Cenadi (CZ) · venerdì 28 Agosto 2026
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Da Riace a Cenadi, quando l’opposizione perde anche il senso del limite.

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Dentro un Consiglio comunale possono esserci opposizioni serie, opposizioni compiacenti e opposizioni stupide. Stupide non perché dissentono dalla maggioranza — quello è il loro mestiere — ma perché non riescono più a distinguere una battaglia politica da una questione che dovrebbe stare un gradino sopra la miseria quotidiana degli schieramenti. A Cenadi abbiamo imparato a conoscere un’opposizione che io considero sostanzialmente compiacente, incapace molte volte di esercitare fino in fondo il proprio ruolo. A Riace, invece, sembra essersi verificato il fenomeno opposto: pur di colpire Mimmo Lucano, una parte del Consiglio è riuscita a trasformare persino un gemellaggio con un campo profughi palestinese in un terreno di resa dei conti politica.

I fatti meritano però di essere raccontati bene. Il Consiglio comunale di Riace del 24 agosto arrivava già dentro una crisi politica evidente. Nicoletta Calabrese si era dimessa dalla maggioranza; Michela Franco e Maria Caterina Spanò, entrambe elette con Lucano, si erano ormai collocate su posizioni critiche insieme ai consiglieri di minoranza Francesco Salerno, Salvatore Certomà e Antonio Trifoli. Il primo punto riguardava proprio la surroga della consigliera dimissionaria e il subentro del primo dei non eletti. I cinque hanno votato contro contestando l’istruttoria: secondo loro mancavano verifiche sufficienti sulle eventuali cause di ineleggibilità e incompatibilità e la documentazione non sarebbe stata completa. Il voto è finito in parità e la surroga non è passata; gli atti sono stati trasmessi alla Prefettura.

Fin qui, però, siamo ancora dentro la politica e dentro l’amministrazione. Se un consigliere ritiene che una procedura sia irregolare ha non soltanto il diritto, ma il dovere di dirlo. Il problema vero arriva subito dopo. Perché il punto successivo avrebbe dovuto riguardare il gemellaggio tra Riace e Dheisheh, il campo profughi palestinese vicino a Betlemme. E lì non c’era più da discutere della surroga di un consigliere. Lì bisognava decidere se un piccolo Comune calabrese potesse tendere una mano a una comunità palestinese che vive da generazioni dentro la condizione del rifugio.

E proprio su questo bisogna far emergere un particolare che, secondo me, non è affatto secondario. Quando Antonio Trifoli fu eletto sindaco di Riace, una delle prime cose che fece fu sostituire la targa voluta da Mimmo Lucano, quella che definiva Riace «paese dell’accoglienza», con un’altra dedicata ai Santi Cosma e Damiano. Potrebbe sembrare una cosa da niente. Ma qualche volta sono proprio i piccoli gesti a raccontare meglio delle grandi dichiarazioni l’incoerenza, e forse anche la mancanza di onestà intellettuale, di certa politica. Perché Cosma e Damiano, prima di diventare santi, secondo la tradizione cristiana erano medici. E non medici dei potenti: curavano gratuitamente, tanto da essere ricordati come gli anargiri, coloro che non accettavano denaro. Stavano dalla parte degli ultimi, dei poveri, di quelli che oggi Papa Francesco avrebbe chiamato gli scartati. E allora viene spontaneo chiedersi che senso abbia richiamarsi ai santi quando poi, davanti alla sofferenza concreta di altri esseri umani, si costruisce un muro politico e burocratico.

