Le pale non girano ancora, ma intorno al progetto si muovono milioni di euro. Società italiane, danesi, lussemburghesi e francesi, partecipazioni acquistate e cedute, finanziamenti, quote in pegno e accordi che potrebbero valere quasi cinque milioni di euro.
La stampa ha riportato, sulla base di quanto comunicato dalle associazioni impegnate contro il progetto, che la Regione Calabria ha impugnato davanti al Consiglio di Stato la sentenza del TAR che ha annullato il decreto regionale con cui era stata dichiarata la decadenza dell’autorizzazione del parco eolico di San Vito. La notizia arriva dopo il sit-in del 9 ottobre organizzato da associazioni, movimenti e alcuni sindaci davanti alla Cittadella regionale e l’incontro di una delegazione dei manifestanti con il vicepresidente della Regione Filippo Mancuso. Per difendere le nostre montagne dallo strapotere delle multinazionali e dal saccheggio attraverso l’installazione indiscriminata di parchi eolici, invece di vedere in testa alle proteste il sindaco di San Vito sullo Ionio, Antonio Tino, insieme alla sua maggioranza, c’è voluto l’impegno di un rappresentante della Lega, Filippo Mancuso. E pensare che lo stesso sindaco avrebbe potuto almeno valutare un’iniziativa giudiziaria a sostegno della posizione della Regione Calabria. È paradossale che un leghista difenda la nostra montagna più del sindaco del Comune in cui quel parco eolico dovrebbe sorgere. E se dovessimo considerare persino i voti raccolti dalla Lega nel Comune di San Vito alle ultime elezioni regionali, visto che è risultata il primo partito a San Vito, potremmo dire, almeno su questa vicenda, che paradossalmente è meglio avere a San Vito un bacino elettorale leghista, i cui elettori possono riscontrare un impegno concreto per il loro paese da parte dei propri rappresentanti istituzionali alla Regione, che un bacino elettorale grillino, visto che lo stesso sindaco, invece di essere in prima fila insieme alla sua gente per tutelare la montagna, è stato inserito nella struttura regionale del consigliere Enzo Bruno. Ci chiediamo, a questo punto, cosa sia meglio e chi rappresenti meglio il Comune di San Vito: un leghista oppure un sindaco che dell’amichettismo ha fatto una ragione di vita?
Il modo più elegante e onesto per il sindaco di uscire da questa incoerenza politica e dimostrare ai suoi compaesani da che parte sta veramente sarebbe quello di sostenere pubblicamente, con un impegno politico concreto, il ricorso al Consiglio di Stato. E potrebbe fare anche qualcosa di più: promuovere, insieme ai sindaci dei Comuni limitrofi interessati dalla costruzione del parco eolico, una consultazione popolare, anche attraverso referendum consultivi, per consentire ai cittadini di esprimersi direttamente sul progetto. E invece di continuare a essere latitante su questa vicenda, dovrebbe assumersi l’impegno politico di rispettare la volontà espressa dai cittadini e di sostenerla con tutti gli strumenti politici e istituzionali a sua disposizione. Perché se davvero ritiene di rappresentare la sua comunità, dovrebbe avere almeno il coraggio di chiedere ai suoi concittadini se quelle quattordici pale eoliche sulla loro montagna le vogliono oppure no.
Una montagna, quattordici pale e ventiquattro anni di affari.
Del parco eolico di San Vito sullo Ionio si è parlato quasi sempre guardando la montagna: le quattordici pale, il paesaggio, le strade, l’impatto ambientale, le autorizzazioni, il silenzio della politica e le manifestazioni dei cittadini che si oppongono alla realizzazione dell’impianto. Questa volta vorrei cambiare prospettiva. Perché mentre discutiamo di come difendere le nostre montagne, sarebbe interessante capire chi c’è dietro la società che vorrebbe costruire quelle pale e quali interessi economici si muovono intorno a un progetto che, dopo ventiquattro anni, non ha ancora prodotto un solo chilowattora. E dentro questi rapporti societari e finanziari spunta anche il nome di BNP Paribas, una delle banche citate da Francesca Albanese per aver partecipato al finanziamento del debito pubblico israeliano. Non direttamente, ma attraverso una delle banche che hanno contribuito a finanziarne il debito pubblico e che Francesca Albanese cita nel suo rapporto sulle imprese e sulle istituzioni finanziarie coinvolte nell’economia dell’occupazione e del genocidio. Leggendo le visure camerali delle varie società che ruotano intorno agli interessi economici del parco eolico di San Vito, inizialmente avevo qualche dubbio. Ma la memoria, questa volta, non mi ha fatto scherzi. Mi sono ricordato del rapporto di Francesca Albanese, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, presentato alle Nazioni Unite, nel quale la Francesca ricostruisce la rete di società, banche e istituzioni finanziarie che, direttamente o indirettamente, contribuiscono a sostenere economicamente lo Stato di Israele, denunciando il ruolo di questi interessi nell’occupazione dei territori palestinesi e nel genocidio che viene perpetrato contro il popolo palestinese.
