Cenadi (CZ) · martedì 13 Ottobre 2026
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Davoli agricoltura in piazza: si parla di gasolio, ma restano nell’ombra lavoro nero, sfruttamento e ’ndrangheta.

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Chi c’è davvero dietro le proteste che in questi giorni stanno interessando la Calabria, con presìdi e blocchi stradali in diversi punti della regione? Ci sono soltanto agricoltori, pescatori e autotrasportatori esasperati dall’aumento dei costi, oppure intorno a questa mobilitazione si stanno muovendo anche interessi, organizzazioni e ambienti politici che provano a intercettare una rabbia sociale sempre più evidente? E ancora: siamo davanti a una protesta spontanea che nasce dal basso oppure a qualcosa che, pur partendo da problemi reali, possiede già una propria struttura, dei riferimenti precisi e una prospettiva che va oltre la singola rivendicazione sul prezzo del carburante?

Una prima risposta arriva dagli stessi promotori. La mobilitazione denominata “L’Italia scende in piazza” non è nata improvvisamente lungo una strada calabrese è promossa dal Movimento Popolare Nazionale insieme a Popolo di Calabria, Movimento Territorio e Agricoltura, GDA Associazione Tutela Agricoltori, Gruppo Agricoltori del Crotonese e Comitati Riuniti Agricoli – Cittadini Italiani. Il 28 settembre sono stati stimati circa duemila manifestanti nei diversi presìdi regionali, mentre i promotori hanno parlato di una mobilitazione destinata a proseguire fino alla manifestazione nazionale annunciata a Cosenza per il 10 ottobre. Numeri che non significano automaticamente rappresentanza dell’intera Calabria, ma che dimostrano come non si tratti semplicemente di qualche agricoltore che, esasperato, ha deciso dalla sera alla mattina di parcheggiare il trattore in mezzo alla strada.

Non figurano invece tra le sei sigle promotrici le grandi organizzazioni agricole tradizionali. Ed è un elemento tutt’altro che secondario. Perché una delle caratteristiche più evidenti di questa protesta sembra essere proprio la contestazione dei tradizionali corpi intermedi. Non vengono accusati soltanto la politica nazionale o quella regionale. Nel mirino finiscono anche associazioni di categoria, organizzazioni sindacali e, più in generale, tutti quelli che, secondo una parte dei manifestanti, non avrebbero avuto il coraggio di scendere in strada. È una frattura che racconta probabilmente qualcosa di più profondo del caro carburante: una crisi di fiducia verso chi, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare interessi collettivi. Le principali organizzazioni agricole – tra cui Coldiretti, Confagricoltura, CIA e Copagri – hanno peraltro assunto pubblicamente posizioni critiche verso questa forma di protesta.

Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più interessanti. Se la protesta, come sostengono gli stessi promotori, non appartiene soltanto agli agricoltori ma riguarda pescatori, autotrasportatori, famiglie e cittadini, allora una mobilitazione che pretende di parlare a nome di tutti avrebbe bisogno anche di costruire una piattaforma capace di tenere insieme interessi diversi. Altrimenti il rischio è quello di alimentare una lotta nella quale tutti sono contro tutti: i lavoratori contro i sindacati, gli agricoltori contro le associazioni di categoria, i cittadini contro i politici, chi manifesta contro chi rimane a casa. Una frammentazione generale nella quale ciascuno rivendica di rappresentare il popolo e, alla fine, nessuno rappresenta più nessuno.

C’è poi un’altra questione, probabilmente quella che più di tutte mette in crisi la parola “agricoltori” utilizzata come se descrivesse un unico blocco sociale. La Calabria conta 95.538 aziende agricole, ma quasi l’80% ha meno di cinque ettari e, tutte insieme, queste piccole aziende gestiscono appena il 22,1% della superficie agricola utilizzata. All’estremo opposto, le aziende con più di cinquanta ettari sono appena l’1,7%, ma controllano il 34,5% della SAU regionale. Dunque, già dentro la stessa categoria degli imprenditori agricoli convivono condizioni economiche profondamente diverse.

