Cenadi (CZ) · mercoledì 23 Settembre 2026
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Cenadi: La ’ndrangheta non ha bisogno di bussare, se trova già la porta aperta.

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“Borsellino – ha concluso Frustaci nel suo intervento – ci ha ricordato che la responsabilità politica non coincide con quella penale e che non basta essere assolti: chi amministra la cosa pubblica deve essere credibile. È questa la politica che dobbiamo ricostruire, mostrando attenzione e cura verso il bene comune, senza biechi calcoli elettorali”

Fortunatamente, ogni tanto, arrivano parole capaci di rompere quella sensazione di solitudine che provo quando, nel mio paese, provo ad affrontare una discussione seria sull’ingerenza della ’ndrangheta nel tessuto sociale, politico e istituzionale. Le dichiarazioni della dottoressa Annamaria Frustaci, sostituta procuratrice della Dda di Catanzaro, hanno avuto proprio questo effetto, perché riportano al centro una questione che troppo spesso viene rimossa: la forza della mafia non sta soltanto dentro la mafia. Sta anche fuori, nella zona grigia, nei rapporti, nelle frequentazioni, nelle convenienze, in quella parte della società che non appartiene formalmente alla criminalità organizzata ma che può diventare terreno fertile per la sua espansione. Ogni volta che provo a parlare di questi temi diventano tutti improvvisamente garantisti, esperti di diritto penale, pronti a spiegare perché una determinata inchiesta non dimostra abbastanza o perché una sentenza avrebbe stabilito altro. E va bene il garantismo. Ma non può diventare una coperta con la quale nascondere qualsiasi discussione politica, morale e sociale. Io non voglio sostituirmi ai giudici: mi interessa capire quello che succede prima, come si costruiscono determinate relazioni e come la ’ndrangheta riesca ad avvicinarsi alla politica, agli imprenditori, ai professionisti, ai funzionari e alle istituzioni.

È qui che spesso il discorso si interrompe. Una sentenza viene trasformata quasi in acqua santa: assolto penalmente, dunque assolto politicamente, eticamente e moralmente. Ma non funziona così. Responsabilità penale e responsabilità politica non coincidono. Per chi amministra la cosa pubblica esistono anche credibilità, opportunità e il dovere di mantenere una distanza netta da determinati ambienti. Io questa posizione l’ho sempre sostenuta, anche quando alcuni miei compaesani, dopo aver letto quello che scrivo, hanno smesso di salutarmi o di incrociare lo sguardo come prima. Sul piano umano posso comprendere tante cose; sul piano politico e istituzionale sono molto più severo. Un amministratore che intrattiene consapevolmente frequentazioni ingiustificabili con ambienti mafiosi perde, per me, una parte essenziale della propria credibilità politica. Non significa dire che una cena, un incontro o una conoscenza trasformino qualcuno in mafioso. Significa riconoscere che non tutte le frequentazioni sono politicamente neutre. È qui che nasce la zona grigia: professionisti, imprenditori, funzionari, politici, intermediari e conoscenti formalmente estranei alle cosche, ma capaci di aprire una porta, fare una telefonata, facilitare una relazione o spiegare continuamente perché non bisogna vedere nulla di strano. E così una conoscenza diventa una semplice conoscenza, un favore una cortesia, una raccomandazione un interessamento, fino a quando ciò che prima avrebbe provocato indignazione non sorprende più nessuno.

Ed è qui che il ragionamento ritorna inevitabilmente a Cenadi. Abbiamo costruito più trasparenza? Più distanza tra politica, interessi privati e relazioni personali? Oppure abbiamo semplicemente aspettato che passasse tutto? Perché la cultura mafiosa non coincide necessariamente con il reato mafioso: è anche un metodo, un modo di organizzare il potere, costruire relazioni e creare dipendenze.

E allora la domanda, a questo punto, riguarda inevitabilmente anche il modo in cui oggi viene amministrato il Comune. Se continuano a sopravvivere meccanismi di convenienza, dipendenza, fedeltà personale e controllo del consenso; se sindaco, vicesindaco, amministratori e consiglieri si muovono dentro un sistema nel quale i rapporti personali, le parentele, le utilità e le convenienze finiscono per pesare più della trasparenza, del confronto e dell’autonomia delle persone, allora il problema esiste anche senza che intervenga una Procura e senza che quei comportamenti diventino materia di un’inchiesta giudiziaria. Non significa dire che siamo davanti a un sistema mafioso in senso penale. Significa però riconoscere che alcune logiche di assoggettamento, di dipendenza e di gestione del consenso possono richiamare quella subcultura che rende una comunità più fragile e più permeabile a forme di controllo. Ed è forse questa l’evidenza più amara: a Cenadi c’è ancora bisogno di un lungo lavoro di liberazione civile e politica, prima ancora che di purificazione, per spezzare quei meccanismi che continuano a trasformare compaesani liberi in persone dipendenti.

Quando qualcuno dice di non volersi “immischiare con la politica” perché teme di perdere clienti; quando qualcun altro pensa invece che attraverso la politica possa ottenere favori o utilità; quando nelle famiglie ai giovani viene insegnato a “farsi i fatti propri”; quando l’identità politica si costruisce attraverso amicizie, parentele e rapporti personali anziché attraverso idee, competenze e partecipazione, allora si formano coscienze dipendenti, abituate alla convenienza più che alla libertà. E se, invece di rompere questo meccanismo politico-parentale che da anni condiziona la vita pubblica del nostro Comune, qualcuno continua a utilizzarlo muovendo persone e consenso come pedine, allora si crea un terreno sul quale può attecchire più facilmente una subcultura mafiosa fatta di controllo, obbedienza, silenzio e convenienza. Non significa dire che tutto questo sia mafia. Significa capire che quando la politica smette di liberare e comincia ad assoggettare, quando i rapporti personali contano più delle regole, le porte cominciano ad aprirsi.

E dovremmo interrogarci anche su quale cultura stiamo costruendo. Se nella nostra comunità continuiamo a produrre soltanto iniziative pseudo-culturali buone a riempire una serata e a raccontarci che tutto va bene, se associazioni, Pro Loco, parrocchia e chi anima la vita sociale si limitano al sollazzo senza contribuire a formare coscienza critica, allora rischiamo di coprire proprio le contraddizioni che dovremmo avere il coraggio di far emergere. Non significa accusare chi organizza una festa di favorire la ’ndrangheta. Significa capire che una comunità senza conflitto democratico, senza capacità critica e senza il coraggio di dire no diventa più fragile e lascia più spazio alle relazioni opache, alle dipendenze e alle convenienze.

La ’ndrangheta è una montagna di merda e quando qualcuno prova a smuoverla sale inevitabilmente un odore nauseabondo. Il problema vero arriva quando quell’odore non lo sentiamo più, perché significa che ci siamo abituati. La zona grigia comincia proprio lì: quando la presenza, le relazioni e le frequentazioni smettono di provocarci disagio, quando diventano parte del paesaggio, quando cominciamo a spiegare, giustificare e minimizzare. Ed è allora che il problema non appartiene più soltanto alla ’ndrangheta. Comincia ad appartenere anche a noi. Perché la ’ndrangheta non ha bisogno di bussare, se trova già la porta aperta.



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