Voglio parlare dei lavoratori TIS – Tirocinanti di Inclusione Sociale – di Cenadi. E voglio farlo partendo da una vecchia e amara considerazione del mondo del lavoro: il male che si fanno i lavoratori, qualche volta, non riesce a farglielo nemmeno il padrone. Accade quando la precarietà diventa rassegnazione, quando il bisogno impedisce di dire di no e quando, pur di conservare quel poco che si ha, si finisce per accettare anche ciò che non dovrebbe essere accettato. Ma questo non assolve chi comanda. Al contrario, rende ancora più grave la responsabilità di chi quella fragilità la conosce e, anziché proteggerla, la utilizza.
E i fatti che conosco raccontano una situazione che merita di essere chiarita. Alcuni lavoratori TIS, durante questa estate, sono stati utilizzati per la raccolta, insieme all’operaio della cooperativa “Stella del sud” i sacchi della spazzatura. In altre occasioni sarebbero stati messi alla guida, o comunque utilizzati, su mezzi che, a quanto mi risulta, presentavano problemi persino sotto il profilo assicurativo. In passato, altri sarebbero stati impiegati per trasportare e smaltire macerie nella nostra montagna, in una vicenda dalla quale sarebbe scaturito anche un procedimento sanzionatorio.
Questo atteggiamento dell’amministrazione, che sembra non esercitare un controllo adeguato sulle condizioni contrattuali delle persone impiegate nei diversi servizi del Comune di Cenadi, non riguarda soltanto i lavoratori TIS. Già lo scorso anno l’autista dello scuolabus dovette denunciare la propria condizione lavorativa. Era stato impiegato attraverso un’agenzia per il lavoro per svolgere un servizio pubblico particolarmente delicato, che richiedeva garanzie precise, continuità contrattuale e una chiara attribuzione delle responsabilità. Eppure, secondo quanto da lui riferito, per circa un mese avrebbe continuato a svolgere regolarmente la propria mansione senza che fosse stata formalizzata alcuna assunzione e senza disporre di un contratto. La situazione cambiò soltanto quando il lavoratore sollecitò formalmente il sindaco e il vicesindaco, preannunciando una segnalazione all’Ispettorato del lavoro. Solo a quel punto si provvide rapidamente a regolarizzare la sua posizione per i tre mesi successivi. E’ stato necessario arrivare alla minaccia di una denuncia per garantire a un lavoratore ciò che avrebbe dovuto essergli riconosciuto prima ancora di metterlo alla guida dello scuolabus? Un contratto non è un favore concesso dopo una protesta. È la condizione minima che deve esistere prima che una persona cominci a lavorare.
Le condizioni nelle quali vengono impiegati diversi lavoratori che prestano servizio per il Comune di Cenadi restituiscono l’immagine di una sorta di sfruttamento legalizzato, protetto dalla precarietà e nascosto agli occhi della comunità. Questi lavoratori diventano visibili quando servono le loro braccia, la loro disponibilità e il loro lavoro; tornano invece invisibili quando chiedono tutele, diritti e una prospettiva stabile. Indispensabili quando bisogna far funzionare i servizi, dimenticati quando arriva il momento di riconoscere la loro dignità.
Bisogna ricordare che i TIS – Tirocinanti di Inclusione Sociale – prestano servizio ormai da anni. Eppure, per il modo in cui sono inquadrati, continuano a svolgere attività necessarie al funzionamento del Comune senza godere delle tutele e delle garanzie riconosciute a chi ha un rapporto di lavoro stabile. Sono lavoratori indispensabili quando servono braccia, ma diventano improvvisamente invisibili quando si parla del loro futuro. Da anni restano impigliati in un ginepraio di promesse sulla stabilizzazione. Promesse che, almeno a Cenadi, non si sono trasformate in alcuna prospettiva concreta. La giustificazione degli amministratori è sempre la stessa: l’enorme situazione debitoria del Comune e il piano di riequilibrio finanziario, con un disavanzo complessivo che avrebbe raggiunto circa tre milioni di euro. Ma quello che dovrebbe essere il risultato di precise responsabilità amministrative è diventato un alibi buono per ogni occasione: per non stabilizzare i lavoratori, per giustificare i disservizi e persino per coprire le continue inadempienze. Il debito, però, non lo hanno prodotto i lavoratori TIS. E non si può pretendere che siano sempre loro a pagarne il prezzo, prima con la precarietà e poi con la rinuncia ai propri diritti.
Ed è questo l’aspetto che considero più intollerabile. Da una parte l’amministrazione, con il sindaco in testa, non riesce a costruire per loro una prospettiva stabile; dall’altra continua a utilizzarli ogni volta che servono braccia per coprire necessità e carenze del Comune. Non li stabilizza, ma pretende la loro disponibilità. A quel punto la precarietà smette di essere soltanto una condizione lavorativa e rischia di trasformarsi in uno strumento di potere. Perché chi ha bisogno anche di poche centinaia di euro al mese sa benissimo quanto possa essere difficile pronunciare una frase apparentemente semplice: “Questo lavoro non mi compete”.
