Cenadi (CZ) · mercoledì 23 Settembre 2026
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San Vito sullo Ionio, 36 ore per tre e 32 per uno: quando il lavoro rischia di diventare un favore.

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A San Vito sullo Ionio tre dipendenti comunali passano definitivamente da 32 a 36 ore settimanali. Un quarto lavoratore rimane invece part-time. Una scelta che, letta soltanto dentro una tabella del PIAO, potrebbe sembrare una normale decisione organizzativa. Ma quando si guarda alla storia lavorativa delle persone coinvolte, e la loro appartenenza politica e familiare, qualche domanda sindacale diventa inevitabile. La prima cosa che viene alla mente non riguarda il merito, i requisiti di anzianità o, più semplicemente, quella trasformazione del rapporto da part-time a full-time che, dopo tanti anni di servizio, dovrebbe rappresentare un approdo del tutto fisiologico. Nei nostri contesti territoriali, purtroppo, le domande che sorgono spontanee sono di tutt’altra natura. E non c’è bisogno di essere il figlio illegittimo di Freud per capire quali siano. Né servirebbe sottoporre chi ha assunto questa decisione – che, a mio avviso, produce una evidente ingiustizia – a una seduta psicologica regressiva o alla macchina della verità.

C’è poi un ulteriore elemento che merita di essere considerato. Una delle due dipendenti appartenenti all’Area degli Istruttori, alle quali è stato recentemente aumentato l’orario fino al tempo pieno, rivestirebbe anche il ruolo di rappresentante sindacale dei dipendenti comunali. E da sindacalista, a me piacerebbe sapere a quale sigla sindacale appartenga, perché, se fosse vero che ricopre quel ruolo e se davvero non avesse sollevato alcuna questione sulla posizione degli altri lavoratori, a me sembrerebbe più una crumira che una rappresentante sindacale capace di tutelare tutti. In un’azienda, atteggiamenti del genere vengono spesso definiti da “reggisacco del padrone”. E il fatto che proprio quella dipendente abbia poi beneficiato dell’aumento orario può perfino far apparire, agli occhi di chi osserva, quel comportamento come premiato.

Ma entriamo nel merito della procedura che ho reperito sull’albo pretorio del comune. Con la deliberazione di Giunta n. 51 del 14 settembre 2026 il Comune dispone l’incremento a 36 ore di tre dipendenti a tempo indeterminato: un Istruttore contabile dell’Area Finanziaria/Tributi, un Istruttore amministrativo dell’Area Amministrativa e un Operatore esperto assegnato all’Area Tecnica. Anche sulla posizione dell’Operatore esperto ci sarebbero alcuni aspetti da approfondire. Tutti risultavano precedentemente impiegati per 32 ore settimanali. Nella dotazione organica compare però anche un altro dipendente part-time appartenente all’Area degli Operatori.

Il lavoratore rimasto part-time presta servizio nel Comune dal 2009, quindi da circa diciassette anni. Tra i quattro lavoratori interessati è il secondo per anzianità: soltanto uno è stato assunto poco prima di lui, mentre altri due sono entrati successivamente. Il CCNL Funzioni Locali non stabilisce una graduatoria nella quale il dipendente con maggiore anzianità debba necessariamente essere il primo a ottenere il tempo pieno. Ma allora la domanda diventa ancora più semplice: quali criteri sono stati utilizzati? E considerato che lo stesso CCNL Funzioni Locali, all’articolo 53, comma 13, riconosce al dipendente assunto a tempo parziale, dopo tre anni dall’assunzione, il diritto di chiedere la trasformazione del rapporto a tempo pieno, a condizione che vi sia disponibilità del posto in organico e nel rispetto dei vincoli d’assunzione, nel caso di un lavoratore assunto fin dal 2009 la domanda diventa ancora più evidente: se il Comune ha trovato le condizioni organizzative e finanziarie per portare altri tre dipendenti da 32 a 36 ore, per quale ragione non ha valutato allo stesso modo anche la posizione di chi da anni chiedeva il tempo pieno? Perché se non esiste una precedenza automatica stabilita dal contratto, una scelta che produce un vantaggio economico e previdenziale permanente dovrebbe poter essere spiegata attraverso criteri oggettivi: esigenze del servizio, carichi di lavoro, professionalità, anzianità, utilizzo di lavoro supplementare, richieste dei lavoratori, necessità organizzative. Non basta dire che l’amministrazione aveva facoltà di scegliere. Il problema sindacale è capire come quella facoltà sia stata esercitata.

