Cenadi (CZ) · sabato 29 Agosto 2026
Più rompi piu liberi

U Troppitu

Cenadi

Buona festa, Cenadi. Anche a chi oggi non potrà festeggiare.

Ascolta l’articolo

Io voglio pensare che Maria si sia semplicemente addormentata e che Dio l’abbia portata con sé. E che, una volta assunta in cielo con il suo corpo e la sua anima, quando ha riaperto gli occhi, il primo volto che abbia visto sia stato quello di Gesù. Ad aspettarla c’era anche Giuseppe. E voglio immaginare che, quando Maria ha aperto gli occhi, in Paradiso abbiano fatto festa tutti. Questa volta, però, non c’è stato bisogno di chiedere a Gesù di trasformare l’acqua in vino, come a Cana. Perché in Paradiso tutto è abbondante. Anzi, sovrabbondante. E forse, per immaginare il Paradiso, non abbiamo bisogno di costruire chissà quali visioni fantastiche. Basta guardare gli effetti che produce l’amore quando attraversa la nostra vita.

Immaginate una madre che allatta il proprio bambino. Due innamorati che si stringono e si scambiano affetto. Un figlio che accudisce con pazienza un genitore diventato anziano. Immaginate la carità di chi si abbassa per rialzare un fratello caduto. Immaginate un’accoglienza che non aspetta l’altro sulla porta, ma gli va incontro. Che non domanda prima da dove viene, che lingua parla, quale Dio prega o quale colore abbia la sua pelle. Immaginate il lavoro come strumento per vivere, e non come qualcosa per cui ammalarsi o morire. Immaginate un’economia costruita intorno all’essere umano e non un essere umano sacrificato sull’altare della produzione, del profitto e di un consumo sempre più feroce. Immaginate che i bambini di Gaza possano riappropriarsi della loro spensieratezza. Che i palestinesi possano tornare a vivere felici nella propria terra, senza occupazione, senza coloni e senza paura. Immaginate che in quella terra, oggi segnata dalle macerie, dal dolore e dai crimini, possa finalmente nascere una pace vera e permanente, fondata sulla giustizia. Mettete insieme tutto questo. Poi moltiplicatelo per dieci, cento, mille volte. Forse avrete una piccolissima percezione di quello che chiamiamo Paradiso.

Ma adesso fate l’operazione contraria. Riportate tutto sulla terra. Portatelo nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro, nei nostri paesi, dentro la politica e persino dentro le nostre piccole comunità, dove qualche volta riusciamo a farci la guerra anche per niente. E allora potremmo scoprire che un pezzo di Paradiso non dobbiamo necessariamente aspettarlo dopo la morte. Possiamo cominciare a costruirlo già qui.

Maria, per me, è anche la prova che questo è possibile. Perché la sua non è soltanto una fede che guarda il cielo. È una fede che interroga e sconvolge la terra.

Maria ha potuto dire:

“Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.”

Basterebbe prendere sul serio queste parole. Basterebbero per capire da quale parte stare davanti alla guerra e alla fame. Basterebbero per non trasformare chi arriva da lontano in uno straniero da temere. Basterebbero per mettere in discussione i nuovi profeti delle razze, delle patrie chiuse e delle identità costruite contro qualcuno. Vannacci avrebbe poco da raccontare, e i potenti guerrafondai ancora meno.

Perché il Magnificat non è una preghiera accomodante. Parla di potenti che scendono e di umili che vengono innalzati, di affamati finalmente saziati e di ricchi rimandati a mani vuote. Maria ci indica una strada strana per i criteri di questo mondo: una strada che parte dal basso per arrivare in alto. Una piccola anticipazione di quella trasfigurazione nella quale, un giorno, Dio sarà tutto in tutti.

Ed è con questo pensiero che voglio fare gli auguri a tutti i cenadesi. A quelli che oggi saranno nelle case, attorno a una tavola, insieme alle proprie famiglie e agli amici. A quelli che sono tornati da lontano e per qualche giorno hanno riportato vita nelle nostre strade. A quelli che trascorreranno la festa in montagna, o al mare. E per questi ultimi magari sceglieranno lidi che non abbiano incorporati nella loro gestione lo sfruttamento il litigi e i soprusi.

Ma soprattutto a quelli che oggi non potranno festeggiare. A chi è lontano da Cenadi e avrebbe voluto esserci. A chi lavorerà mentre gli altri faranno festa. A chi è in ospedale. A chi assiste una persona cara. A chi attraversa un momento difficile. A chi sentirà più forte una sedia rimasta vuota. A chi non ha una tavola abbondante. E anche a chi, semplicemente, oggi non ha nessuna voglia di festeggiare.

Che questa festa possa appartenere anche a loro. Perché se il Paradiso assomiglia davvero all’amore, allora nessuna festa può dirsi pienamente tale finché lascia qualcuno fuori dalla porta.

Ma il mio augurio a Cenadi vorrei che non finisse questa sera. Vorrei che arrivasse anche dopo. Quando agosto sarà passato, le macchine ripartiranno cariche di valigie e le case torneranno a chiudersi. Quando nelle nostre strade non sentiremo più parlare francese o altre lingue altri accenti. Quando finiranno le feste, le serate, la musica, le tavolate. Quando le piazze torneranno silenziose e nei bar rimarranno sempre le stesse facce. È allora che capiremo se questa estate ci avrà lasciato qualcosa. Perché riempire un paese per venti giorni non significa farlo vivere. E una comunità non può esistere soltanto quando ci sono le feste, quando si mangia, si beve, si balla e si consuma. Quello è stare insieme. Ed è bello. Ma essere comunità è un’altra cosa.

Comunità è accorgersi dell’anziano che d’inverno rimane solo. È sapere che esiste una famiglia in difficoltà anche quando non mette un post su Facebook per raccontarlo. È preoccuparsi dei ragazzi che vanno via e chiedersi perché non tornano. È rispettare chi la pensa diversamente senza trasformarlo in un nemico. È aiutare qualcuno senza chiedergli prima per chi vota, a quale famiglia appartiene o da quale parte sta. È custodire il paese quando non ci sono fotografie da pubblicare e nessuno applaude.

Comunità è esserci soprattutto quando la festa è finita. Per questo mi piacerebbe che tutta questa vita che attraversa Cenadi durante l’estate non fosse soltanto un enorme consumo stagionale di nostalgia, cibo, musica e divertimento. Mi piacerebbe che almeno una parte di questa energia rimanesse qui e diventasse solidarietà, partecipazione, rispetto, cura dei luoghi e attenzione verso gli altri. Altrimenti dobbiamo avere il coraggio di dircelo: Cenadi rischia di non essere più una comunità di uomini e di donne, ma semplicemente un luogo geografico nel quale, per venti giorni all’anno, succede di tutto e per gli altri trecentoquarantacinque quasi niente. E sarebbe una sconfitta soprattutto per quelli che rimangono.

Forse il senso più profondo dell’Assunta possiamo cercarlo anche qui. Non soltanto alzando gli occhi verso il cielo, ma abbassandoli verso chi ci cammina accanto. Perché quel Paradiso che abbiamo immaginato all’inizio non serve a molto se diventa soltanto la speranza di un altro mondo e non prova almeno un poco a cambiare questo.

Buona festa dell’Assunta.
 Buona festa, Cenadi.

A chi festeggerà, a chi oggi non potrà farlo e soprattutto a chi, quando sarà tornato il silenzio, continuerà a esserci.


Condividi questo articolo
FacebookWhatsAppTelegramXEmail