Ma c’è un’altra questione, persino più delicata. Quando un’amministrazione utilizza lavoratori precari in attività per le quali occorre verificare mansioni, formazione, requisiti e abilitazioni, non siamo più soltanto dentro una discussione politica. Entriamo nel terreno della sicurezza e delle responsabilità. E non riguarda soltanto l’amministrazione ma anche chi dispone il servizio, chi deve vigilare e chi ha responsabilità sull’organizzazione del lavoro. E qui entra in gioco anche l’azienda coinvolta nel servizio. Sa che questi lavoratori vengono utilizzati in questo modo oppure ciò avviene a sua insaputa? Se non lo sa, dovrebbe verificare. Se invece lo sa e lo consente, allora bisogna capire sulla base di quali disposizioni e con quali responsabilità.
Poi c’è la questione della coscienza. E questa, per chi ama presentarsi anche attraverso la propria fede cristiana, diventa una contraddizione difficile da nascondere. Un sindaco che si dichiara cristiano e un vicesindaco altrettanto cristiano dovrebbero sapere, prima ancora che da amministratori, che la dignità delle persone non può essere piegata alla convenienza del momento. Prima di presentarsi davanti a un altare bisognerebbe essere capaci di fare i conti con ciò che si fa fuori da quell’altare. E temo che, per lavare certe contraddizioni, cinquanta litri di acqua santa potrebbero persino non bastare.
Nella Lettera di Giacomo c’è un passaggio che dovrebbe risuonare ogni giorno nelle orecchie di chi esercita un potere sulle condizioni di lavoro degli altri: “Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti” (Giacomo 5,4). Evidentemente neppure Papa Francesco ha insegnato molto a certi cristiani. Perché proprio Francesco, parlando dello sfruttamento dei lavoratori, utilizzò parole che non hanno bisogno di molte interpretazioni: “Questo si chiama schiavitù, questo si chiama sfruttamento, questo non è umano, questo non è cristiano. E se quello che fa così si dice cristiano è un bugiardo, non dice il vero, non è cristiano”. Il lavoro è sacro perché dà dignità alle persone. E quando un cristiano, esercitando un ruolo istituzionale, quella dignità la calpesta, dovrebbe almeno provare vergogna. Se non la prova, se vive dentro un perimetro quotidiano nel quale tutto questo non provoca più alcun rimorso, allora forse non basta neppure la confessione. Serve un esorcismo. Non per liberarsi dal demonio, ma dal proprio io.
E mi domando anche come si possano incrociare gli occhi dei propri figli e, soprattutto, quelli dei genitori di quei lavoratori. Sono compaesani. Persone che si incontrano per strada, alle quali magari domani si tornerà persino a chiedere il voto. Come si può cercare il loro consenso politico se non si è stati capaci, prima, di garantire ai loro figli tutta la dignità e la tutela che spettano a chi lavora?
Ma sarebbe sbagliato raccontare questa storia attribuendo ogni responsabilità soltanto a chi amministra. C’è una parte che riguarda anche i lavoratori stessi. Essere precari non significa essere senza diritti. Avere bisogno di lavorare non significa dover accettare qualsiasi ordine. E soprattutto non significa dover ringraziare qualcuno per ciò che non è una concessione personale, ma lavoro. Per questo anche i TIS dovrebbero cominciare a chiedersi fino a quando intendono accettare questa situazione in silenzio. Non devono fare favori a nessuno e nessuno sta facendo un favore a loro. Devono pretendere di conoscere le proprie mansioni, i propri diritti, le responsabilità di chi impartisce gli ordini e, soprattutto, quale futuro l’amministrazione intenda costruire per loro.
Ed ecco allora che ritorna quella frase dalla quale sono partito: il male che si fanno i lavoratori, qualche volta, non riesce a farglielo nemmeno il padrone. Perché il potere diventa davvero forte quando chi lo subisce finisce per considerarlo normale. Allora, non è se i TIS abbiano voglia di lavorare, sarebbe persino offensiva. E ce n’è infine un aspetto tutto politico: chi governa Cenadi cosa intende fare per il loro futuro?Perché se per far funzionare un Comune bisogna contare sulla debolezza contrattuale di chi ha meno possibilità di dire di no, il problema non sono i lavoratori. Il problema è chi li governa. È il sindaco, è il vicesindaco. E il problema sono anche quei consiglieri comunali che, se conoscono questa situazione e continuano a rimanere muti, con il loro silenzio consentono che tutto questo sfruttamento continui.