Il nome di BNP Paribas compare anche in altre operazioni finanziarie che coinvolgono Omnes Capital ed Elettrostudio Energia, due società legate, con ruoli diversi, alla vicenda del parco eolico di San Vito. Omnes Capital, società francese di investimento presente nell’amministrazione di Elettromnes 2, ha comunicato nel luglio 2025 di aver raccolto capitali anche da BNP Paribas per un proprio fondo di investimento, denominato Omnes Real Tech 2. Elettromnes 2 controlla la Parco Eolico di S. Vito S.r.l. ed è interamente posseduta dalla francese Capenergie Green 2. Elettrostudio Energia, guidata dallo stesso Marco Ceroni che amministra la società del parco eolico di San Vito, ha partecipato alla predisposizione di un’operazione finanziaria da 76,65 milioni di euro per un impianto agrivoltaico in Sicilia, finanziato da BNL-BNP Paribas e Banco BPM. Ma perché richiamare proprio BNP Paribas? Perché nel marzo 2024 la banca francese ha partecipato al collocamento di 8 miliardi di dollari di titoli di Stato israeliani. Lo confermano i documenti ufficiali depositati presso la SEC americana. Il collocamento è una delle operazioni richiamate da Francesca Albanese nel suo rapporto. Questi collegamenti non dimostrano che il parco eolico di San Vito sia finanziato da BNP Paribas, né che le società coinvolte nel progetto abbiano finanziato direttamente Israele. Ma dimostrano che Omnes Capital ed Elettrostudio Energia, collegate a diverso titolo al progetto di San Vito, hanno partecipato, con ruoli differenti, ad altre operazioni finanziarie nelle quali figura BNP Paribas, una delle banche che hanno finanziato il debito pubblico israeliano. Forse sarebbe utile sapere qualcosa di più su chi investe, da dove arrivano i soldi e quali altri interessi economici vengono sostenuti dagli stessi operatori finanziari.
Partiamo dall’inizio.
La Parco Eolico di S. Vito S.r.l. nasce a Roma il 23 gennaio 2002 con un capitale sociale di appena 10.000 euro. Nel 2009 ottiene l’Autorizzazione Unica per realizzare un impianto eolico da circa 50 megawatt, inizialmente composto da 25 aerogeneratori. Successivamente il progetto viene modificato, riducendo le pale a 14, ma mantenendo sostanzialmente la stessa potenza. Nel frattempo cambiano i proprietari. Nel 2009 arriva Element Power Italy S.p.A., nel 2015 subentra la danese Baltic Energy Group APS e nel novembre 2016 la proprietà passa a Elettromnes 2 S.p.A., società con sede a Milano. Dalla visura camerale risulta che la società, nata a Roma nel 2002, trasferisce nel 2005 la sede legale in Calabria, mantenendo però una sede secondaria nella capitale fino al 2014.

Nel settembre 2009 apre anche un ufficio amministrativo a Verona, in corso Porta Nuova 31, che viene chiuso nel novembre 2013. Oggi la società risulta attiva con sede legale a San Sostene, ma senza altre unità locali. Ma chi possiede Elettromnes 2? Una società francese, Capenergie Green 2 SAS, con sede a Parigi, che ne detiene il 100% delle azioni. Quindi, per capire chi controlla il progetto che dovrebbe trasformare una parte delle montagne delle Preserre, bisogna partire da San Vito, passare per Milano e arrivare fino in Francia.
Nell’amministrazione di Elettromnes troviamo anche Marc-Philippe Botte e Omnes Capital, presente attraverso un proprio rappresentante designato. Tra gli amministratori che si sono succeduti nella società del parco figurano Per Ole Villum Hansen, Manlio Berton e Cristiano Samà. Dal novembre 2016 l’amministratore unico è Marco Ceroni, che è anche presidente del consiglio di amministrazione di Elettromnes 2. Un altro nome è quello di Giuseppe Caricato, procuratore speciale della Parco Eolico di S. Vito, con poteri relativi all’acquisizione di terreni e diritti immobiliari necessari alla costruzione dell’impianto. Marco Ceroni compare anche alla guida di Elettrostudio Energia S.r.l., società con sede a Mestre, di cui è presidente e amministratore delegato. Questa impresa appartiene per circa l’80% a Elettrostudio S.r.l. e per il restante 20% a Repower Italia S.p.A. Non risulta che queste ultime due società siano proprietarie del parco di San Vito.
