La Calabria è una terra bella e maledetta. Cenadi, purtroppo, sembra incarnare più la maledizione che la bellezza. Poco più di trecento anime popolano il paese: un non luogo dove troppo spesso tutto sembra costruito per sottomettere, soffocare e annichilire le coscienze. Eppure, in altri comuni della Calabria, esistono sindaci e amministratori con la schiena dritta che lottano per estirpare la ’ndrangheta dal proprio tessuto sociale. Sindaci costretti a vivere sotto scorta. Amministratori che hanno scelto di ripulire i propri territori dai tentacoli criminali e dal malaffare, contrapponendo a quei sistemi una politica fondata sulla trasparenza, sulla partecipazione e sull’onestà amministrativa.
Sono amministratori che vivono il proprio ruolo istituzionale dando, prima di tutto, l’esempio personale. Perché, in determinati contesti, è proprio il modo in cui si amministra a rappresentare la prima e più concreta dimostrazione della propria distanza da metodi e prassi che, anziché rafforzare gli anticorpi democratici di una comunità, possono creare quel terreno di opacità, dipendenza e subordinazione sul quale anche una mentalità mafiosa riesce più facilmente a radicarsi. Non bastano le dichiarazioni di estraneità. Servono comportamenti pubblici coerenti, atti trasparenti, procedure limpide e scelte che non lascino spazio ad ambiguità. Dal modo di amministrare devono emergere la correttezza, il sincero impegno verso la comunità e, soprattutto, l’onestà morale e intellettuale. Perché amministrare un Comune non significa soltanto rispettare formalmente le leggi: significa esercitare il potere dentro un’etica del bene pubblico.
A Cenadi questo ragionamento non nasce nel vuoto. Nel 2020 l’inchiesta antimafia “Imponimento” coinvolse, tra gli altri, l’allora ex sindaco, l’allora consigliere comunale e il responsabile dell’Ufficio Tecnico, nell’ambito di contestazioni riguardanti anche le gare per i boschi comunali. Le rispettive vicende giudiziarie hanno avuto percorsi ed esiti differenti e alcuni profili sono stati oggetto di successive impugnazioni: non utilizzo quindi quella storia per attribuire responsabilità diverse da quelle accertate o tuttora discusse nelle sedi giudiziarie, né per sovrapporla ai fatti di oggi. Ma proprio una vicenda di quella portata avrebbe dovuto lasciare un insegnamento istituzionale preciso: in un Comune come Cenadi la trasparenza, la pubblicità degli atti e la tracciabilità delle procedure dovrebbero diventare quasi un’ossessione. Non per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma per impedire che attorno alle decisioni pubbliche possano nuovamente crescere dubbi, sospetti e zone d’ombra.
Cenadi è un paese maledetto anche perché amministratori e struttura comunale sembrano troppo spesso muoversi dentro pratiche di potere – il nascondimento, la gestione quasi parentale delle decisioni, l’indebolimento della partecipazione e la prevalenza delle relazioni personali sulle procedure – che rappresentano proprio quel terreno culturale sul quale una mentalità mafiosa può trovare spazio e normalizzarsi. Se dovessimo azzardare una diagnosi medica preventiva, potremmo dire che il corpo politico e amministrativo del nostro Comune ha progressivamente indebolito i propri anticorpi. E lo ha fatto attraverso comportamenti quotidiani che finiscono per normalizzare ciò che, in una comunità democratica, dovrebbe invece provocare una reazione immediata.
A quel punto basta poco. Basta un interesse particolare, una pressione esterna o semplicemente l’abitudine a considerare normale ciò che normale non dovrebbe essere, perché un organismo istituzionale già indebolito perda ulteriormente la propria capacità di reagire. Prima si tollera ciò che è scorretto, poi si comincia a considerare normale anche ciò che supera ulteriormente quel confine, perché una parte del contesto sociale finisce per accettarlo, giustificarlo o semplicemente non reagire più. Ed è precisamente qui che il problema diventa culturale. Quando l’opacità viene tollerata, quando il compaesano viene tenuto lontano dai procedimenti e quando la conoscibilità degli atti arriva soltanto dopo le decisioni, si costruisce lentamente un terreno nel quale il controllo democratico e la partecipazione diventano sempre più deboli.
