Quando Maurizio Landini scende al di qua del Pollino, i dirigenti territoriali della CGIL Calabria, o delle categorie interessate — nello specifico la FIOM — lo portano in processione sempre nei luoghi dove non deve sporcarsi le mani. Gli preparano una bacinella di acqua pulita e lui, senza battere ciglio, se le lava. Poi, con una tovaglia candida, se le asciuga. Questa volta lo portano a Lamezia Terme, al Teatro Grandinetti, per presentare la campagna di raccolta firme sulla legge di iniziativa popolare in materia di sanità e appalti. Da lì arriva a Vibo Valentia. A Crotone, invece, non passa. Eppure proprio lì, negli ultimi mesi, una gigantesca inchiesta sugli appalti ha messo in luce, secondo l’accusa, un sistema fondato sulla manipolazione delle gare pubbliche per favorire ditte compiacenti, con la creazione di fondi neri attraverso false fatturazioni per consulenze inesistenti. Un’inchiesta che ha coinvolto, oltre all’ex vicepresidente della Provincia, diversi professionisti e soggetti legati agli appalti per la manutenzione di vari edifici scolastici. Landini non passa nemmeno dal Policlinico di Catanzaro per salutare i manutentori che, una volta, erano quasi tutti iscritti alla FIOM e oggi non lo sono più. Non va a chiedere loro perché. Perché, se lo facesse, forse si accorgerebbe che gli appalti in Calabria non sono soltanto esposti alla clientela politica, al malaffare e alle opacità amministrative di ogni genere, ma anche all’inerzia sindacale. Se chiedesse chi ha firmato gli accordi sindacali che hanno accompagnato i lavoratori manutentori, dopo il cambio d’appalto, verso la modifica del contratto collettivo — da metalmeccanico a multiservizi — forse si accorgerebbe da solo che il problema non si risolve con una passerella, né con una legge di iniziativa popolare che, per l’iter parlamentare, per la composizione del governo, del Parlamento e delle commissioni chiamate a esaminarla, difficilmente vedrà la luce sulla Gazzetta Ufficiale della nostra Repubblica fondata sul lavoro.
Landini, quando scende in Calabria, non si vuole sporcare le mani. Perché c’è un modo comodo di raccontare il lavoro negli appalti pubblici calabresi: parlare di singole vertenze, di problemi circoscritti, di difficoltà legate a questo o quel cambio d’azienda. È un modo rassicurante, perché frammenta la realtà e impedisce di vedere il disegno complessivo. Non siamo davanti a una somma di episodi. Siamo davanti a un sistema che funziona sempre allo stesso modo. E dentro questo sistema il sindacato non riesce più a svolgere una funzione conflittuale. Prendiamo il comparto dell’igiene ambientale. I servizi non si interrompono mai: la raccolta dei rifiuti continua, i turni vengono coperti, la macchina organizzativa regge. Ma questa continuità pubblica si costruisce sopra una discontinuità privata: quella dei diritti dei lavoratori. Ogni cambio d’appalto non mette in discussione il servizio, ma rimette in discussione il lavoro. Le ore cambiano, le condizioni si assottigliano, le indennità diventano incerte. Gli operatori restano gli stessi, ma il loro rapporto di lavoro si trasforma: assunti da sempre con un contratto, vengono traslati da un’azienda all’altra cambiandolo, riducendolo, svuotandolo.
