. I pensieri si rincorrevano, qualcuno contraddiceva quello precedente. Ma una domanda rimaneva lì: “Che ci fai con quel telefono in mano, mentre intorno hai tutte queste persone?”. Ero venuto per stare con mia madre. Mi sembrava naturale che la mia attenzione fosse tutta per lei. Poi ho cominciato a guardarmi intorno con occhi diversi. Potevo rivolgere una parola anche agli altri, ascoltarli, rendermi utile nelle loro piccole esigenze. Così ho fatto, per quello che potevo. Non ricordo un momento preciso in cui quel pensiero è diventato un gesto. Ricordo però che stare lì aveva acquistato un senso più largo. Anche la mia compagnia poteva servire. Quel crocifisso continuava a sembrarmi una domanda rivolta proprio a me: vuoi sentire Gesù? Comincia a parlare con chi hai accanto. Chiedigli come sta. Poi fermati ad ascoltare la risposta.
È da quella giornata che mi è rimasto il desiderio di donare di nuovo. Volevo mettere a disposizione qualcosa di mio, come qualcuno aveva fatto per mia madre. E, mentre immaginavo il mio sangue in un altro corpo, mi è venuto uno di quei pensieri assurdi che ogni tanto mi fanno compagnia: e se insieme alle cellule passassero anche i miei principi? Se a quella persona arrivassero la mia inquietudine, il mio modo di sentire le ingiustizie, le mie debolezze? Lo so che non può succedere. Ma quel pensiero mi ha trattenuto per un momento. Io so quanto mi costa vivere certe battaglie. Non vorrei consegnarne il peso a qualcuno che sta già affrontando la propria. Avrei voluto che il mio sangue lo aiutasse a tornare alla sua vita. Alle sue abitudini, ai suoi affetti, alle sue convinzioni, anche quelle che io avrei contestato dalla prima all’ultima. Senza dovermi assomigliare e senza dovermi dare ragione. Se fosse stato possibile trasmettergli anche il mio modo di stare al mondo, senza lasciargli la libertà di sceglierlo, non me la sarei sentita. Pensavo a chi aveva donato per mia madre: non ci aveva chiesto niente. Nemmeno di sapere chi fossimo.
Oggi, dunque, quel sangue è rimasto nelle mie vene. Mi è tornata in mente la stanza d’ospedale, mia madre, gli altri pazienti. E quel telefono che tenevo in mano mentre avevo intorno persone alle quali potevo ancora dare qualcosa. I miei limiti sono qui, li conosco e devo farci i conti. Ma ho ancora tempo da dedicare, parole da scambiare, orecchie per ascoltare. Ripenso al crocifisso. Tra tutti i pensieri di quel giorno, quello che mi è rimasto è il più scomodo, perché mi chiede ancora qualcosa: muoviti.
E allora voglio ringraziare tutti quelli che si impegnano nell’AVIS di Cenadi, dedicando tempo ed energie a rendere possibile questo gesto. Oggi non ho potuto dare il mio sangue, ma ho trovato persone che continuano a mettere a disposizione qualcosa di sé per qualcuno che, forse, non conosceranno mai. Vorrei che fosse questo uno dei segni distintivi della nostra comunità. Che tra compaesani ci riconoscessimo anche nella capacità di prenderci cura degli altri. Vorrei persino che il nostro Statuto comunale riconoscesse il valore della donazione e della solidarietà, e che le nostre istituzioni lo traducessero in impegni concreti, sostenendo le associazioni e facendo crescere questa cultura nella vita del paese. Mi piacerebbe poter dire che a Cenadi la solidarietà ci appartiene, perché la pratichiamo. Che sappiamo organizzarci per dare, anche quando non c’è niente da ricevere. E che, prima di chiedere a qualcuno da che parte sta, sappiamo chiedergli di cosa ha bisogno.
