Cenadi (CZ) · martedì 13 Ottobre 2026
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Agricoltori, Polimeni e il “vannaccismo”: la rabbia da sola non cambia il sistema.

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Può sembrare un paradosso, ma io vedo molta più identità politica nei ragazzi che si siedono in mezzo a una strada per protestare contro l’emergenza climatica che in buona parte delle manifestazioni che in questi giorni stanno attraversando la Calabria. E non perché abbia improvvisamente deciso di incollarmi anch’io sull’asfalto. Il punto è un altro. Quei ragazzi, nel bene o nel male, non chiedono semplicemente che domani mattina qualcosa costi cinquanta centesimi in meno. Contestano un modello di sviluppo. Possiamo considerarli ingenui, esagerati, fastidiosi. Possiamo discutere per ore sui loro metodi. Ma dietro quella protesta esiste una domanda politica: dove ci sta portando questo sistema?

È questa domanda che, invece, faccio fatica a trovare nelle immagini che da giorni scorrono sui social dalla Calabria. Vedo agricoltori, autotrasportatori, commercianti. Vedo persone arrabbiate e, soprattutto, vedo problemi veri. Non penso affatto che quella rabbia sia inventata. Sarebbe persino offensivo sostenerlo. Il problema comincia quando una condizione sociale reale viene raccontata come se bastasse sommare tante rabbie per costruire automaticamente una coscienza collettiva. Dentro questo racconto è entrato con grande forza anche Lino Polimeni. Bisogna riconoscergli una cosa: probabilmente più di altri sta dando voce a persone che chiedono di essere ascoltate. Ma proprio per questo il suo ruolo diventa interessante. Perché quando il giornalista non si limita più a raccontare una protesta, ma finisce quasi per diventarne l’amplificatore, la domanda non è più soltanto cosa sta succedendo sulle strade calabresi. Bisogna chiedersi anche quale rappresentazione politica di quella protesta stiamo costruendo.

Ed è qui che io intravedo qualcosa che definirei “vannaccismo”. Non perché Polimeni sia Vannacci e nemmeno perché agricoltori, o autotrasportatori siano diventati improvvisamente seguaci di qualcuno. Sarebbe una sciocchezza sostenerlo. Parlo del metodo. Tutti i problemi, per quanto differenti tra loro, finiscono dentro uno schema semplicissimo: da una parte il popolo, dall’altra quelli che comandano. Da una parte chi lavora e soffre, dall’altra il Palazzo. Funziona benissimo in una diretta Facebook. Molto meno quando bisogna capire perché un agricoltore non riesce più a vivere del proprio lavoro, perché un camionista vede crescere i costi, perché un lavoratore dipendente perde potere d’acquisto e perché una famiglia, arrivata alla terza settimana del mese, comincia a guardare il conto corrente come si guarda il bollettino di guerra.

Negli ultimi anni il centrodestra ha raccolto in Calabria un consenso elettorale importante. È un dato politico e non un giudizio sugli elettori. E allora una domanda bisogna pur farsela: come si tiene insieme quel consenso con una protesta che oggi denuncia condizioni economiche considerate insostenibili e chiama direttamente in causa le scelte della politica? Io non credo che la risposta sia dare la colpa a chi ha votato. Sarebbe una scorciatoia intellettuale persino peggiore di quella che sto criticando. Le persone votano anche perché sperano che qualcuno migliori le loro condizioni di vita. E quando quella speranza viene delusa hanno non solo il diritto di protestare, ma persino il dovere di farlo. Il problema viene dopo. Se la protesta diventa: “Vi abbiamo votato, adesso abbassateci la benzina”, allora non abbiamo cambiato il rapporto con il potere. Abbiamo semplicemente presentato il conto.

E la politica, quando può, il conto lo paga pure. Magari mette qualche soldo, concede un bonus, riduce temporaneamente qualcosa, trova una compensazione. La piazza torna a casa, il governo respira e tutti felici fino alla prossima bolletta. Poi il prezzo ricomincia a salire, il salario rimane dov’era e bisogna rimettere in moto i trattori. È questo il limite che vedo. Durante il Covid abbiamo assistito, dentro condizioni e fenomeni completamente diversi, a qualcosa che dovrebbe averci insegnato almeno una cosa: quando una sofferenza sociale non riesce a trasformarsi in coscienza politica collettiva, molto facilmente è la rabbia a diventare il collante. E la rabbia è potentissima. Riempie una piazza, blocca una strada, costruisce un nemico e qualche volta fa pure arretrare un governo. Ma la rabbia da sola non costruisce un modello alternativo. Per quello serve qualcosa di molto più difficile: capire.