È paradossale che, per conoscere procedimenti amministrativi che dovrebbero essere portati all’attenzione della popolazione con tutti gli strumenti necessari, si scelga invece la strada del nascondimento. È paradossale che i compaesani, per capire e formarsi una propria opinione su decisioni che dovrebbero maturare dentro un processo di partecipazione pubblica, debbano quasi sperare che la Procura della Repubblica installi cimici e microspie negli uffici comunali. È un paradosso, naturalmente. Per conoscere ciò che accade dentro un municipio non dovrebbero servire strumenti investigativi: dovrebbero bastare quelli ordinari della democrazia amministrativa. Un avviso, una convocazione pubblica, un verbale, atti facilmente accessibili e una porta aperta. Quando invece questo metodo attraversa anche il funzionamento della struttura amministrativa, senza che emergano elementi capaci di interromperlo o correggerlo, il nascondimento diventa ancora più efficace: decisioni e procedimenti possono restare lontani dalla conoscenza dei compaesani fino a quando qualcuno non riesce a ricostruirli attraverso gli atti.
Ed è proprio l’intero procedimento seguito per l’assegnazione dei loculi a rappresentare, a mio avviso, un esempio plastico del metodo che sto descrivendo. Una vicenda che, invece di essere gestita alla luce del sole, con la massima trasparenza e partecipazione possibile, sembra essere stata accompagnata ancora una volta dal silenzio, dall’opacità e dalla difficoltà di conoscere tempestivamente ciò che stava accadendo. È qui che la vicenda dei loculi smette di essere soltanto una questione cimiteriale e diventa la radiografia di un metodo. I fatti, in sintesi, sono questi: un regolamento nel quale avevo già segnalato criticità e contraddizioni; compaesani chiamati a versare somme mentre diversi aspetti della procedura restavano da chiarire; un Consiglio comunale che interviene successivamente sulle regole con una seduta che, per quanto ho potuto verificare, non risulta adeguatamente pubblicizzata alla popolazione; infine, il sorteggio dei 48 loculi svolto il 25 agosto nell’Ufficio Tecnico senza che dagli atti esaminati emerga una preventiva comunicazione agli interessati della data, dell’ora e del luogo delle operazioni. Il 27 agosto sono stati poi approvati il verbale e le assegnazioni provvisorie. Questi passaggi risultano anche dalla ricostruzione documentale già pubblicata sulla vicenda.
Il punto, però, non è soltanto ciò che è accaduto. È il modo in cui è accaduto. Il Sindaco ha una responsabilità politica nel metodo che imprime all’amministrazione; il Consiglio comunale dovrebbe controllare, discutere e rendere conoscibili le decisioni; il Responsabile dell’Ufficio Tecnico deve garantire procedure verificabili, imparziali e trasparenti; i dipendenti pubblici non lavorano per chi governa, ma per l’amministrazione e per la collettività. Quando si produce l’impressione che la politica decida, gli uffici si limitino a tradurre quelle decisioni in atti e il compaesano venga informato soltanto dopo, il problema diventa più profondo. Si crea un’abitudine al nascondimento, alla decisione presa tra pochi, all’atto che bisogna inseguire, alla partecipazione ridotta a semplice formalità. E, poco alla volta, ciò che dovrebbe provocare una reazione finisce per essere considerato normale. È così che si indeboliscono gli anticorpi democratici di una comunità. E questo indebolimento non comincia necessariamente da un fatto penalmente rilevante. Può cominciare molto prima, attraverso tante piccole rinunce quotidiane alla trasparenza, al controllo e alla partecipazione. Prima una seduta poco pubblicizzata, poi un sorteggio conosciuto quando è già stato fatto, poi un atto che bisogna andare a cercare, poi il silenzio. E ogni volta il confine si sposta un poco più avanti.
È questo che racconta davvero la vicenda dei loculi. In un Comune normale, per sapere cosa accade dentro il municipio dovrebbero bastare un Albo pretorio, una convocazione pubblica, un verbale, un avviso e una porta aperta. Quando invece bisogna inseguire gli atti per conoscere ciò che è già stato deciso, il problema non è più soltanto la singola procedura. È l’opacità che quel modo di amministrare produce. Ed è proprio dentro quell’opacità che gli anticorpi democratici di una comunità cominciano a indebolirsi.
