Cenadi (CZ) · martedì 13 Ottobre 2026
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Quando la politica e i politicanti prendono per il culo i calabresi.

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Vi do una brutta notizia. Quando gli stessi responsabili politici che governano una Regione corrono a mettersi al fianco di chi protesta contro problemi sui quali proprio loro avrebbero avuto il potere e il dovere di intervenire, bisogna stare molto attenti. Perché il rischio è sempre lo stesso: una passerella, qualche fotografia, un annuncio e infine il contentino necessario a far rientrare tutti a casa. È quello che sta accadendo in queste ore. Dopo giorni di blocchi, trattori sulle strade e una protesta che gli stessi promotori dicono ormai andare oltre il solo mondo agricolo, a Davoli Marina sono arrivati decine di sindaci e il vicepresidente della Regione Filippo Mancuso. Naturalmente c’erano quasi tutti i sindaci del Basso Ionio. Mancava, però, il sindaco di Cenadi. Ma, in fondo, non possiamo pretendere troppo: già così impegnato a devastare Cenadi con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, sarebbe stato quasi sorprendente vederlo correre a solidarizzare con gli agricoltori. Assente anche l’assessore comunale con delega all’Agricoltura bimbominchia, che non mi risulta abbia partecipato alla protesta né abbia pubblicamente espresso solidarietà agli agricoltori. Evidentemente anche lui avrà avuto impegni più urgenti. Magari controllare come procedono le sue nuove attività imprenditoriali.

Il blocco di Davoli Marina si è sciolto. E se anche lo stesso Mancuso è stato preso a pesci in faccia dai manifestanti durante la riunione tenutasi l’altro ieri, dopo la passerella con i sindaci, dobbiamo far emergere un altro aspetto che, a mio avviso, non è affatto secondario. Quando una protesta spontanea non riesce a strutturarsi e a darsi un’organizzazione, le pressioni su coloro che la guidano diventano enormi. E alla fine il rischio non è soltanto quello di non ottenere risultati: si rischia di fiaccare quella rabbia e di rendere molto più difficile costruire nuove mobilitazioni in futuro. Gli agricoltori di Davoli, così come quelli che hanno manifestato in altre città, hanno detto una cosa molto chiara: non si sentono più rappresentati dalle loro associazioni di categoria. Qualcuno si è spinto ancora oltre, arrivando ad attribuire proprio a quelle organizzazioni una parte della responsabilità per la condizione nella quale oggi versa il settore. È un segnale che non dovrebbe essere sottovalutato, perché racconta qualcosa di molto più profondo: il sistema della rappresentanza sociale e politica si è sfilacciato, ha perso credibilità e si è fortemente indebolito.

Questo, però, non significa che gli agricoltori, come i lavoratori di qualsiasi altro settore, debbano rimanere inermi e subire le decisioni delle organizzazioni che dovrebbero rappresentarli. Al contrario: devono pretendere di cambiarle, condizionarne le scelte, costringerle a tornare a rappresentare realmente gli interessi della propria base. Vale per le associazioni degli agricoltori come per le organizzazioni dei lavoratori. Pensare invece di risolvere la crisi della rappresentanza creando una miriade di nuove associazioni, come sta accadendo anche nel settore agricolo calabrese, rischia di produrre l’effetto opposto. Tante sigle, tanti portavoce, tante piccole piattaforme e, alla fine, nessuna forza sufficiente per incidere davvero. La frammentazione non rafforza la lotta: la divide. E una protesta divisa è molto più semplice da contenere, trattare separatamente e, alla fine, spegnere.

Poi è arrivato Roberto Occhiuto, naturalmente attraverso uno dei suoi ormai immancabili video sui social: lunedì il Consiglio regionale dovrebbe mettere sul tavolo 15 milioni di euro contro il caro carburante. Ma prima di applaudire aspetterei di leggere il provvedimento. Perché quindici milioni pronunciati davanti a una telecamera fanno un certo effetto; divisi tra aziende e beneficiari potrebbero raccontare tutta un’altra storia. Se dividessimo quelle risorse alle quasi 95 mila aziende agricole calabresi, senza distinguere la grandezza ne le oggettive difficolta che hanno, arriverebbero poco più di 157 euro di contributo. E se consideriamo che un trattore, per come hanno detto gli agricoltori, per farlo lavorare un’itera giornata ha bisogno di 300 euro di gasolio, l’impatto di quel contributo e assurdamente misero.

