Cenadi (CZ) · mercoledì 23 Settembre 2026
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CGIL Calabria: il merito premiato al di la del Pollino, gli equilibri premiati al di qua.

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Nel 1934 Simone Weil fece una scelta che oggi apparirebbe quasi rivoluzionaria: per comprendere la condizione operaia entrò in fabbrica. Non si limitò a studiare lo sfruttamento sui libri o a raccontarlo nelle conferenze. Volle conoscere sulla propria pelle la fatica, l’umiliazione e la subordinazione prodotte dall’organizzazione del lavoro. Perché dei lavoratori si può parlare per ore, magari davanti a una platea pronta ad applaudire. Stare davvero al loro fianco è un’altra cosa. In Calabria quello spirito di prossimità è stato raccolto da Federica Pietramala, segretaria generale della FLAI CGIL Pollino Sibaritide Tirreno. Lo ha fatto contrastando il caporalato, ascoltando i braccianti e portando il sindacato nei campi e sulle strade, dove il bisogno diventa ricatto. Lontano dalle sale dei convegni, nelle quali troppo spesso lo sfruttamento viene raccontato attraverso interventi ben confezionati, applauditi e dimenticati prima ancora che vengano riposte le sedie.

Per questo la menzione speciale ricevuta da Pietramala alla decima edizione del Premio Pio La Torre, nella categoria riservata ai sindacalisti, merita un apprezzamento sincero. Il riconoscimento, promosso da Avviso Pubblico, CGIL nazionale e Federazione nazionale della Stampa, valorizza chi si distingue nella difesa della democrazia e nel contrasto alle mafie, alla corruzione e all’illegalità. Non premia una corrente, una cordata o una collocazione interna. Premia un lavoro. E già questo, dentro certe organizzazioni, sembra quasi una novità. Il riconoscimento assume un significato ancora più profondo dopo la strage di Amendolara, nella quale Waseem Khan, Amin Fazal Khojani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad sono stati uccisi e arsi vivi nell’automobile con cui si recavano nei campi. Federica ha dedicato la menzione a loro e ai due lavoratori sopravvissuti, Armani e Taji. Non l’ha esibita come una medaglia personale da appendere al curriculum, ma l’ha restituita ai lavoratori e a una lotta collettiva per la dignità.

Dopo quella tragedia, monsignor Francesco Savino ha denunciato una coscienza pubblica che «si indigna al mattino e dimentica alla sera», chiedendo che il dolore non venga trasformato nell’ennesima passerella. Parole che dovrebbero interrogare anche il sindacato. Non bastano comunicati, corone di fiori e interventi preparati per l’occasione. Servono organizzazione, denuncia, controlli e protezione per chi trova il coraggio di ribellarsi. Il dolore senza conseguenze diventa cerimonia. E le cerimonie, da sole, non hanno mai liberato nessun lavoratore. Le parole di Federica spiegano che cosa dovrebbe essere un sindacalista: non semplicemente chi parla dei lavoratori, ma chi riesce a raggiungerli, organizzarli e difenderli. Anche il nuovo componente della Segreteria regionale della CGIL Calabria, Enzo Scalese, dovrebbe prenderne spunto per costruire quel sindacato di prossimità che, a mio giudizio, non ha saputo realizzare nel corso della sua esperienza sindacale. Perché quando il sindacato diventa soltanto carriera, incarichi ed equilibri interni, smette di essere sindacato.

Non esistono premi che mettano in luce il demerito. Al contrario, esistono esperienze concrete che mostrano cosa accade quando quella prossimità viene meno. Per certi versi, la responsabilità è soprattutto del sistema di leggi e degli scarsi controlli, e mi riferisco agli omicidi sul lavoro, che in Calabria ormai stanno diventando endemici. Esiste lo sfruttamento perpetuo dei lavoratori e, anche in questo caso, le cronache e le inchieste giudiziarie mettono in luce ciò che rimane nascosto. Ma quando il sindacato smette di frequentare i luoghi di lavoro, i lavoratori cercano altrove una tutela. Interi gruppi di lavoratori passano da una sigla confederale all’altra o scelgono un sindacato autonomo. Non sempre si cambia tessera per convinzione. A volte, soprattutto in alcuni settori come il comparto dell’igiene ambientale, si cambia perché il sindacato che avrebbe dovuto esserci non c’era.

I lavoratori non conoscono necessariamente tutte le correnti interne del sindacato, ma capiscono perfettamente chi risponde al telefono, chi si presenta nei luoghi di lavoro, chi affronta il datore di lavoro e chi arriva soltanto quando deve chiedere il voto. Quando la distanza tra ciò che il sindacato proclama e ciò che pratica diventa troppo grande, si perde prima la fiducia, poi gli iscritti e infine l’autorevolezza. A quel punto non basta prendersela con i sindacati autonomi o con il qualunquismo dei lavoratori. Bisognerebbe chiedersi dove si era mentre quei lavoratori rimanevano soli.