Perché mettere insieme agricoltori, autotrasportatori, commercianti e famiglie dicendo che tutti pagano troppo la benzina non significa ancora aver trovato ciò che li unisce. È come mettere nello stesso pronto soccorso dieci persone con la febbre e concludere che hanno tutte la stessa malattia. Bisogna andare più a fondo. Cosa unisce veramente queste persone? Il lavoro. I salari. I redditi. Il potere d’acquisto. La distribuzione della ricchezza. Il rapporto tra ciò che produciamo e ciò che ci rimane in tasca dopo averlo prodotto. E, alla fine, il modello economico dentro il quale tutte queste cose avvengono.

Io continuo a pensare che le trasformazioni vere comincino quando si muovono soprattutto due grandi componenti della società: il lavoro e la scuola. Il lavoro perché è lì che si produce la ricchezza. La scuola perché dovrebbe essere il luogo dove impariamo persino a immaginare che il mondo nel quale viviamo non sia necessariamente l’unico mondo possibile. Per questo considero profondamente diverse due forme di protesta. Una cosa è contestare gli effetti di un sistema e chiedere al potere di renderli momentaneamente meno dolorosi. Un’altra è riconoscere dentro quegli effetti il funzionamento del sistema stesso e organizzarsi per cambiarlo. Nel primo caso si chiede una concessione. Nel secondo caso comincia una battaglia politica.

Prendiamo proprio i prezzi. Dire “abbassate i prezzi” è comprensibile. Ma non basta. I prezzi non vengono decisi la mattina da un signore cattivo che si sveglia, apre la finestra e stabilisce quanto dovrà costare il gasolio. Dentro ci sono produzione, energia, distribuzione, fiscalità, mercato e anche fenomeni speculativi. Pensare che tutto possa essere risolto semplicemente ordinando una riduzione generalizzata significa curare una malattia leggendo soltanto la temperatura sul termometro. La questione, infatti, è anche un’altra. Se il costo della vita aumenta mentre salari e redditi da lavoro non tengono lo stesso passo, accade una cosa semplicissima: diventiamo più poveri. Possiamo chiamarla erosione del potere d’acquisto, reddito reale o come preferiscono chiamarla gli economisti. Alla fine significa che con un’ora del nostro lavoro compriamo meno cose di quante ne compravamo prima.

Ed è qui che la benzina smette di essere soltanto benzina. Perché il problema non è più soltanto quanto costa un litro di gasolio. Il problema diventa quanto vale un’ora del nostro lavoro quando dobbiamo comprare quel litro di gasolio, un chilo di pane, pagare una bolletta o riempire il frigorifero. È questo passaggio che, secondo me, dovrebbe fare una protesta se vuole diventare politica. Altrimenti continueremo a rincorrere il prezzo del gasolio oggi, quello del pane domani, la bolletta dopodomani e magari il costo del caffè la settimana successiva. Una specie di sindacalismo del carrello della spesa, mentre il supermercato rimane sempre dello stesso proprietario.

Il problema, a mio avviso, è il modello. Abbiamo costruito un sistema che ha bisogno di produrre, vendere e consumare sempre di più, ma che non necessariamente distribuisce meglio la ricchezza che produce. E così assistiamo a un paradosso che ormai dovrebbe essere abbastanza evidente: abbiamo più merci, più tecnologia, più capacità produttiva e contemporaneamente persone che lavorano e non riescono a garantirsi una vita dignitosa. Allora la domanda politica non può essere soltanto: quanto costa? Bisognerebbe cominciare a chiedersi: cosa produciamo? Per chi lo produciamo? Chi decide? E soprattutto, dove finisce la ricchezza che produciamo? Sono domande molto meno comode di “abbassateci il gasolio”. Non entrano bene in uno slogan e probabilmente funzionano malissimo in una diretta Facebook. Hanno però un piccolo vantaggio: costringono a cercare la causa invece di litigare continuamente con l’effetto.

Possiamo bloccare una strada. Possiamo fermare una fabbrica. Possiamo riempire una piazza e magari costringere un governo a concedere qualcosa. Tutto legittimo. Qualche volta persino necessario. Ma se dopo avere liberato la strada torniamo esattamente dentro lo stesso meccanismo economico che ci aveva costretto a bloccarla, abbiamo ottenuto una tregua, non un cambiamento. E prima o poi dovremo tirare fuori di nuovo i trattori. Per protestare esattamente contro le stesse cose.


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