Cenadi (CZ) · mercoledì 21 Ottobre 2026
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I cattivi maestri? È il capitalismo bellezza.

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Io non capisco una cosa. Anzi, ci sono tante cose che non riesco a capire. Provo a farmi domande e a darmi delle risposte, ma non sempre ci riesco. Questa storia della violenza nelle piazze, per esempio, mi lascia abbastanza perplesso. Non perché la violenza non ci sia stata, sarebbe assurdo negarlo, ma per come viene raccontata e soprattutto per le conclusioni alle quali arrivano tanti commentatori, giornalisti e politici. Non voglio entrare nelle dinamiche sociologiche che riguardano quei ragazzi-bambini che hanno assaltato i negozi o la libreria, perché non saprei farlo. Ma una cosa voglio dirla subito, così almeno è chiaro il mio pensiero. Se quei giovani avessero assaltato i supermercati delle multinazionali, riempito i carrelli di latte, pasta, pane e altri generi alimentari, e poi fossero andati per le strade di Milano a distribuirli alle persone e alle famiglie che ne avevano bisogno, avrei trovato in quel gesto un significato politico.

Ai miei tempi si chiamava esproprio proletario. Si poteva essere d’accordo oppure no, condannare quel metodo, discuterne la legittimità, ma dietro c’era un messaggio politico. Condivisibile o meno, ma c’era. E se, invece di scassare la libreria Feltrinelli, avessero preso dei libri senza distruggere nulla, avrei capito e persino giustificato quel gesto. Naturalmente, questo non significa che appropriarsi delle cose altrui sia lecito. Ma entrare in un negozio di abbigliamento firmato, sfondare le vetrine e portarsi via scarpe, borse, vestiti e altri oggetti, almeno per come la penso io, significa una cosa completamente diversa. Significa che quella cultura consumistica, che ha trasformato persino i rapporti umani in una questione di possesso e di apparenza, ha conquistato anche questi ragazzi. E allora mi chiedo: che cosa contestano, se poi rubano proprio gli oggetti che quella società propone come simboli del benessere e dell’affermazione personale? Non sarà che, invece di ribellarsi a quel modello, ne sono diventati essi stessi prigionieri? E i social, naturalmente, ci mettono del loro. Ragazzi e persino bambini di undici, dodici, tredici anni, con il telefonino sempre in mano, pronti a riprendere tutto, persino le proprie stupidaggini, per mostrarle agli altri.

Qualche volta ho l’impressione che non si riesca più a distinguere quello che si fa per convinzione da quello che si fa per essere guardati. Ma proprio perché considero quei comportamenti sbagliati, non riesco ad accettare che tutto venga liquidato con la solita condanna, magari accompagnata dalla richiesta di pene sempre più severe. Condannare è facile. Più difficile è cercare di capire che cosa stia succedendo a una parte delle nuove generazioni. E non penso che basti parlare di noia, di teppismo o di giovani che non hanno voglia di lavorare. Perché dietro certi comportamenti possono esserci tante cose, compresa una condizione sociale che non offre prospettive. Naturalmente non so se quei ragazzi abbiano agito per queste ragioni, e non voglio inventare loro una giustificazione sociale. Ma vorrei capire perché, quando si verifica un episodio di violenza nelle piazze, si cerca immediatamente il colpevole e quasi mai si prova a comprendere in quale società quei ragazzi stanno crescendo.

E allora proviamo ad allargare un po’ il ragionamento. Precarizzare il lavoro dentro un sistema di appalti e subappalti a cascata, costringere i lavoratori ad accettare un lavoro in nero o sottopagato perché l’alternativa, molto spesso, è non lavorare affatto, specie al di qua del Pollino, ma non solo, non è una forma di violenza? Restare inermi davanti alle morti sul lavoro, e fa bene la Fillea quando le chiama «operaicidi», non è violenza? Nel 2025, secondo i dati INAIL, sono state presentate 1.198 denunce di infortunio con esito mortale. Sono denunce, non tutte necessariamente riconosciute come morti per causa di lavoro, ma dietro quei numeri ci sono persone uscite di casa per andare a lavorare e mai più tornate. Famiglie che hanno perso un affetto e, spesso, anche il sostentamento economico. E allora mi chiedo: perché davanti a una vetrina scassata ci indigniamo tutti e davanti a un lavoratore che muore sembra quasi che ci siamo abituati?

E che cosa dovremmo dire di chi lavora e nonostante questo non riesce a vivere dignitosamente? Di chi deve scegliere se pagare una bolletta, fare la spesa oppure comprare le medicine? L’ISTAT ci racconta che milioni di persone vivono in povertà assoluta, compresi oltre un milione di bambini. Eppure, questa condizione non sembra provocare la stessa indignazione di un’automobile incendiata. Non è violenza anche quella subita da chi rinuncia a curarsi perché non ha i soldi o deve aspettare mesi per una visita specialistica? E quella di chi è costretto ad abbandonare gli studi perché la famiglia non può sostenerne i costi? Io penso di sì. E penso che questa violenza sia persino più insidiosa, perché abbiamo imparato a considerarla parte della normalità.