Allo stesso indirizzo dell’ufficio amministrativo di Verona, in corso Porta Nuova 31, troviamo anche un’altra società energetica, EPI Energie Rinnovabili II S.r.l., impegnata nello sviluppo di un impianto fotovoltaico in Campania. E sapete chi rappresentava quest’ultima società? Emmanuel Meyer, lo stesso che troviamo come amministratore delegato della Parco Eolico di S. Vito, al quale nel novembre 2009 erano stati attribuiti anche ampi poteri per negoziare l’acquisto dei terreni necessari alla costruzione delle pale. Ma Meyer era anche un dirigente di Element Power Italy, società inserita in un gruppo internazionale sostenuto dal fondo americano Hudson Clean Energy Partners. Nel gennaio 2013 l’amministrazione della società del parco viene affidata alla spagnola Element Power AD 3, che designa Michael Robert O’Neill per esercitarne le funzioni. Qualche mese dopo viene chiuso l’ufficio amministrativo di Verona e nel 2014 viene cancellata anche la sede secondaria di Roma. E sarebbe interessante conoscere anche quanto sia costato ai diversi proprietari acquistare quelle partecipazioni e quanto abbiano eventualmente guadagnato rivendendole, mentre sulla nostra montagna, dopo ventiquattro anni, le pale ancora non girano.
Fin qui i nomi e le società. Ma arriviamo ai soldi, perché è proprio leggendo i bilanci che questa storia diventa particolarmente interessante. Al 31 dicembre 2025, la Parco Eolico di S. Vito S.r.l. registra quasi 4,8 milioni di euro di investimenti e costi capitalizzati, accumulati negli anni per lo sviluppo del progetto. Nello stesso bilancio troviamo debiti complessivi per circa 5,5 milioni di euro. Di questi, quasi 4 milioni riguardano finanziamenti concessi dai precedenti soci, mentre circa 1,3 milioni provengono dall’attuale proprietaria Elettromnes 2. La Parco Eolico di S. Vito S.r.l. ha un capitale sociale di appena 10.000 euro, ma nei suoi bilanci troviamo quasi 4,8 milioni di euro di investimenti e costi contabilizzati e circa 5,5 milioni di debiti. Il capitale sociale non coincide con le somme investite, che possono provenire anche dai finanziamenti dei soci. Ma allora viene da chiedersi: chi mette a disposizione tutti questi milioni per un progetto che non produce ancora energia? A quali condizioni? E soprattutto, chi si assume i rischi e chi potrebbe raccoglierne i guadagni? Non stiamo parlando di utili realizzati o di denaro guadagnato vendendo energia. Sono valori contabili, investimenti e debiti relativi a un impianto che ancora non produce.
Ma il dato che mi ha colpito maggiormente si trova nel bilancio 2025 di Elettromnes 2. La società dichiara di aver acquistato la partecipazione nella Parco Eolico di S. Vito per 505.602 euro. Negli accordi di acquisto, però, è previsto un possibile ulteriore pagamento ai precedenti proprietari di ben 4.850.000 euro, qualora si realizzino determinate condizioni contrattuali. Avete capito bene. Quasi cinque milioni di euro che potrebbero essere riconosciuti ai venditori della società, oltre al prezzo già contabilizzato per l’acquisto. Non sappiamo se quelle condizioni si realizzeranno e nemmeno a chi, tra i precedenti proprietari, spetterebbero esattamente quelle somme. Le quote della Parco Eolico di S. Vito risultano date in pegno a garanzia di una parte dei crediti dei precedenti soci. I beneficiari delle garanzie sono Cristiano Samà, per una quota nominale di 1.000 euro, e Vento Italia S.A., società lussemburghese, per una quota nominale di 9.000 euro. Non sono gli attuali proprietari, ma soggetti che conservano garanzie economiche sulle partecipazioni. Quanto vale realmente il progetto? Quanto dipende dalle autorizzazioni, dagli eventuali incentivi e dalla possibilità di costruire l’impianto? E soprattutto, quanti soggetti possono ricavare un beneficio economico dalla sua realizzazione? Perché a leggere questi documenti viene il sospetto che il vero affare non sia necessariamente aspettare che il vento faccia girare le pale, ma anche acquistare, vendere e valorizzare un progetto che, ottenute determinate autorizzazioni, può assumere un valore economico considerevole. Le operazioni societarie che ho ricostruito non dimostrano alcun illecito.