E nel caso del lavoratore rimasto fuori c’è un elemento ulteriore. La trasformazione a tempo pieno non sarebbe stata una pretesa avanzata dopo avere visto il trattamento riconosciuto ai colleghi. Lo stesso lavoratore aveva manifestato ripetutamente negli anni la volontà di ottenere l’aumento dell’orario. Anche se la richiesta sarebbe stata rappresentata informalmente numerose volte e la questione sarebbe stata conosciuta anche dall’attuale sindaco e dal vicesindaco. Ma tra il dire e il fare ci sono le elezioni comunali. E, nello specifico di San Vito sullo Ionio, le recenti amministrative sembrano ricordarci che, nei piccoli comuni come nei grandi, forse è meglio non schierarsi. Perché altrimenti ciò che dovrebbe restare estraneo alla competizione elettorale – cioè un diritto – rischia, piano piano, di trasformarsi in un favore. Non è di secondaria importanza ricordare che, al contrario di quanto sta accadendo con l’attuale amministrazione, durante il periodo commissariale degli anni passati il comportamento nei confronti dei lavoratori part-time fu improntato a un criterio diverso: nei limiti delle possibilità contabili e amministrative dell’Ente, l’aumento dell’orario venne riconosciuto a tutti i lavoratori interessati e non soltanto ad alcuni.

Poi c’è la questione delle risorse. Gli atti indicano un rapporto tra spesa del personale ed entrate del 26,99%, inferiore alla soglia del 28,60%, e quantificano in 17.871,20 euro l’incremento massimo della spesa. Dai documenti pubblicati sull’albo pretorio non posso essere certo e non ho un prospetto che permetta di affermare con certezza che le risorse residue fossero sufficienti per portare anche il quarto lavoratore a 36 ore. E dunque non lo affermo. Ma neppure dagli atti risulta scritto il contrario. E anche ipotizzando che i soldi non fossero sufficienti per quattro trasformazioni complete, sarebbe rimasta aperta un’altra strada. Tre aumenti da 32 a 36 ore significano complessivamente dodici ore settimanali aggiuntive. In astratto quelle dodici ore avrebbero potuto essere distribuite fra quattro lavoratori, tre ore ciascuno, portandoli tutti a 35 ore. Non era un obbligo contrattuale. Ma dimostra che, qualora il problema fosse stato esclusivamente finanziario, esistevano anche soluzioni differenti da quella consistente nel portarne tre al tempo pieno e lasciare il quarto a 32 ore.

Se anche l’anzianità non avrebbe obbligato il Comune a scegliere il lavoratore assunto nel 2009. Ma avrebbe potuto rappresentare un criterio. E allora torna la stessa domanda: se due lavoratori assunti successivamente sono arrivati a 36 ore e il secondo dipendente più anziano dell’Ente tra quelli interessati è rimasto part-time, qual è stato il criterio adottato? Su tutto questo aleggia infine una coincidenza che va raccontata senza trasformarla in una sentenza. I tre lavoratori interessati dall’aumento a 36 ore avrebbero sostenuto, alle ultime elezioni comunali, la parte politica oggi alla guida del Comune. Il quarto avrebbe invece sostenuto pubblicamente la lista avversaria. Questo dato non prova che l’aumento delle ore sia stato deciso sulla base dell’appartenenza politica, ma proprio perché esiste una coincidenza di questo genere, l’amministrazione dovrebbe avere tutto l’interesse a rendere trasparenti i criteri utilizzati e a togliere qualsiasi spazio al dubbio. Perché quattro ore in più alla settimana non dovrebbero mai apparire come un premio da concedere agli amici. Sono retribuzione, contribuzione, pensione e condizioni di vita di un lavoratore. E quando un dipendente lavora per un Comune dal 2009, chiede da anni di arrivare al tempo pieno, vede altri colleghi – anche con minore anzianità – raggiungere le 36 ore e rimane l’unico escluso, la domanda sindacale non ha bisogno di accuse preventive. Basta chiedere al Comune di San Vito sullo Ionio una cosa semplicissima: quali criteri avete utilizzato per scegliere quei tre e lasciare fuori il quarto?

Nei comizi elettorali, tutti gli attuali consiglieri di maggioranza hanno assunto impegni: alcuni ambiziosi, altri più retorici, altri ancora politicamente poco consistenti. Quello che, almeno a mio avviso, è mancato è stato un discorso serio sul lavoro e sulla dignità dei lavoratori. E se questa scelta del sindaco e della Giunta dovesse passare sotto silenzio, senza che nessuno nella maggioranza senta il bisogno di prendere posizione davanti a quella che considero una evidente ingiustizia, allora le mie impressioni sulla composizione di quella lista troverebbero ulteriore conferma: persone inserite per completare una squadra, ma con scarsa capacità reale di incidere sulle decisioni dell’amministrazione. Ed è qui che nasce un’altra domanda. Il silenzio è soltanto mancanza di autonomia politica oppure ciascuno ha qualcosa da preservare? Perché quando nessuno trova il coraggio di dissentire, viene spontaneo chiedersi se una presa di posizione contraria possa, anche solo politicamente, compromettere equilibri, aspettative o obiettivi personali. Non è un’accusa: è una domanda. Ma, in politica, anche i silenzi finiscono per parlare.

Il lavoro pubblico non dovrebbe essere amministrato come una concessione personale, né il miglioramento dell’orario trasformato in una ricompensa selettiva. Se le risorse sono limitate, si spiegano i criteri. Se ci sono più lavoratori nelle stesse condizioni, si costruiscono soluzioni eque. Altrimenti il rischio è che un diritto smetta di essere tale e cominci ad assomigliare troppo a un favore. E quando il lavoro diventa un favore, prima o poi qualcuno presenta il conto.


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