Cenadi (CZ) · giovedì 22 Ottobre 2026
Più rompi piu liberi

U Troppitu

Cenadi

Petrizzi non è solo un paese. È una memoria che rompe gli schemi.

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Caro Giulio, ti scrivo questa mia riflessione perché, tornando ieri da Petrizzi, ho avvertito stranamente la tua assenza. Forse sarà stato il volto di Peppino Impastato impresso sulla facciata della scuola. Forse saranno riaffiorate le lotte che abbiamo condotto insieme. O forse sarà stata semplicemente quella buona pizza, consumata in mezzo a vecchi volti, ricordi e discorsi che sembravano appartenere a un tempo non ancora del tutto finito. Sono certo che, se ti avessi avuto accanto, non mi sarei sentito così fuori posto. Sarebbe bastato incrociare i nostri sguardi per capire, senza bisogno di molte parole, ciò che entrambi stavamo pensando. E forse quella serata non sarebbe rimasta soltanto un susseguirsi di discussioni e contrapposizioni, ma sarebbe diventata ancora una volta l’occasione per ragionare insieme su come costruire un punto d’appoggio dal quale provare a modificare la realtà che ci circonda. Perché noi, nel bene e nel male, abbiamo sempre creduto che la realtà non fosse una condanna da sopportare, ma qualcosa da comprendere, mettere in discussione e, quando è ingiusta, provare ostinatamente a cambiare. Anche quando farlo significa separarsi, entrare in conflitto, sopportare la solitudine di chi non vuole diventare ciò che gli altri hanno deciso che debba essere.

Francesca Albanese, nel libro La luce del risveglio, descrive questo passaggio con parole che sento particolarmente vicine: «Il coraggio di separarsi, il dolore del conflitto, la solitudine di chi sceglie di essere se stesso è una rivolta interiore rispetto alle nostre stesse famiglie: luoghi d’amore che spesso sono anche le palestre in cui impariamo a esprimere e difendere chi siamo, soprattutto quando non corrispondiamo all’immagine che gli altri hanno di noi.” Forse il punto è proprio questo: avere il coraggio di non corrispondere all’immagine che gli altri hanno costruito per noi. Non accettare il ruolo, l’appartenenza o l’etichetta che ci vengono assegnati soltanto perché rendono più semplice collocarci e più facile giudicarci.

Da qualche tempo, infatti, mi accompagna una domanda: quando abbiamo smesso di ascoltare ciò che una persona dice e abbiamo cominciato a preoccuparci soltanto dell’etichetta da appiccicarle addosso? Accade continuamente. Basta parlare di diritti, di lavoro, di poveri, di ultimi o di giustizia sociale perché qualcuno, invece di entrare nel merito, senta il bisogno di collocarti dentro una categoria. Comunista, estremista, sognatore, utopista. Poco importa quale sia la parola scelta: l’importante è che serva a chiudere il discorso prima ancora di cominciarlo. Le etichette servono proprio a questo: evitano il confronto con le idee. Trasformano una domanda scomoda in un problema personale di chi l’ha posta. Così nessuno deve spiegare perché esistano uomini costretti a lavorare senza dignità, famiglie schiacciate dalla povertà e persone trattate come scarti, mentre pochi accumulano ricchezze che non riuscirebbero a consumare nemmeno vivendo cento vite.

Anche su questo Francesca offre una chiave di lettura precisa: “La menzogna raramente confuta: preferisce deviare. Si avvale della critica alle persone per attenuare — quando non per spegnere del tutto — la luce che la verità proietta sui fatti e sulle idee. Mio padre la riassumeva con un’arguzia che non aveva bisogno di trattati: le persone intelligenti, nobili d’animo, parlano di idee; le persone comuni parlano di fatti; le persone mediocri parlano delle altre persone.” È esattamente ciò che accade quando, non sapendo come rispondere a un ragionamento, si mette sotto processo chi lo ha pronunciato. Non si confuta ciò che ha detto: si parla di lui. Delle sue appartenenze, del suo carattere, del suo passato e persino delle sue intenzioni. Qualunque deviazione va bene, purché non si debba affrontare la verità che quel ragionamento ha fatto emergere.

Non sopporto neppure quelli che pensano di incarnare automaticamente una fede, un’istituzione o un’idea soltanto per l’abito che indossano, la funzione che ricoprono o la posizione che occupano. Nessun vestito rende giusti. Nessuna carica rende autorevoli. Nessuna tessera rende coerenti. E nemmeno entrare in una chiesa, inginocchiarsi davanti a un altare e recitare una preghiera trasforma, da solo, un uomo in cristiano. Il Vangelo, del resto, non concede queste scorciatoie. Cristo non ha detto: “Beati quelli che si fanno gli affari propri”. Ha proclamato beati gli affamati e gli assetati di giustizia. Non ha chiesto agli uomini da che parte dichiarassero di stare, ma cosa avessero fatto davanti a chi aveva fame, sete, era forestiero, nudo, malato o prigioniero. Nel giudizio raccontato da Matteo non viene domandato quante volte si sia entrati in chiesa, ma se si sia riconosciuto Cristo nell’ultimo degli uomini: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Riconoscere l’altro, però, significa riuscire a sentire anche un dolore che non ci appartiene direttamente. Significa uscire dal recinto delle nostre convenienze, delle appartenenze e delle somiglianze. Perché è facile commuoversi per chi ci è vicino, per chi ci assomiglia o per chi riconosciamo come uno dei nostri. La vera prova comincia davanti alla sofferenza di uno sconosciuto. Come scrive ancora Francesca: “Se impari a piangere anche per chi non conosci e non ti assomiglia, stai già facendo un passo verso la giustizia.” Non è soltanto una frase sulla compassione. È un’affermazione profondamente politica e, per me, profondamente cristiana. Perché la giustizia comincia quando il dolore dell’altro smette di sembrarci estraneo. Quando non abbiamo più bisogno di conoscere il suo nome, la sua provenienza, la sua religione o la sua appartenenza per riconoscergli la stessa dignità che pretendiamo per noi. Questa è la parte del cristianesimo che molti preferiscono dimenticare. Perché il Cristo ridotto a immaginetta non disturba nessuno. Il Cristo del Vangelo, invece, rovescia i tavoli dei mercanti, chiama ipocriti i potenti religiosi, frequenta gli scartati e avverte che non si possono servire insieme Dio e il denaro.