Persino l’approvazione dei nuovi contratti collettivi, che in teoria dovrebbe migliorare i diritti dei lavoratori, viene incorporata dentro una burocratica manipolazione. Gli aumenti contrattuali sanciti sulla carta vengono erosi. Basterebbe farsi dare una busta paga di un lavoratore di Borgia, o di uno dei tanti lavoratori dei piccoli comuni, per accorgersi che, dopo quindici o vent’anni di lavoro, a ogni cambio d’appalto lo stesso lavoratore riparte come se avesse iniziato il giorno prima. Per non parlare delle indennità, riconosciute spesso a piacimento dall’azienda subentrante. E questa non è una deviazione del sistema: è il suo punto di equilibrio. Il ribasso non può colpire il servizio, perché il servizio deve comunque essere garantito. Allora colpisce il lavoro. Colpisce chi sale sul mezzo, chi raccoglie i rifiuti, chi pulisce le strade, chi assicura ogni giorno una funzione pubblica essenziale senza essere trattato come parte essenziale di quella funzione. Lo stesso schema si ritrova, con ancora maggiore evidenza, nei servizi tecnici legati alla sanità. I manutentori del Policlinico non svolgono un’attività marginale. Garantiscono il funzionamento quotidiano di una struttura complessa. Eppure anche qui il lavoro resta incardinato dentro la logica dell’appalto, e quindi esposto alla stessa dinamica. La funzione è essenziale, ma il riconoscimento contrattuale non lo è. Si crea così una frattura che non è solo economica, ma anche simbolica: chi regge un servizio pubblico fondamentale viene trattato come una variabile di costo.
Questo scarto non è una contraddizione da correggere. È una conseguenza diretta del modello. Di fronte a questo quadro, la responsabilità politica è evidente. Gli enti pubblici dispongono di strumenti per intervenire: possono inserire clausole sociali stringenti, vincolare i bandi, impedire che il ribasso si scarichi sul lavoro. In altri contesti queste leve vengono utilizzate. In Calabria, nella maggior parte dei casi — anzi, quasi sempre — no. Ma fermarsi alla responsabilità politica non basta a spiegare la tenuta di questo sistema. Perché c’è un altro elemento che attraversa tutte queste vicende: la presenza del sindacato. Molto potrebbero fare i territori. Anzi, proprio da una spinta conflittuale territoriale potrebbe nascere una vera elaborazione nazionale sulla legislazione degli appalti. Landini non si sporca le mani e, pur sapendo che quella legge di iniziativa popolare difficilmente vedrà la luce, invece di spingere per una contrattazione di prossimità, per una legislazione regionale o per pratiche comunali ed enti pubblici capaci di vincolare gli appalti alla tutela reale dei lavoratori, sceglie la cosa più semplice: raccogliere 50.000 firme per depositare una proposta di legge di iniziativa popolare. Una proposta che, almeno per la durata di questo governo, rischia di restare chiusa nei cassetti delle commissioni preposte a esaminarla. Non è la prima volta che succede. Non è la prima volta che il sindacato, e la CGIL in particolare, raccolgono firme. Stiamo ancora aspettando la legge depositata dalla Camusso sulla Carta dei diritti. Ma ormai quella legge non è solo coperta di polvere: se la sono mangiata le tarme.
Landini, in Calabria, non si sporca le mani. Guarda al sistema clientelare, alla gestione opaca degli appalti e alle complicità della politica come se fossero un corpo estraneo rispetto al sindacato. Ma se il sindacato non riesce più a incidere dentro questo sistema, allora significa che anche esso, in forme diverse, ne viene contaminato. Non con gli stessi strumenti della politica o delle imprese, ma attraverso l’inerzia, la gestione, il silenzio e l’incapacità di trasformare il conflitto in rottura. Ed è proprio qui che quella cultura criminogena penetra nelle dinamiche sindacali: non sempre come corruzione diretta, ma come adattamento al sistema. E di questo l’esempio plastico è incarnato dal segretario generale della CGIL Area Vasta Centro, Enzo Scalese.
E mentre in Calabria si continua a morire sul lavoro, mentre gli incidenti aumentano, mentre interi comparti vengono consumati dentro il ricatto degli appalti e del ribasso, il sindacato non è mai riuscito, in tutti questi anni, a costruire una vera risposta generale. In una regione che registra livelli altissimi di precarietà, sfruttamento e insicurezza nei luoghi di lavoro, non si è stati capaci nemmeno di organizzare uno sciopero generale regionale sui morti e sugli incidenti sul lavoro. Nulla che rompesse davvero l’ordinaria amministrazione. Nulla che producesse un conflitto reale capace di attraversare territori, aziende e istituzioni.
Landini in Calabria non si vuole sporcare le mani o domani chiederà ai lavoratori calabresi di firmare una legge di iniziativa popolare che non vedrà mai la luce.
