Cenadi (CZ) · sabato 29 Agosto 2026
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Landini riparte, in Calabria restano i morti.

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Il tempo per Maurizio Landini di salire in macchina e tornarsene a Roma, dopo l’iniziativa di Vibo Valentia contro attentati e intimidazioni criminali, e in Calabria è accaduto ciò che ormai ci si aspetta con una puntualità spaventosa: altri lavoratori morti. Qualcuno potrebbe pensare: morti di ’ndrangheta. No, questa volta no. Questa volta non è stata la ’ndrangheta a uccidere. È stato il lavoro. O meglio: un sistema del lavoro degenerato, fatto di omissioni, controlli insufficienti, superficialità, appalti, subappalti, lavoro nero, indifferenza e quel solito, miserabile “me ne frego” che in Calabria diventa spesso metodo amministrativo, imprenditoriale e sociale.

Tre lavoratori morti in pochi giorni. A Francavilla Angitola un operaio di 53 anni è morto nel cantiere del depuratore consortile, schiacciato da un camion-gru durante lavori di manutenzione e adeguamento dell’impianto. A Paola un giovane operaio senegalese di 23 anni è morto in uno stabilimento balneare, schiacciato dal crollo di una colonna di cemento. Ad Anoia, nel Reggino, un altro lavoratore è morto cadendo da un cantiere. Tre storie diverse, una sola radice: la sicurezza sul lavoro proclamata nei convegni e tradita nei luoghi reali dove le persone lavorano, rischiano e muoiono.

Dalle poche indiscrezioni che siamo riusciti a carpire, pare che, una volta rientrato a Roma, Landini sia stato raggiunto da una telefonata del segretario generale della CGIL Area Vasta Centro, Enzo Scalese, che lo informava dell’ennesima scia di morti sul lavoro in Calabria. Landini, addolorato per l’accaduto, avrebbe ordinato subito di predisporre un comunicato stampa. Ma, sempre secondo queste indiscrezioni, la risposta sarebbe stata rapida, quasi automatica: “Segretario, nel cassetto ne abbiamo già uno ciclostilato. Basta cambiare i nomi dei lavoratori morti. Ormai, al di qua del Pollino, abbiamo fatto il callo. Per non farci trovare impreparati li prepariamo prima, tanto sappiamo che un giorno sì e l’altro pure un morto sul lavoro non manca mai.”

Una battuta amara, ovviamente inventata, ma non troppo distante dalla sensazione che questa terra restituisce. Perché ogni volta il copione è identico: il morto, il comunicato, il cordoglio, la rabbia, la richiesta di più controlli, il tavolo istituzionale, la promessa. Poi il silenzio. Poi un altro morto.

Si racconta che Landini, colpito dalla brutalità di quella risposta, abbia chiuso bruscamente la telefonata e abbia poi contattato il segretario della Fillea CGIL Calabria, chiedendogli di intervenire immediatamente con una dichiarazione forte, di denuncia, di proposta e di mobilitazione. Sempre nella stessa ricostruzione, avrebbe aggiunto di evitare di disturbare il segretario della Filcams CGIL Calabria, impegnato in quei giorni in ben altre priorità: la campagna elettorale nel proprio comune.

La proposta avanzata dal segretario della Fillea CGIL ai microfoni del TGR Calabria è seria, e forse proprio da lì bisogna partire per alzare il livello della lotta contro i continui omicidi sul lavoro. Il segretario li chiama giustamente “operaicidi” e aggiunge che i lavoratori morti sono vere e proprie vittime del dovere. Poi dice quello che tanti lavoratori vorrebbero finalmente sentire: non bastano più i tavoli istituzionali regionali, c’è bisogno di fermarsi, di costruire una mobilitazione vera, capace di coinvolgere tutti gli attori e tutto il mondo del lavoro.

