Non sono potuto andare all’assemblea generale della CGIL a Lamezia, quindi mi rifaccio alle dichiarazioni riportate da Catanzaro Informa. Ho visto, dalle fotografie, le facce dei partecipanti, la segreteria confederale della CGIL, e come sempre mi sono accorto della solita cosa: una cosa che nell’articolo di Catanzaro Informa è difficile, se non impossibile, che emerga. Funzionari, Pensionati, ma pochi delegati e pochi lavoratori. Ma quello che ho potuto leggere degli interventi, il sottofondo è sempre lo stesso. Voglio anche far contento Salvatore Valentino, che non ho visto all’assemblea, forse perché è impegnato nella campagna elettorale del suo paese. Lo voglio far stare tranquillo e dirgli che U Troppitu e vivo e vegeto.
Ma c’è un primo punto che merita di essere guardato senza retorica. Ed è proprio lo strumento scelto: la legge di iniziativa popolare. Perché qui bisogna dirsi la verità fino in fondo, senza vendere illusioni ai cittadini. La legge di iniziativa popolare, in Italia, è uno strumento formalmente democratico, certo. Bello da evocare nei comizi, utile per costruire narrazioni partecipative, perfetto per i comunicati stampa. Ma nella realtà parlamentare italiana è quasi sempre poco più di un esercizio simbolico. La storia parla chiaro. Decine e decine di proposte di legge di iniziativa popolare sono finite nei cassetti del Parlamento. Moltissime non sono mai arrivate a una vera discussione. Altre sono state lasciate morire con la fine della legislatura. Una tra tutti quella relativa alla carta dei diritti, che la stessa cgil quando c’era la Camusso segretaria ha raccolto. Quelle effettivamente trasformate in legge sono una percentuale ridicola rispetto al totale. Perché una firma non accorcia una lista d’attesa. Una firma non riapre un reparto. Una firma non impedisce a un lavoratore di morire schiacciato in un cantiere. Una firma non obbliga una stazione appaltante a scrivere meglio un capitolato. Una firma non costringe un direttore generale ad assumere personale. Una firma non ferma la privatizzazione strisciante della sanità calabrese. Il punto vero è proprio questo. Se uno strumento democratico non ha reale capacità di incidere sui rapporti di forza, se non obbliga il potere a rispondere, se resta interamente nelle mani di quel Parlamento che poi può ignorarlo senza alcuna conseguenza politica concreta, allora non siamo davanti a uno strumento di cambiamento democratico sostanziale. Siamo davanti, al massimo, a una valvola di sfogo istituzionalizzata.
C’è qualcosa che non torna nella retorica dell’“Assemblea delle assemblee” convocata dalla CGIL a Lamezia. Non perché i temi siano sbagliati. Sanità pubblica, appalti, precarietà, subappalti, sicurezza sul lavoro, diritto alla cura: sono questioni enormi, concrete, quotidiane. Il problema è un altro. È che davanti a una Calabria che non riesce a curarsi, che emigra per una visita, che muore nei cantieri, che lavora negli appalti con salari diversi e diritti spezzettati, la risposta politica viene ancora una volta infilata dentro la forma più comoda, più ordinata, più addomesticata: la raccolta firme. Eppure non possiamo dimenticare che le ultime elezioni regionali hanno premiato proprio chi questa situazione di degrado, nei diversi ambiti richiamati dalla raccolta firme, l’ha provocata o non l’ha risolta. E proprio in questo contesto la domanda che viene subito in testa è semplice: se la Calabria è ridotta come è stata raccontata negli interventi, perché i calabresi hanno premiato proprio i loro carnefici? La risposta potrebbe essere che ormai i calabresi siano diventati masochisti, che si facciano del male da soli. Ma, a ben vedere, la risposta è molto più ampia e articolata. E forse si può circoscrivere in una sola frase: i calabresi non credono più alla politica. L’affluenza alle urne, ormai, è un dato che certifica questa distanza. I calabresi sono stufi, perché hanno metabolizzato una cosa: la politica e i politicanti si autocelebrano e basta.