Da qui nasce una domanda che la CGIL Calabria non dovrebbe eludere: attraverso quali criteri vengono valutati, promossi ed eletti funzionari e dirigenti? Contano gli iscritti conquistati, le RSU costituite, i delegati eletti, le vertenze concluse e la presenza nei luoghi di lavoro? Oppure, quando si chiudono le porte delle stanze in cui si decidono gli incarichi, tornano a prevalere appartenenze, compatibilità e compensazioni? Una responsabilità riguarda anche i dirigenti nazionali, Maurizio Landini in testa con i suoi sempre più indifferenti in merito a queste situazioni, responsabili organizzativi. Quando partecipano all’elezione dei segretari confederali o di categoria non dovrebbero limitarsi a benedire il risultato e applaudire dal palco. Dovrebbero conoscere il lavoro svolto dai candidati, il loro radicamento e i risultati ottenuti. La presenza di un dirigente nazionale può dare prestigio a un’elezione, ma non può trasformare una cordata in merito sindacale.

Anche i numeri richiedono prudenza. Secondo i bilanci della CGIL nazionale, dal 2021 al 2024 gli iscritti attivi in Calabria sono passati da 69.404 a 73.470. Nello stesso periodo, però, gli iscritti allo SPI sono diminuiti da 61.833 a 56.013: 5.820 pensionati in meno, pari a una perdita del 9,4%. Complessivamente, considerando attivi e pensionati, gli iscritti alla CGIL Calabria sono scesi da 131.237 a 129.483. Dietro questi dati si registrano andamenti molto differenti tra le categorie: la FLAI è cresciuta del 2,9%, la FILLEA del 28,9%, NIDIL del 23,5%, la Funzione pubblica del 15,3%, la FILT del 15,1% e la FIOM del 14,2%. Nello stesso periodo la SLC ha perso il 18,2% e la FILCAMS il 2,7%. Questi dati, da soli, non stabiliscono chi abbia lavorato bene e chi male. La crescita può dipendere dall’occupazione, dal rinnovo delle deleghe, dalle campagne di emersione e dal sistema dei servizi. Una parte delle adesioni può maturare quando lavoratori e pensionati si rivolgono al CAF o al patronato per la dichiarazione dei redditi, la disoccupazione, la pensione o altre pratiche. È un’attività importante, ma non coincide automaticamente con la presenza sindacale. Molti conoscono la CGIL quando devono presentare il 730, non perché l’abbiano vista organizzare un’assemblea o affrontare un’azienda. La tessera è la stessa; il percorso che l’ha prodotta può raccontare un sindacato molto diverso.

Ma un dato balza agli occhi. Nel 2024 la CGIL Calabria contava complessivamente 129.483 iscritti. Scorporando i 56.013 pensionati dello SPI, rimangono 73.470 iscritti attivi, a fronte di circa 534 mila occupati nella regione: approssimativamente il 13,8%, poco meno di un lavoratore su sette. Il confronto non misura la sindacalizzazione complessiva, perché non comprende gli iscritti alle altre organizzazioni, ma descrive il radicamento della CGIL nel lavoro attivo. E dovrebbe bastare per aprire una riflessione: quando il sindacato perde autorevolezza, si allontana dai luoghi di lavoro e rinuncia alla propria funzione costituzionale di rappresentanza, rischia di diventare altro.

Un altro aspetto spesso sottovalutato è l’ingerenza della politica e di alcuni partiti, in particolare del Partito Democratico, nelle dinamiche interne della CGILCalabria. Non c’è campagna elettorale nella quale l’organizzazione non rischi di trasformarsi nel bacino di consenso di questo o quel candidato. Quella che un tempo veniva definita la “cinghia di trasmissione” tra sindacato e politica è diventata, almeno in Calabria, un cordone ombelicale attraverso il quale transitano interessi e appartenenze che, alla lunga, degenerano l’azione sindacale. In alcuni casi la commistione è tale che i lavoratori non politicizzati o privi di un’appartenenza partitica faticano a capire dove finisca il sindacato e dove cominci il partito. È un’ambiguità che non viene neppure nascosta: sui social può capitare di vedere un dirigente della CGIL pubblicizzare un giorno un’iniziativa sindacale e quello successivo una Festa dell’Unità. In alcuni territori si arriva persino a esporre nelle Camere del lavoro il manifesto elettorale del candidato sostenuto. Questa sovrapposizione, anziché essere censurata, viene spesso tollerata e finisce per allontanare i lavoratori, confondendo la rappresentanza sindacale con l’appartenenza politica.

Il riconoscimento assegnato a Federica Pietramala è dunque una buona notizia, ma contiene anche una domanda scomoda per la sua stessa organizzazione. Fuori dalla CGIL qualcuno ha valutato un lavoro concreto e ha deciso di premiarlo. Dentro la CGIL Calabria manca ancora un sistema trasparente per valutare chi viene proposto per guidarla. E quanto l’ingerenza partitica, ne ha delimitato la strada dentro il sindacato. Una carica può nascere da una cordata, da una raccomandazione, da una compensazione o da un equilibrio costruito dietro una porta chiusa. Il merito, invece, ha un difetto terribile: pretende sempre le prove.


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