Ho già scritto dei lavoratori TIS di Cenadi e non intendo ripetere quello che ho raccontato: le mansioni alle quali sono stati adibiti, la raccolta dei rifiuti, un sistema nel quale la precarietà finisce per diventare disponibilità permanente e la responsabilità di chi amministra quando utilizza persone che, proprio perché precarie, hanno molta meno forza per dire di no. Oggi, però, c’è un fatto nuovo che consente di spostare il ragionamento un passo più avanti. NIdiL CGIL Calabria ha presentato una proposta per provare a dare una soluzione agli ultimi TIS rimasti fuori dalle stabilizzazioni. E leggendo quella proposta, inevitabilmente, sono tornato a Cenadi. Perché mentre il sindacato prova a costruire una strada per trasformare anni di precarietà in un rapporto di lavoro vero, nel nostro Comune non trovo un percorso amministrativo attraverso il quale l’amministrazione abbia provato seriamente a fare la stessa cosa. Trovo invece lavoratori che sono serviti e molte vote asserviti e parecchio. È questa la contraddizione politica che ormai non può più essere nascosta dietro la parola “dissesto”: abbastanza lavoratori per essere utilizzati, mai abbastanza lavoratori per meritare che qualcuno provasse a costruire per loro un futuro.
Il Comune di Cenadi non è un’amministrazione piena di personale che non sa dove mettere un altro dipendente, anzi il contrario. Il Comune ha una carenza di organico, ha posti vacanti, non dichiara personale in eccedenza e per riuscire a garantire alcune funzioni ricorre a personale proveniente da altri enti e a soluzioni temporanee. È significativo, e per certi versi persino emblematico, osservare come negli ultimi vent’anni la nostra amministrazione sia riuscita a espellere il lavoro persino da quei settori nei quali avrebbe potuto creare occupazione e mantenerla sul territorio. Uno degli esempi più evidenti è quello dell’igiene ambientale. In molti Comuni della nostra provincia questo servizio ha rappresentato anche un’occasione per garantire occupazione stabile a lavoratori del posto. A Cenadi è accaduto l’esatto contrario: non solo non siamo stati capaci di conservare gli ultimi posti di lavoro occupati da nostri compaesani, ma siamo riusciti persino a lasciarli fuori da un percorso di stabilizzazione. E se qualcuno verrà a raccontarvi che non esistevano alternative e che non si poteva fare diversamente, mente sapendo di mentire.
È certamente un Comune in dissesto e nessuno può far finta che questo non abbia conseguenze: le assunzioni sono sottoposte a vincoli, controlli e autorizzazioni, compreso il passaggio attraverso la COSFEL, per come indicato nella normativa di riferimento. Ma una cosa è avere un vincolo, un’altra è trasformarlo in un alibi. Perché il dissesto non equivale a un divieto assoluto di assumere e la stessa Regione ha previsto percorsi per gli enti sottoposti al controllo COSFEL. E allora rimane in piedi la domanda che avevo già posto mesi fa: Cenadi era davvero impossibilitata a stabilizzare i suoi TIS o semplicemente non ha scelto di provarci?
È proprio per questo che la proposta avanzata da NIdiL CGIL, ma anche quella presentata dall’USB, assume un valore che va oltre la vertenza sindacale. Prova a spezzare il meccanismo perverso che in questi anni ha diviso lavoratori che avevano la stessa storia sulla base di una circostanza che non dipendeva da loro: il Comune nel quale erano capitati. Chi ha trovato un’amministrazione che ha avviato la stabilizzazione ha avuto una possibilità; chi è capitato in un Comune che non l’ha fatto come il nostro è rimasto indietro.
