Voi vi meravigliate dell’arroganza del titolare del lido Sombrero e dell’atteggiamento che ha tenuto durante l’intervista di Polimeni. Io, sinceramente, mi meraviglio fino a un certo punto. Prima di tutto, voglio esprimere la mia solidarietà sia a Polimeni, per la volgarità che si è trovato davanti durante la replica del titolare del lido, sia ai due ragazzi che, per come hanno raccontato nell’intervista, si sono sentiti offesi e aggrediti dallo stesso titolare.
E poi c’è una responsabilità che riguarda anche la politica, e in questo caso direttamente il sindaco di Soverato. Perché, se i fatti raccontati dai due ragazzi corrispondono al vero — e io non ho motivo di dubitarne — non basta indignarsi o prendere le distanze a parole. Un’amministrazione comunale deve verificare se esistano gli estremi per intervenire, anche sul piano amministrativo, valutando eventuali sanzioni e, se la normativa lo consente, persino la revoca o la decadenza della concessione. Perché quando si utilizza un bene pubblico non si è padroni a casa propria: si esercita un’attività sottoposta a regole, obblighi e responsabilità.
Lasciamo stare per un momento le bestemmie. Anche se, già quelle, qualcosa raccontano. E facciamo una precisazione, perché Sant’Agostino non voglio tirarlo per la tonaca solo per far quadrare un ragionamento. Agostino non diceva affatto che bestemmiare fosse una sciocchezza. Distingueva, però, la responsabilità di chi pronuncia certe parole senza piena consapevolezza da quella di chi lo fa coscientemente e con ostinazione. Io non sono un teologo e non devo assolvere nessuno. Per quello, eventualmente, ci penserà la Madonna. Sempre che abbia voglia di occuparsi di uno che sembra tanto devoto da sentirsi autorizzato persino a bestemmiarla. Perché una cosa è la bestemmia, per quanto schifosa e deplorevole, l’intercalare di chi parla così da una vita. Un’altra cosa è la bestemmia sputata dentro un atteggiamento fatto di arroganza, aggressività e disprezzo verso chi hai davanti. E nel secondo caso, almeno per me, la bestemmia diventa quasi secondaria. È soltanto il rumore di fondo. Il problema vero è quello che c’è dietro.
Ed è proprio di quello che voglio parlare. Perché quello che abbiamo visto non riguarda soltanto il carattere del singolare titolare di uno stabilimento balneare. Dico “singolare” perché altri aggettivi mi vengono facilmente, ma qualcuno potrebbe considerarli poco eleganti. Un imprenditore stagionale che lavora a Soverato dovrebbe ricordarsi ogni mattina una cosa molto semplice: se a luglio e agosto arrivano migliaia di persone, se gli ombrelloni si riempiono, se lavorano bar, ristoranti, lidi, negozi e appartamenti, non è perché Dio gli ha consegnato per decreto il diritto al fatturato estivo. Sono i turisti a portare i soldi. E sono soprattutto i lavoratori a permettergli di guadagnarli. Altro che bestemmiare la Madonna. Dovrebbe portarle i fiori tutte le mattine. Perché se durante l’estate quella massa di persone non arrivasse a Soverato, molti imprenditori stagionali dovrebbero inventarsi un altro mestiere. E se non ci fossero camerieri, lavapiatti, bagnini, ragazzi alle cucine, addetti alla sicurezza e ragazze ai tavoli, l’imprenditore potrebbe pure sedersi sotto l’ombrellone e aspettare il miracolo.
C’è poi un atteggiamento che lega l’arroganza del titolare del lido Sombrero a quella di molti altri titolari di stabilimenti balneari. Sembrano avere tutti qualcosa in comune, soprattutto quelli che finiscono sui social quando vengono beccati a mostrare la loro strabordante arroganza. L’onorevole Borrelli, in questo periodo, di imprenditori così ne sta smascherando parecchi. Cambiano l’accento delle offese pronunciate, ma l’arroganza è la stessa.