Il comportamento tenuto in Consiglio sul gemellaggio con Dheisheh, a mio avviso, rende questa contraddizione ancora più evidente. Qui la propaganda di certi personaggi della politica locale arriva, come si dice dalle nostre parti, “muru muru cu l’idìozzia”: sbatte contro il muro dell’assurdo. Perché fare ostruzionismo persino davanti a un gesto di solidarietà verso un campo profughi palestinese non dimostra forza politica, ma l’incapacità di distinguere l’avversario politico dall’umanità di una causa. E c’è una contraddizione ancora più profonda, soprattutto per chi ama esibire simboli e riferimenti cristiani. Lo ha ricordato anche Lucano nella sua successiva intervista: Betlemme è il luogo in cui, per la fede cristiana, Dio si è fatto carne. Quella stessa carne fragile, umana, che oggi viene ferita, affamata, mutilata e uccisa in Palestina. Non si può venerare il Cristo nato a Betlemme e poi voltare lo sguardo davanti ai corpi degli uomini, delle donne e dei bambini che in quella stessa terra continuano a soffrire. Ed è allora che mi torna in mente una domanda semplicissima, quasi brutale nella sua essenzialità: definisci “cristiano”. Perché mettere il nome di due santi sopra una targa è facile. Essere coerenti con quello che quei santi rappresentano, evidentemente, lo è molto meno.

Dheisheh non è una parola esotica infilata in una delibera per fare propaganda. È un campo profughi nato nel 1949 per circa 3.000 rifugiati palestinesi provenienti da 45 villaggi delle zone a ovest di Gerusalemme e di Hebron. Secondo gli ultimi dati UNRWA disponibili sono oltre 19.000 i rifugiati registrati nel campo. Una condizione che doveva essere provvisoria dura ormai da più di settantacinque anni. Il gemellaggio proposto da Riace non prevedeva soltanto una fotografia e una stretta di mano, ma rapporti nei settori della cultura, dello sport, delle politiche giovanili, dei diritti delle donne e della cooperazione tra le due comunità. E proprio questo, a mio avviso, avrebbe dovuto azzerare per qualche ora qualsiasi appartenenza: maggioranza, opposizione, ex maggioranza, rancori contro Lucano, lotte per il Comune e regolamenti di conti.

Invece è accaduto il contrario. I cinque consiglieri contrari hanno contestato anche il gemellaggio, sostenendo — in sostanza — che Riace avrebbe altre priorità: manutenzione del territorio, servizi, famiglie, problemi locali. In un documento è stata sintetizzata una frase apparentemente efficace: «Dheisheh merita solidarietà, Riace merita amministrazione». A me sembra, invece, una delle argomentazioni politicamente più povere di tutta la vicenda. Perché presuppone che le due cose siano incompatibili. Come se occuparsi di una strada impedisse di dichiarare solidarietà a un popolo. Come se sistemare una fogna vietasse a un Consiglio comunale di parlare di pace. Come se amministrare significasse occuparsi soltanto di lampadine, buche, tributi e marciapiedi. Seguendo questo ragionamento, nessun piccolo Comune potrebbe prendere posizione contro una guerra, contro il razzismo, contro la violenza sulle donne, contro le persecuzioni o contro la fame, perché da qualche parte ci sarà sempre una cunetta da pulire.

Contro quella fame che ormai da anni viene imposta al popolo palestinese. Quella stessa fame che, come ricorda Francesca Albanese nel suo ultimo lavoro, La luce del risveglio, è stata utilizzata troppe volte nella storia come arma contro intere popolazioni: “Infatti l’arma della fame è uno strumento tristemente consueto delle campagne genocidarie, uno dei più potenti per mietere vittime senza sprecare munizioni e disumanizzando il popolo colpito”. Francesca ricorda come la fame sia stata utilizzata contro i popoli nativi dell’America del Nord, come le politiche staliniane abbiano contribuito alla devastante carestia che colpì l’Ucraina, come sia stata trasformata in strumento di sterminio nella Cambogia di Pol Pot e, ancora, in molti altri teatri di guerra. E a Riace, davanti a un popolo che oggi chiede pane, solidarietà e vicinanza umana, è emersa la stessa miseria morale. Certo, nessuno ha pronunciato letteralmente quelle parole, ma politicamente il messaggio dell’opposizione consiliare è suonato più o meno così: «Me ne frego. Potete anche morire». Ed è forse proprio questo l’aspetto più grave: quando davanti alla fame di un popolo si riesce ancora a trovare un cavillo, una convenienza politica o una ragione per voltarsi dall’altra parte, il problema non è più soltanto politico. È umano.