Ma soprattutto nella fotografia manca spesso chi la terra la lavora senza possederla. Nel 2024 in Calabria risultavano 84.994 operai agricoli dipendenti. Di questi, 21.888 erano migranti, pari al 25,8% del totale; 8.564 erano cittadini comunitari e, per differenza, circa 13.324 provenivano da Paesi extra-UE. E qui il quadro diventa ancora più difficile da ignorare: nel giugno 2026 il CNR-Ismed, sulla base delle elaborazioni del Rapporto Agromafie e Caporalato, ha stimato in Calabria tra 11 mila e 12 mila lavoratori agricoli impiegati in condizioni di irregolarità, con un fenomeno particolarmente rilevante nelle raccolte stagionali e strettamente connesso, in diversi territori, alla presenza di manodopera straniera. Irregolarità non significa automaticamente caporalato e sarebbe sbagliato sovrapporre i due fenomeni, ma significa che accanto al problema del costo del gasolio esiste un’altra emergenza: quella di migliaia di persone che lavorano nei campi senza che siano sempre garantiti pienamente regolarità, diritti e tutele. E allora la domanda diventa inevitabile: se questa protesta sostiene di rappresentare tutto il mondo agricolo, chi rappresenta quelli che sui campi lavorano, ma il trattore non ce l’hanno? Nelle rivendicazioni pubbliche che sono riuscito a rintracciare si parla soprattutto di carburante, costi di produzione, importazioni e prezzi riconosciuti ai produttori; molto meno, almeno finora, di salari, lavoro nero, regolarità delle giornate, caporalato e condizioni della manodopera agricola. Mettere tutto sotto la parola “popolo” rende certamente il messaggio più efficace, ma non cancella una realtà elementare: per un’impresa il costo del lavoro è una voce del bilancio; per un bracciante quella stessa voce si chiama salario.

C’è poi una parola che, quando si parla di economia agricola in Calabria, non dovrebbe essere rimossa: ’ndrangheta. Ma perché sarebbe sbagliato raccontare l’agricoltura calabrese fingendo che il condizionamento criminale, lo sfruttamento del lavoro e il caporalato siano questioni marginali. E bisogna anche evitare un’altra semplificazione: gli 11–12 mila lavoratori stimati dal CNR in condizioni di irregolarità non sono automaticamente tutti vittime di caporalato, né ogni irregolarità è riconducibile alla criminalità organizzata. Il dato, però, descrive una zona grigia enorme. Migliaia di persone che lavorano in un settore nel quale la vulnerabilità economica, la stagionalità e la presenza di lavoratori stranieri possono creare condizioni favorevoli allo sfruttamento. Se si vuole davvero parlare della crisi dell’agricoltura calabrese, allora la domanda non può essere soltanto quanto costa riempire il serbatoio di un trattore. Deve essere anche quanto viene pagato chi quel trattore lo affianca nei campi, quante giornate vengono realmente dichiarate, quanti lavoratori sono regolari e quanti finiscono nelle mani di intermediari illegali. Altrimenti rischiamo di raccontare la crisi dell’impresa agricola e di lasciare fuori proprio la parte più fragile della filiera: il lavoro.

Per questo il vero banco di prova arriverà quando dalla protesta si dovrà passare alla proposta. Il 10 ottobre è annunciata a Cosenza una manifestazione nazionale. Lì si capirà qualcosa di più. Non soltanto quante persone parteciperanno, ma soprattutto quali rivendicazioni saranno messe nero su bianco, chi parlerà a nome di chi, quali soluzioni verranno indicate e quale idea di società verrà proposta. Perché bloccare una strada può rendere visibile un problema, ma non basta a costruire una rappresentanza. Se questa protesta appartiene davvero a tutti, allora dentro quella piattaforma dovrebbero trovare posto anche quelli che oggi sembrano quasi invisibili: i braccianti, i lavoratori stagionali, gli stranieri e chi lavora nell’irregolarità. Altrimenti resterà una somma di rabbie diverse, ciascuna convinta di essere il popolo. E allora, parafrasando Gaber, la massa farà certamente numero. Ma non necessariamente coscienza.


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