Il problema è che quello visto nell’intervista non nasce nel vuoto. Ed è qui che la faccenda diventa più seria. Perché a Soverato e nel comprensorio, negli ultimi anni, i controlli hanno raccontato più volte una storia che non può essere liquidata sempre con la solita favoletta della “mela marcia”. Nel settembre 2023 la Guardia di Finanza entrò in un ristorante e in una discoteca di Soverato. Nel ristorante furono individuati quattro lavoratori in nero. Nella discoteca più di dieci, tra personale di sala, addetti alla sicurezza e altri componenti dello staff. Non uno. Non due. In una sola operazione, oltre quattordici persone. Nell’estate del 2025, durante l’operazione “Estate Sicura”, nelle aree di Lamezia Terme, Catanzaro Lido e Soverato furono scoperti complessivamente 38 lavoratori in nero o irregolari. E nel solo soveratese quattro stabilimenti balneari furono trovati irregolari per avere impiegato complessivamente tredici lavoratori in nero o comunque in posizione irregolare. Quattro stabilimenti. Tredici lavoratori.
E allora quante mele marce servono prima di cominciare a guardare la cesta? Naturalmente a Soverato ci sono imprenditori seri. Ci sono titolari che assumono regolarmente, rispettano i contratti, pagano le ore lavorate e trattano dipendenti e clienti come persone. Sarebbe una fesseria sostenere il contrario. Ma sarebbe una fesseria uguale e contraria usare gli imprenditori onesti come alibi per non vedere quello che i controlli continuano a trovare.
E Soverato dovrebbe ricordarsi anche di Beauty. Nell’agosto del 2022 l’Italia intera vide le immagini della giovane lavoratrice nigeriana impiegata in un lido-ristorante mentre chiedeva semplicemente di essere pagata per il lavoro svolto. La vicenda arrivò alla Procura di Catanzaro e il titolare fu indagato per lesioni, minacce e furto. Quelle immagini misero davanti agli occhi di tutti una questione che evidentemente non era inventata: il rapporto tra lavoro stagionale, dignità del lavoratore e potere del datore di lavoro. Perché il punto è questo. In una città che vive in buona parte di turismo stagionale, il cameriere, il lavapiatti, il bagnino, il ragazzo che lavora in cucina, la ragazza ai tavoli diventano facilmente l’anello debole. L’imprenditore sa che ad agosto c’è bisogno di lavorare. Sa che molti ragazzi hanno bisogno di quei soldi. Sa che la stagione dura poco. E sa pure che, se qualcuno protesta, fuori potrebbe esserci un altro pronto a prendere il suo posto. È lì che comincia lo sfruttamento. Non serve il padrone col cilindro e il sigaro in bocca. Lo sfruttamento può essere molto più miserabile e quotidiano: qualche ora non dichiarata, il “poi ti pago”, il contratto da quattro ore e la giornata da dieci, il riposo che salta, la busta paga che dice una cosa e la realtà un’altra. E soprattutto quella frase, detta o soltanto pensata: “Se non ti sta bene, fuori ce ne sono altri cento”.
Quando questo meccanismo si ripete, non stiamo più parlando soltanto della cattiveria di un singolo. Stiamo parlando di una cultura. Ed è per questo che dico, provocatoriamente ma non troppo, che Soverato rischia di diventare la città dello sfruttamento estivo. Non perché tutti gli imprenditori siano sfruttatori. Non perché ogni lido abbia lavoratori in nero. Non perché ogni ristoratore sia disonesto. Ma perché i casi sono abbastanza numerosi da rendere ridicola quella assoluzione preventiva che arriva ogni volta: “sono soltanto poche mele marce”. Le mele marce si tolgono dalla cesta.
Se invece ogni estate arrivano gli organi di controllo, entrano nei ristoranti, nelle discoteche e negli stabilimenti balneari e continuano a trovare lavoratori in nero o irregolari, forse il problema non è più soltanto la mela. Forse bisogna controllare la cesta. E allora quell’arroganza vista davanti alla telecamera non sarà necessariamente la causa di tutto questo. Ma può essere il ritratto perfetto di una certa mentalità: quella di chi confonde l’essere imprenditore con l’essere padrone. Padrone del lido. Padrone del cliente. Padrone del lavoratore. E, quando parte la bestemmia, evidentemente pure padrone del Padreterno. Solo che il Padreterno, almeno per adesso, non risulta assunto in nero.