Enzo Scalese parla di “grande mobilitazione sociale e civile”. Bene. Ma dov’è questa mobilitazione? Nei banchetti? Nei moduli? Nelle firme autenticate? Nelle assemblee già frequentate da chi è già convinto? Perché una mobilitazione sociale, se è davvero sociale, non parte dalla liturgia dell’evento, ma dal conflitto organizzato. In questi giorni, oltre alla CGIL, nelle piazze ci saranno anche altri banchetti: quelli di chi vuole una legge contro le scie chimiche. Anche loro la chiamano, come Scalese, “mobilitazione sociale e civile”. Ed è da qui che passa il paradosso: ciò che un tempo era lotta sindacale oggi viene trasformato in modulistica preconfezionata. E se proprio vogliamo dirla tutta, almeno nel mio territorio non ho mai visto il segretario generale della CGIL Area Vasta Centro protestare davanti a un ospedale. Figuriamoci davanti a un Comune, insieme agli spazzini che, a ogni cambio d’appalto, vedono polverizzarsi i propri diritti. Io non l’ho mai visto firmare un protocollo con qualche sindaco per il rafforzamento delle clausole sociali negli appalti. È più abituato a difenderli, i sindaci, specie quando si ritrovano sciolti dal prefetto per ipotetiche infiltrazioni mafiose. Anzi, in quel caso non parla di raccolta firme, ma di modificare la legge perché, a suo parere, viola la democrazia.
Scalese denuncia liste d’attesa, carenza di personale, difficoltà di accesso alle cure. Ma queste cose non sono meteoriti caduti dal cielo. Hanno nomi, atti, bilanci, delibere, responsabilità politiche, direzioni generali, conferenze dei sindaci, assunzioni mancate, Case di comunità promesse e non riempite di servizi. La CGIL può certamente raccogliere firme, ma se si ferma lì trasforma la rabbia sociale in pratica burocratica. E una firma, da sola, non occupa una sala consiliare, non costringe un sindaco a prendere posizione, non apre un CUP chiuso, non accorcia una lista d’attesa, non assume un infermiere. Ancora più debole appare la retorica sugli appalti. Si dice: “stesso lavoro, stesso contratto”. Giustissimo. Ma se per caso si va al Policlinico universitario e si parla con i manutentori, sono gli stessi lavoratori a raccontare un’altra storia. Perché proprio in quell’appalto è stato firmato un accordo che prevede l’applicazione di un diverso contratto collettivo di lavoro. Proprio lì si vedono operai che fanno le stesse cose con contratti diversi. Eppure, una volta, proprio in quel sito si parlava di contrattazione di sito per evitare il dumping contrattuale. Dategli un microfono e un intervento da fare, e lui saprà recitare la solita sbobba. Più difficile è vederlo sporcarsi le mani negli appalti. Perché proprio sugli appalti non bisogna aspettare una legge nazionale come se fosse la discesa dello Spirito Santo sul Parlamento. Molto si può fare già ora, a livello regionale e locale. Si possono pretendere clausole sociali serie. Si può contrastare il massimo ribasso. Si possono monitorare le procedure. Si possono aprire vertenze nei Comuni, nelle ASP, nelle aziende partecipate, negli affidamenti dei servizi. Si può fare sindacato dove nasce il problema, non solo dove si firma il modulo.
In prima fila c’era seduto l’ex consigliere regionale Raffaele Mammoliti. Sarebbe interessante chiedergli come mai l’opposizione consiliare, proprio sugli appalti, non abbia inciso per niente. E forse, invece della raccolta firme a livello nazionale, sarebbe stato più incisivo forzare la mano su una legge regionale che prevedesse già in Calabria quello che oggi si vuole estendere a livello nazionale.