Tra i libri che ho letto questa estate, due mi hanno devastato e, nello stesso tempo, mi hanno dato strumenti preziosi per comprendere meglio quello che sta accadendo a Gaza e in Palestina: Sudari di Paola Caridi e La luce del risveglio di Francesca Albanese. Dopo averli letti, per me diventa difficile cercare formule più prudenti o parole più comode: ciò che sta accadendo ha un nome preciso, genocidio. E forse, se anche i consiglieri di opposizione di Riace avessero letto queste pagine, avrebbero guardato quel gemellaggio con occhi diversi. Avrebbero forse capito che non si stavano pronunciando su una semplice iniziativa amministrativa, né su una trovata politica di Mimmo Lucano, ma su un gesto di vicinanza verso un popolo sottoposto da anni a violenza, privazioni, fame e distruzione. Perché, se neppure davanti a tutto questo si riesce a mettere da parte l’ostilità politica, allora il problema diventa molto più profondo. Significa che anche a Riace rischia di affiorare quella stessa logica che, a mio giudizio, Israele ha progressivamente istituzionalizzato nei confronti dei palestinesi: la disumanizzazione dell’altro. Prima ancora delle bombe, prima ancora della fame, prima ancora delle macerie, bisogna convincersi che dall’altra parte non ci siano più uomini, donne e bambini come noi. Perché quando un essere umano smette di essere percepito come essere umano, tutto il resto diventa terribilmente più facile.

Ed è precisamente qui che quell’opposizione, a mio modo di vedere, diventa irresponsabile. Non perché abbia contestato Lucano. Lucano è un sindaco e può essere contestato, criticato e persino mandato a casa politicamente. Non perché abbia denunciato eventuali irregolarità negli atti. Se ci sono, devono essere verificate. Diventa irresponsabile quando usa la Palestina come ulteriore campo sul quale regolare una partita amministrativa interna. E diventa persino disumana quando davanti a un popolo che vive da decenni senza una normalità, dentro occupazione, campi profughi, violenze e privazioni, riesce ancora a rispondere: prima pensiamo ai problemi di Riace.

Perché allora bisogna avere il coraggio di arrivare fino in fondo a quel ragionamento. Una bambina di Dheisheh dovrebbe aspettare che a Riace siano state riparate tutte le strade prima di ricevere un segno di solidarietà? Un ragazzo palestinese dovrebbe aspettare che non esista più una famiglia in difficoltà in Calabria prima che qualcuno dica che anche lui ha diritto a vivere libero nella propria terra? E i bambini di Gaza dovrebbero aspettare che ogni Comune italiano abbia risolto la raccolta dei rifiuti prima che un sindaco trovi il tempo di dire che non è normale crescere sotto le bombe?

Io continuo a pensare una cosa molto semplice. Un gemellaggio non fermerà un carro armato. Non farà cessare una guerra. Non ricostruirà una casa distrutta, non restituirà un figlio a una madre e non farà tornare nella propria terra una famiglia palestinese espulsa decenni fa. Ma dice qualcosa. Dice da quale parte della storia una comunità decide di stare.

E forse è proprio questo che a Riace qualcuno non ha capito. Ci sono giorni nei quali essere opposizione significa votare contro. Ce ne sono altri nei quali essere opposizione responsabile significa alzarsi e votare insieme alla maggioranza, magari dopo averla combattuta per tutto il resto dell’anno. Il 24 agosto era uno di quei giorni. Perché contro Lucano si può votare anche trecentosessantaquattro giorni all’anno. Per votare contro un campo profughi palestinese, invece, ne bastava uno. E hanno scelto proprio quello.


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