Il sindacato propone invece una regia regionale, una ricognizione dei posti realmente disponibili nei Comuni, nelle Province, negli enti regionali e subregionali, nelle aziende sanitarie e negli altri soggetti pubblici, nuovi avvisi coordinati e soprattutto il superamento del legame tra lavoratore e vecchio ente utilizzatore. La precedente sede di tirocinio, nella proposta, non deve impedire al TIS di concorrere per un posto disponibile altrove. È un principio sindacale prima ancora che amministrativo: un lavoratore non appartiene al sindaco che per anni lo ha utilizzato, anche in maniera inpropria. Non è il TIS del Comune, non è quello che bisogna chiamare quando serve una mano, non è una persona alla quale ricordare implicitamente che quei pochi soldi dipendono dalla disponibilità a non creare problemi.
È un lavoratore inserito in una vertenza regionale e deve avere una possibilità di emancipazione che non dipenda dalla sensibilità, dalla convenienza o dalla volontà politica del singolo amministratore. Ed è significativo che il sindacato proponga anche un’anagrafe delle competenze reali, nella quale registrare non soltanto titoli di studio e qualifiche, ma ciò che queste persone hanno concretamente imparato e fatto negli anni. E se il sindaco di Cenadi avesse avuto una visione organizzativa, alcuni di questi lavoratori avrebbero potuto essere formati nel corso di tutti questi anni, dando loro gli strumenti e le competenze necessarie per rafforzare la propria posizione. Anche perché ci sono lavoratori che non possiedono titoli di studio adeguati e che, proprio per questo, oggi rischiano di vedere ulteriormente indebolita la loro condizione, fino a essere scartati o esclusi da qualsiasi percorso di stabilizzazione.
La Regione vuole arrivare alla chiusura del bacino e, tra gli strumenti individuati, ha pensato anche al cosiddetto “zainetto”. Già il nome ha qualcosa di curioso, quasi infantile: sembra il regalo per il primo giorno di scuola, mentre qui dovrebbe accompagnare verso l’uscita persone che aspettano da anni proprio di entrare nel mondo del lavoro dalla porta principale. Un contributo economico e via, con lo zainetto sulle spalle.
Formalmente si parla di una scelta volontaria. Ma la libertà non si misura soltanto dalla firma messa sotto un modulo: dipende anche dalle condizioni nelle quali quella firma viene apposta. Dopo anni di precarietà, proroghe, attese, promesse e poche centinaia di euro, quanto è veramente libera la scelta di chi non ha davanti a sé una concreta prospettiva di lavoro?
E c’è qualcosa di ancora più mortificante nel meccanismo costruito dalla legge regionale: la mancata accettazione delle misure proposte può determinare la definitiva fuoriuscita dal bacino. Così la volontarietà rischia di diventare una libertà con la porta d’uscita già aperta alle spalle. Lo zainetto può certamente rappresentare una possibilità per chi, consapevolmente, vuole chiudere questa esperienza e costruirsi altrove il proprio futuro. Ma una scelta è tale quando esiste un’alternativa reale. Se il lavoro non arriva e rimane soltanto il denaro per andarsene, possiamo chiamarlo zainetto, incentivo o politica attiva: assomiglia molto di più alla monetizzazione di una sconfitta.
C’è una bella differenza tra svuotare un bacino e risolvere il precariato: nel primo caso basta far sparire le persone dall’elenco; nel secondo bisogna dare loro un lavoro. E forse dovremmo ricordarcelo anche quando lavoratori impauriti o rassegnati preferiscono affidarsi al politico di turno anziché organizzarsi e rivendicare collettivamente quello che spetta loro. Il favore ti rende debitore. Il diritto, quando riesci a conquistarlo, ti rende libero.
E se oggi è il sindacato a provare a restituire quella dignità che la politica locale non è riuscita, o non ha voluto, trasformare in un diritto, allora almeno questa volta sarebbe utile che i lavoratori capissero la differenza: un sindaco può avere bisogno del tuo lavoro. Un sindacato, quando fa davvero il sindacato, deve fare in modo che tu non abbia più bisogno del sindaco.
