Cenadi (CZ) · lunedì 2 Novembre 2026
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U Troppitu

Cenadi

Preferisco un bambino che spacca una vetrina della Nike che un adulto vestito da zombi.

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Io non credo alla morte come fine della vita. I morti sono vivi, e stanno tutti in cielo. Sono convinto che la vita sia più forte della morte e che la nostra esistenza non possa esaurirsi dentro una manciata di anni, tra una culla e una lapide. Sarebbe davvero poca cosa vivere, amare, soffrire, costruire relazioni, affezionarsi alle persone, per poi finire dentro una cassa di legno e diventare soltanto un ricordo destinato, prima o poi, a scomparire. Rispetto la morte, e sono certo che quando arriverà per me, oppure porterà via qualcuno a cui voglio bene, mi farà paura. Una buona dose di paura. Ma credo che quella paura, almeno per chi resta, possa trasformarsi con il tempo in un ricordo permanente, in una presenza che non possiamo più abbracciare, ma che continua a vivere dentro di noi.

Per me la morte è una sorella. Una sorella che un giorno verrà a prendermi per mano e mi accompagnerà in paradiso. Magari mi troverà impreparato, forse le chiederò di tornare un altro giorno. Ma non riesco a immaginarla come quella creatura mostruosa che oggi viene rappresentata con il volto insanguinato, le ossa che escono dalla carne e la bocca piena di sangue. E allora mi chiedo: perché dovrei trasformare in un mostro quella sorella che, nella mia fede, rappresenta il passaggio verso la vita eterna? Perché dovrei avere paura di chi mi accompagnerà dove, da solo, non saprei arrivare?

E qui arriviamo ad Halloween. Non voglio fare il bacchettone, né mettermi a discutere con i bambini che si divertono a indossare costumi da scheletri, fantasmi o mostriciattoli. I bambini hanno il diritto di giocare, anche con la paura. Quello che invece mi infastidisce è questo confezionamento subculturale che gli adulti hanno costruito intorno alla morte, trasformandola in un prodotto commerciale. Una sorta di mercimonio della morte, dove persino le ossa, il sangue e i cadaveri diventano oggetti da mettere in vendita. Ormai possiamo comprare persino la morte. La troviamo sugli scaffali dei supermercati, nelle vetrine dei negozi, nei costumi pensati per i bambini, anche per i nostri nipoti. I negozi cinesi ne sono pieni e li vendono pure a basso prezzo. Ma non ci interessa da dove venga quel prezzo irrisorio. Magari, dall’altra parte del mondo, un altro bambino o un lavoratore sfruttato li confeziona in una ZES. Possiamo scegliere quanto deve essere brutta, spaventosa, insanguinata. Naturalmente tutto dipende dal prezzo. E al contrario dei negozi cinesi, più spendiamo e più possiamo permetterci una morte terrificante.

Ma proviamo a ragionare su questa contraddizione. Viviamo in una società che cerca continuamente di allontanare la morte dalla propria quotidianità. Nascondiamo la vecchiaia, ci vergogniamo del decadimento del corpo, abbiamo difficoltà persino a parlare della morte con i nostri nipoti. E poi, per una notte, ci travestiamo da cadaveri, ci spalmiamo sangue finto sulla faccia, ci mettiamo le ossa di plastica addosso e andiamo in giro a festeggiare. Insomma, la morte vera ci terrorizza, quella di plastica ci diverte. Forse perché quella vera non possiamo governarla. Non possiamo decidere quando arriverà, né possiamo rimandarla indietro quando ci porta via una madre, un padre, un figlio o una persona a cui vogliamo bene. Quella finta, invece, la compriamo, la indossiamo, la fotografiamo e il giorno dopo la riponiamo nell’armadio, magari aspettando il prossimo Halloween per riciclarla.

So bene che Halloween ha origini antiche e che nel corso dei secoli ha attraversato culture e tradizioni differenti. Ma questo non giustifica tutto quello che oggi gli abbiamo costruito intorno. Le tradizioni dovrebbero conservare una memoria, un significato, un rapporto con la storia degli uomini. Quando diventano soltanto occasioni per vendere qualcosa, a mio avviso, si svuotano. Rimane il contenitore, magari bello e colorato, ma dentro non c’è più niente. Soltanto mercanzia. E allora mi chiedo se questo nostro modo di rappresentare la morte non sia persino una forma di banalizzazione della vita, perché abbiamo imparato a commercializzare l’immagine della morte, ma continuiamo a non saperne accettare la realtà. Possiamo comprare uno scheletro di plastica, ma non un minuto in più con chi non c’è più.

Io credo nella resurrezione della carne. Credo che un giorno il mio corpo, le mie ossa, la mia carne, torneranno a vivere. Qualcuno potrebbe dirmi che sono sciocchezze, che quando morirò diventerò polvere e di me non rimarrà niente. Certo, il mio corpo diventerà polvere. Ma io credo in un Dio che ha creato l’universo, che si è fatto carne e che ha vinto la morte. E allora mi chiedo: se credo che Dio abbia potuto creare tutto questo, perché dovrei considerarlo incapace di restituirmi la mia carne e le mie ossa? Non so come farà, né pretendo di spiegarlo scientificamente. È una questione di fede, non un esperimento di laboratorio. E proprio questa mia convinzione mi porta a considerare la morte in maniera completamente diversa da come viene rappresentata durante Halloween. Io non voglio immaginare i miei morti come fantasmi che vagano per i cimiteri, come anime disperate che cercano di ritornare nelle proprie case. Io li penso vivi. Li penso in paradiso. Li penso capaci di continuare ad amarci, anche se noi non possiamo più stringere le loro mani.

Mi viene in mente il profeta Ezechiele e la sua visione della valle piena di ossa inaridite. Ossa che, per volontà di Dio, si ricompongono, si rivestono di nervi, carne e pelle, e tornano a vivere.

Non voglio impedire a nessuno di festeggiare Halloween. Non ne avrei nemmeno il diritto. Però continuo a chiedermi quale concezione della morte stiamo trasmettendo ai bambini, quando siamo proprio noi adulti a non riuscire più ad affrontarla come una componente naturale della nostra esistenza. Perché è abbastanza paradossale insegnare ai bambini a divertirsi con i cadaveri di plastica e poi non trovare le parole per spiegare loro perché il nonno, la nonna o una persona cara non torneranno più a casa. Forse sarebbe più utile insegnare loro che i morti non sono mostri, che la morte merita rispetto e che ricordare chi non c’è più significa continuare a custodirne la vita.

Io, quando arriverà il mio momento, non vorrei incontrare uno scheletro con la falce. Vorrei trovare quella sorella di cui parlavo prima. Magari mi farà paura, forse piangerò, forse le chiederò ancora qualche minuto per salutare le persone che amo. Ma spero di riuscire a prenderle la mano e seguirla. Non pretendo che tutti condividano la mia fede, ma continuo a trovare assurdo che una società che cerca in tutti i modi di nascondere la morte dalla propria coscienza senta poi il bisogno di metterla in vendita sugli scaffali dei supermercati.

Io preferisco il paradiso.

Io vivo, non muoio. E se muoio, non morirò mai.


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