Maria, nel Magnificat, non canta l’ordine costituito. Annuncia un Dio che rovescia i potenti dai troni, innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote. Non è la celebrazione della rassegnazione, ma il sovvertimento di una società che considera naturale la ricchezza di pochi e inevitabile la miseria di tanti. Per questo non odio le persone. Odio ciò che le disumanizza. Odio l’opulenza quando viene costruita sulla fame degli altri. Odio lo sfruttamento trasformato in normalità. Odio l’indifferenza elevata a prudenza. Odio quella neutralità di comodo che compare sempre quando bisogna scegliere tra chi opprime e chi viene oppresso. Perché stare nel mezzo, quando uno schiaccia e l’altro viene schiacciato, non significa essere equilibrati. Significa lasciare le cose esattamente come sono.

Non sopporto chi difende il disonesto e mette sotto accusa l’onesto. Chi perdona tutto al potente a all’amichetto e pretende una condotta immacolata dal debole. Chi ricopre un ruolo istituzionale e, quando dovrebbe parlare, improvvisamente ammutolisce per non compromettersi. Il silenzio, in certi momenti, non è moderazione. È una scelta politica. E quasi sempre favorisce chi possiede già il potere. Non sopporto la politica dei mestieranti, quella costruita intorno al proprio interesse, alla propria famiglia e alla propria cerchia. Una politica che pronuncia continuamente la parola “comunità”, ma conosce soltanto il proprio cortile. Che chiede sacrifici agli altri e riserva opportunità ai propri. Che considera il bene comune una formula da comizio e il potere una proprietà privata da amministrare tra parenti, amici e fedeli.

Anche il cristianesimo può diventare una recita. Lo diventa quando serve a difendere l’ordine, ma non la giustizia; quando benedice i potenti e raccomanda la rassegnazione agli ultimi; quando parla continuamente di carità per non pronunciare mai la parola “diritti”. La carità, senza giustizia, rischia di trasformarsi nell’elemosina con cui si restituisce al povero una piccola parte di ciò che gli è stato sottratto. Serve a tranquillizzare la coscienza di chi dona, ma lascia intatto il meccanismo che produce la povertà. Ecco perché, quando mi chiamano comunista, sognatore o utopista, non mi riconosco pienamente in nessuna di queste etichette. Io mi sento cristiano. Ma cristiano dentro la contemporaneità, non nascosto fuori dalla storia. Un cristiano che non può separare la fede dalla carne concreta degli uomini, dalla loro fame, dal lavoro sfruttato, dalla dignità calpestata e dalle ingiustizie che tutti vedono, ma che troppi fingono di non vedere. La fede, se non attraversa tutto questo, rischia di essere soltanto una decorazione. Perché Cristo non ha chiesto di stare al riparo. Ha chiesto di prendere posizione. E il problema non è che il Vangelo assomigli troppo a certe idee politiche. Il problema è che molti cristiani hanno reso il Vangelo così innocuo da non fare più paura a nessun potente.

E sarebbe fin troppo comodo pensare che tutto questo appartenga a realtà lontane, a luoghi che non conosciamo o alle grandi ingiustizie del mondo. Queste contraddizioni abitano anche dentro il nostro perimetro di vita. Attraversano i nostri paesi, le nostre comunità, le nostre famiglie e persino le nostre chiese. Permangono, ma spesso vengono nascoste sotto la superficie rassicurante delle relazioni quotidiane, delle appartenenze e del silenzio. Anche nei piccoli paesi la povertà, il bisogno, la solitudine e la fragilità possono diventare strumenti politici. Non sempre vengono affrontati per essere eliminati. A volte vengono soltanto amministrati, mantenuti e distribuiti secondo convenienza. Il problema non viene risolto perché può servire a conservare consenso; il bisogno non viene superato perché può produrre riconoscenza; le persone non vengono unite perché, divise, sono più deboli e più facilmente controllabili. Così si mette il povero contro un altro povero, una famiglia contro l’altra, chi ha ottenuto qualcosa contro chi è rimasto escluso. E mentre tutti litigano tra loro, nessuno guarda più verso chi trae vantaggio da quella divisione.

Perché una politica che non libera le persone dal bisogno, ma usa il bisogno per governarle, non costruisce una comunità: amministra dipendenze. E un cristianesimo che davanti a tutto questo continua a tacere non annuncia il Vangelo. Benedice semplicemente ciò che il Vangelo ci aveva chiesto di cambiare.


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