Nadia Fortuna parla di “grande campagna di partecipazione democratica”. Ma la partecipazione democratica non può essere ridotta alla raccolta firme. La partecipazione vera è quella che disturba. Quella che entra nei territori, chiama i lavoratori degli appalti per nome e cognome, guarda i contratti applicati, verifica le buste paga, legge i bandi, contesta le amministrazioni, chiede conto ai sindaci, alle stazioni appaltanti. Altrimenti diventa pedagogia sindacale per cittadini già persuasi: firmate qui, poi ci pensiamo noi. E invece il punto è proprio questo: chi ci pensa davvero?
Celeste Logiacco richiama il valore nazionale della mobilitazione. Anche qui: tutto vero, tutto giusto, tutto pulito. Ma la Calabria non può essere trattata come una tappa della campagna nazionale. La Calabria è una ferita specifica. È spopolamento, invecchiamento, aree interne abbandonate, ospedali depotenziati, ambulanze che diventano presidi mobili della disperazione, famiglie costrette a pagare o partire. Ed essendo lei stessa componente della segreteria regionale della CGIL, forse sarebbe più incisivo convincere il segretario generale Trotta a lavorare su uno sciopero generale regionale contro gli assassini dei lavoratori sui luoghi di lavoro. Invece di aderire solo alle manifestazioni silenziose, quando invece di dovrebbe urlare a squarcia gola. Se il problema è territoriale, la lotta deve essere territoriale. Se il diritto alla salute muore nei territori, non risorge magicamente con una proposta di legge depositata a Roma.
L’intervento più interessante, paradossalmente, è quello di Michele Iannello dello SPICGIL. Quando dice che bisogna collegare la raccolta firme alla realtà quotidiana dei cittadini calabresi, tocca il punto vero. Quando dice che l’uscita dal commissariamento non ha risolto i problemi e che le responsabilità oggi sono pienamente in capo alla politica territoriale, dice una cosa pesante. Ma allora bisogna andare fino in fondo. Se la responsabilità è territoriale, la risposta non può restare genericamente “larga”, “sociale”, “civile”. Deve diventare vertenza. Deve diventare pressione permanente, deve diventare conflitto pubblico contro chi governa la sanità calabrese, contro chi programma male, contro chi non assume, contro chi inaugura strutture senza personale, contro chi usa le Case di comunità come fotografie da comunicato stampa.
La sensazione è che la CGIL calabrese stia usando la raccolta firme per coprire un vuoto più profondo: la difficoltà di organizzare conflitto reale. Perché la lotta costa, espone, divide. Obbliga a disturbare amministratori amici, dirigenti conosciuti, pezzi di sistema con cui magari ci si incontra nei tavoli istituzionali. La raccolta firme, invece, è comoda: non rompe troppo, non spaventa troppo, non mette davvero in crisi nessuno. È partecipazione senza trauma. Ma la Calabria non ha bisogno di un’altra liturgia. Ha bisogno di un sindacato che torni a fare il sindacato. Che non si limiti a chiedere firme sulla sanità pubblica, ma organizzi i territori dove la sanità pubblica è già stata svuotata. Che non parli genericamente di appalti, ma apra fascicoli su ogni appalto opaco. Che non invochi la dignità del lavoro solo nei convegni, ma la difenda nei cambi d’appalto, nei cantieri, nelle cooperative, nelle mense, nelle pulizie, nei servizi esternalizzati. Altrimenti resta una domanda semplice, quasi brutale: se il sindacato, davanti alla sanità che crolla e al lavoro che uccide, considera la raccolta firme il suo principale strumento di mobilitazione, non è forse il segno che ha smarrito il suo strumento più antico e più necessario? La lotta.
Ed è qui che la critica al sindacato diventa ancora più pesante. Perché un’organizzazione nata per modificare i rapporti di forza reali tra capitale, lavoro e potere pubblico non può ridursi a confidare in uno strumento che, storicamente, ha inciso pochissimo sulla vita concreta delle persone. Se davvero la Calabria è il quadro drammatico che loro stessi raccontano, allora la risposta non può essere una penna su un modulo. Deve essere la lotta. Perché i diritti sociali veri, quelli che hanno cambiato la storia di questo Paese, non sono quasi mai nati da una raccolta firme.