Ma se la Fillea CGIL parla di “strage annunciata”, questa definizione va presa sul serio fino in fondo. Se una strage è annunciata, vuol dire che qualcuno sapeva. E se qualcuno sapeva, la domanda non può essere soltanto: dov’era lo Stato? La domanda deve essere anche: cosa hanno fatto tutti gli altri prima che si morisse? Qui nessuno può chiamarsi fuori. Non le imprese. Non la politica. Non la Regione. Non gli enti appaltanti. Non gli organi ispettivi. E nemmeno i sindacati. Perché il sindacato non è un ufficio stampa del dolore. Non nasce per commentare le tragedie. Nasce per organizzare conflitto, tutela, prevenzione, denuncia e pressione sociale. Se arriva solo dopo, con parole sempre uguali, allora qualcosa non funziona.

Il punto è ancora più serio perché la normativa sulla sicurezza non lascia i lavoratori disarmati. Il D.Lgs. 81/2008 prevede il RLS, il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, che deve essere eletto o designato in tutte le aziende o unità produttive. Non è una figurina da appendere nell’organigramma aziendale. È una figura che dovrebbe accedere ai luoghi di lavoro, essere consultata sulla valutazione dei rischi, ricevere informazioni, partecipare alla prevenzione e rivolgersi alle autorità competenti quando ritiene che le misure adottate non siano idonee.

Poi c’è il RLST, il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriale, previsto proprio per quelle realtà piccole, frammentate e deboli dove spesso non esiste un RLS interno. E qui il tema diventa direttamente sindacale, perché il RLST è uno degli strumenti attraverso cui la rappresentanza può entrare nei territori, nei cantieri, nelle aziende più fragili, nei luoghi dove il lavoratore da solo non parla perché ha paura, perché è precario, perché è in nero, perché sa che denunciare può significare perdere il pane.

Allora le domande diventano inevitabili: quanti RLS ci sono davvero nei cantieri calabresi? Quanti lavoratori conoscono il proprio rappresentante per la sicurezza? Quanti RLST operano realmente nei territori? Quanti accessi hanno fatto nei luoghi di lavoro? Quante segnalazioni sono state inviate all’Ispettorato del lavoro, all’ASP, ai Carabinieri del Nucleo tutela lavoro? Quante denunce formali sono state presentate prima degli incidenti, non dopo? Quante aziende sono state segnalate pubblicamente per carenze strutturali sulla sicurezza? Quanti scioperi veri sono stati proclamati in Calabria sulla sicurezza nei cantieri, negli appalti, nei subappalti? E quanti comuni hanno approvato protocolli sulla sicurezza che, almeno per quanto riguarda i lavori pubblici, oltre a tutti gli altri strumenti di tutela, ampliassero un controllo diretto sui lavori che vengono svolti nei propri comuni?

Naturalmente, di quest’ultimo aspetto non possiamo nemmeno chiedere qualcosa al segretario della Filcams CGIL Calabria, impegnato nella campagna elettorale del suo comune, perché, a ben vedere, nel programma elettorale del candidato sindaco che sostiene non esiste traccia di lavoro e sicurezza sul lavoro. Però, anche in questo caso, dalle indiscrezioni che abbiamo avuto, ha promesso che se vincerà poi ci penserà.

Il sindacato e i sindacalisti devono smettere di comportarsi come se fossero soltanto i cronisti indignati della tragedia. Se davvero siamo davanti a un operaicidio, allora non basta più il cordoglio. Serve uno sciopero generale regionale sulla sicurezza sul lavoro. Non un presidio simbolico, non l’ennesimo tavolo, non una passerella istituzionale. Uno sciopero vero, calabrese, generale, capace di fermare la regione e dire finalmente che un lavoratore non può continuare a uscire di casa per guadagnarsi il pane e tornare dentro una bara.

Una piattaforma regionale rivendicativa permanente, perché a ogni morto, a ogni omicidio sul lavoro, la Calabria si fermi. Solo così si potrebbe far prendere coscienza a tutti. Perché i comunicati stampa oggi si leggono, domani si scordano. La lotta, invece, resta.

Dichiarazione del segretario della Fillea CGIL Simone Celebre

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