Ben altre dovrebbero essere le strategie da mettere in campo. Perché se si interviene soltanto sul costo del carburante, forse si attenua l’emergenza di oggi, ma si lasciano intatte tutte le condizioni che la faranno riemergere domani. Servono investimenti nell’innovazione tecnologica, nell’ammodernamento dei mezzi di produzione, nella riduzione dei costi energetici e nella costruzione di filiere capaci di garantire maggiore forza e reddito a chi produce. E serve soprattutto intervenire sulle distorsioni della filiera agricola e sulle speculazioni commerciali. Il settore olivicolo ne è un esempio evidente: non è accettabile che chi produce sopporti costi sempre maggiori mentre il valore riconosciuto all’origine può essere compresso da meccanismi commerciali sui quali il singolo agricoltore ha pochissimo potere. Se non si interviene sulla formazione dei prezzi, sulla trasparenza delle filiere e sulla concorrenza sleale, continueremo a finanziare le emergenze senza rimuoverne le cause. Il gasolio può essere la goccia che fa traboccare il vaso. Ma il problema vero è tutto quello che nel vaso abbiamo lasciato accumulare per anni.

Ma il capolavoro politico arriva subito dopo. Mentre si trovano 15 milioni per provare a spegnere l’incendio, il centrodestra fa marcia indietro sulla modifica dello Statuto che aveva introdotto due sottosegretari e aperto la strada all’aumento degli assessori da sette a nove. E, insieme al dietrofront, si prepara a fermare anche il referendum del 29 novembre. Fantastico. Prima si crea una modifica statutaria per aumentare poltrone e incarichi politici, poi quella scelta produce una battaglia politica e un referendum milionario, infine, quando gli agricoltori scendono sulle strade, si scopre improvvisamente che quei milioni possono servire ad altro. Se oggi quei soldi servono ai calabresi, perché ieri eravamo pronti a spenderli per un referendum nato intorno all’allargamento della struttura politica regionale?

Se a tutto questo aggiungessimo un’altra proposta rimasta nei cassetti: quella dell’ex consigliere regionale Raffaele Mammoliti per ridurre le indennità dei consiglieri, che secondo lo stesso avrebbe consentito un risparmio di circa un milione di euro ogni anno. Non raccontiamoci che questi soldi avrebbero salvato l’agricoltura calabrese: sarebbe demagogia. Ma qualche milione all’anno, trasformato in un fondo permanente per le piccole aziende, il carburante, il credito e le emergenze produttive, non sarebbe stato esattamente inutile. E soprattutto avrebbe mandato un messaggio: se i calabresi devono stringere la cinghia, cominciamo a stringerla anche nei palazzi.

Il problema vero, però, è ancora più grande. I 15 milioni non aumenteranno di un euro lo stipendio di un lavoratore, non miglioreranno la pensione di chi non arriva alla fine del mese, non abbasseranno il prezzo della spesa, non fermeranno il lavoro povero, la precarietà e l’emigrazione dei nostri giovani. E soprattutto gli omicidi sul lavoro che in Calabria è un dato ormai da guerra civile. Ed è proprio qui che questa protesta deve decidere cosa vuole diventare. Perché se l’agricoltore combatte soltanto per il gasolio, l’autotrasportatore per il carburante, il lavoratore per il salario, il pensionato per la pensione e lo studente per il proprio futuro, la politica avrà già vinto. Darà qualcosa a qualcuno, dividerà gli interessi, farà rientrare la protesta e tutto continuerà esattamente come prima.

C’è chi avrebbe voluto trasformare la Calabria in una sorta di Sassonia, guardando ai risultati dell’estrema destra tedesca. Io preferirei immaginare un’altra Calabria: una terra capace di guardare alle grandi mobilitazioni sociali francesi e diventare una scintilla di conflitto sociale, prima regionale e magari poi nazionale. Ma le scintille, da sole, durano pochi secondi. Per diventare fuoco hanno bisogno di organizzazione, obiettivi comuni e soprattutto di una piattaforma capace di unire ciò che oggi protesta separatamente.

Ed è per questo che il mio appello più forte non è rivolto a Occhiuto e neppure ai partiti. È rivolto a CGIL, CISL e UIL. Se davvero questa protesta appartiene a tutti, allora abbiate il coraggio di chiamare insieme agricoltori, lavoratori, precari, studenti, pensionati, disoccupati, piccoli commercianti e famiglie. Convocate assemblee nei territori nelle piazze nelle parrocchie e nei luoghi di lavoro. Costruite una piattaforma calabrese su salari, lavoro, sanità, trasporti, agricoltura, caro vita, diritto allo studio e spopolamento. E se quella piattaforma trova consenso, portate la Calabria verso uno sciopero generale regionale. Perché solo così si può impedire che una rabbia autentica venga raccolta, addomesticata e infine trasformata nell’ennesimo bacino elettorale dalla stessa politica che oggi corre a farsi fotografare accanto ai trattori. Non servono cento battaglie di cento categorie diverse. Serve una battaglia comune.

Altrimenti finirà come troppe altre volte. Qualche milione, qualche promessa, qualche fotografia, e poi tutti a casa. E tra qualche mese scopriremo che nulla è veramente cambiato. La rabbia fa rumore. La lotta organizzata cambia i rapporti di forza. E se davvero questa protesta appartiene a tutti, allora è arrivato il momento che tutti comincino a lottare insieme.


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