Naturalmente non voglio mettere sullo stesso piano chi spacca una vetrina e chi subisce uno sfruttamento lavorativo. Sono fatti diversi, anche nelle responsabilità. E non dimentico i piccoli commercianti che hanno investito i risparmi di una vita nella propria attività e non meritano certo di vedersela distrutta. Ma possibile che la nostra indignazione debba manifestarsi soltanto quando qualcuno distrugge una cosa e non anche quando vengono distrutte le possibilità delle persone di vivere dignitosamente? A me pare che abbiamo finito per attribuire alle merci e alla proprietà un’attenzione che non sempre riserviamo alla dignità umana.
C’è poi un’altra questione. Le manifestazioni degli agricoltori, degli studenti e dei lavoratori ci raccontano qualcosa che la politica e, purtroppo, anche il sindacato sembrano non voler comprendere. Sempre più spesso le proteste nascono spontaneamente, fuori dalle organizzazioni tradizionali. E allora mi chiedo se siano soltanto le persone ad aver smesso di riconoscersi nei partiti e nei sindacati oppure se non siano stati proprio questi ultimi ad allontanarsi dalla società che pretendono di rappresentare. Lo abbiamo visto anche nelle manifestazioni degli agricoltori calabresi, dove alcuni hanno contestato apertamente le proprie associazioni di categoria.

E quando una protesta nasce fuori dalle organizzazioni tradizionali, il compito del sindacato qual è? Aspettare che qualcuno gli chieda di partecipare? Scrivere un comunicato di solidarietà? Oppure entrare dentro quelle contraddizioni, parlare con chi protesta e provare a trasformare una rabbia, qualche volta persino confusa, in una rivendicazione collettiva? Perché io continuo a pensare che il sindacato debba fare proprio questo. Non mettere il cappello sulle proteste, come qualcuno ripete per giustificare la propria assenza, ma starci dentro. Anche quando sono contraddittorie, anche quando non condividiamo tutto, anche quando non siamo noi ad averle organizzate. Altrimenti che cosa rimane della rappresentanza sindacale?

E la politica non è messa molto meglio. L’astensionismo elettorale ci racconta quanto si sia indebolito il rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Naturalmente non tutti quelli che non votano hanno le stesse motivazioni, come non tutte le proteste spontanee hanno un contenuto progressista. Ma qualcosa si è rotto. E quando le persone non trovano più chi le ascolta, quando le condizioni materiali peggiorano e chi dovrebbe rappresentarle si limita a parlare della loro sofferenza senza condividerla, quella rabbia non scompare. Rimane nella società e qualche volta può manifestarsi anche in forme che non hanno nulla a che vedere con una lotta politica o sindacale. Non sto dicendo che questa sia la spiegazione dei saccheggi di Milano. Sto dicendo che sarebbe sbagliato parlare di violenza nelle piazze senza interrogarsi anche sulle condizioni sociali nelle quali viviamo.

E allora torno alla domanda iniziale. Perché siamo diventati così sensibili alla violenza che colpisce le cose e così poco sensibili a quella che colpisce le persone? Non voglio fare una graduatoria della violenza. Vorrei soltanto che riconoscessimo anche quella che non ha bisogno di pietre, manganelli o vetrine infrante per produrre sofferenza. Quella che qualche volta viene persino giustificata con parole che abbiamo imparato a considerare normali: flessibilità, compatibilità economiche, sacrifici necessari. Parole dietro le quali spesso si nascondono scelte politiche precise. Perché un lavoratore costretto ad accettare qualsiasi condizione pur di mantenere la famiglia non è semplicemente una persona sfortunata. E un giovane calabrese costretto a lasciare la propria terra perché qui non riesce a costruirsi un futuro non è soltanto un ragazzo che ha deciso di fare un’esperienza altrove.

Dietro queste condizioni ci sono responsabilità politiche ed economiche, e qualche volta anche l’assenza di chi avrebbe il compito di contrastarle. E allora, quando sento parlare dei «cattivi maestri» che alimenterebbero la violenza nelle piazze, mi viene spontanea un’altra domanda. Dobbiamo cercarli soltanto tra quelli che incitano i ragazzi a spaccare una vetrina? Oppure anche tra coloro che, con le proprie scelte politiche ed economiche, contribuiscono a rendere sempre più precaria la vita di milioni di persone? Perché altrimenti finiremo per chiamare cattivi maestri soltanto quelli che insegnano a spaccare le vetrine, continuando a considerare rispettabili quelli che, senza spaccare nulla, contribuiscono a togliere alle persone persino la possibilità di vivere dignitosamente.


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