E mentre i milioni si muovono tra società e precedenti proprietari, che cosa rimane ai Comuni interessati? Nel bilancio della Parco Eolico di S. Vito troviamo anche 375.000 euro indicati come acconti corrisposti sulle convenzioni sottoscritte con i Comuni di San Vito sullo Ionio e Polia. Non viene specificato quanto sia stato destinato a ciascun Comune. Sarebbe interessante conoscere il contenuto di queste convenzioni, sapere quali somme siano state effettivamente incassate, quali opere siano state realizzate e quali obblighi siano stati assunti dalla società nei confronti delle comunità locali. Perché se per una società un progetto può valere milioni di euro, sarebbe giusto conoscere anche il valore economico che viene riconosciuto al territorio sul quale quel progetto dovrebbe essere realizzato.
Ma la vicenda dell’eolico di San Vito ha conosciuto anche una storia giudiziaria che non possiamo dimenticare.
Nell’aprile del 2020 l’allora sindaco Alessandro Doria finì agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta su una presunta richiesta di denaro legata alla realizzazione del parco eolico. In quella vicenda troviamo anche Luigi Aloisio, avvocato e sindaco di San Sostene, che all’epoca seguiva gli interessi di Elettrostudio Energia. Secondo quanto ricostruito nelle cronache giudiziarie, Aloisio si occupava della pratica relativa agli usi civici e aveva predisposto uno schema di deliberazione da sottoporre al Comune di San Vito. Rimane un aspetto politico sul quale vorrei soffermarmi. Aloisio era contemporaneamente un sindaco e un professionista che prestava la propria attività a favore di una società interessata alla realizzazione di un impianto eolico nel territorio di un altro Comune. E allora una domanda mi sembra legittima: come si concilia il ruolo di un amministratore pubblico, chiamato a rappresentare e tutelare gli interessi di una comunità, con l’attività professionale svolta per società private interessate a realizzare grandi impianti energetici nei territori vicini? Non sto sostenendo che vi sia stata un’incompatibilità o un comportamento illecito. Mi chiedo semplicemente se, quando si discute del futuro delle nostre montagne, non sia giusto conoscere anche il ruolo che alcuni amministratori svolgono, come professionisti, al servizio delle società che vogliono investirvi.
Non possiamo fermarci alla discussione sulle energie rinnovabili, come se chiunque volesse costruire un parco eolico fosse automaticamente un benefattore dell’ambiente. Dopo ventiquattro anni abbiamo una montagna sulla quale dovrebbero sorgere quattordici pale, una società che ha cambiato più volte proprietario, debiti per milioni di euro, partecipazioni date in garanzia, accordi che potrebbero far maturare quasi cinque milioni di euro di ulteriori pagamenti e convenzioni comunali delle quali dobbiamo ancora conoscere completamente il contenuto. E allora vorrei porre una domanda molto semplice, soprattutto agli amministratori locali: se intorno a questo progetto possono circolare milioni di euro, perché i cittadini di San Vito e Polia non dovrebbero conoscere fino all’ultimo centesimo quali interessi economici si muovono sulla loro montagna, chi potrebbe guadagnarci e che cosa rimarrebbe concretamente alle loro comunità?
E i posti di lavoro?
Dal 2002 a oggi sono passati quasi venticinque anni. Abbiamo visto società nascere, cambiare proprietari e passare da uno Stato all’altro. Abbiamo visto finanziamenti per milioni di euro e partecipazioni acquistate e rivendute. Una specie di matrioska, con una società dentro l’altra. Ma quanti posti di lavoro sono stati creati in tutti questi anni per i cittadini di San Vito e Polia? Nelle visure e nei bilanci che ho esaminato non ho trovato dati che permettano di stabilirlo. Nel frattempo, però, proprio a San Vito e nei territori attraversati dal Kalabria Coast to Coast, si sono sviluppate attività turistiche, strutture ricettive, ristoranti e altre attività commerciali che lavorano anche grazie a quel patrimonio naturalistico che oggi si vorrebbe trasformare con l’installazione delle quattordici pale eoliche. Attività che producono reddito e offrono opportunità di lavoro, senza che sulla montagna sia stato installato un solo aerogeneratore.
Dopo ventiquattro anni di operazioni societarie e finanziarie, non sappiamo quanti posti di lavoro potrebbe creare il parco eolico, mentre, secondo quanto denunciano le associazioni, la sua realizzazione rischierebbe di compromettere attività economiche che già esistono. Ma qualcuno ha fatto i conti? Quanti posti di lavoro potrebbe creare il parco eolico e quanti, invece, rischierebbero di scomparire? Perché se i posti di lavoro che rischiamo di perdere fossero superiori a quelli che potrebbero essere creati, avremmo un investimento milionario che, anziché portare nuova occupazione, finirebbe per distruggere persino quella che gli abitanti del territorio sono riusciti a costruirsi. E sarebbe davvero il colmo: dopo quasi venticinque anni di società, finanziamenti e milioni di euro, ritrovarci con quattordici pale sulla montagna e meno posti di lavoro di quanti ne abbiamo oggi.

