Quando la devozione finisce davanti alla porta di casa.
Vorrei ringraziare personalmente tutti quei compaesani e quelle compaesane che amano gli animali al punto da prendersene cura ogni giorno, contrapponendo la propria sensibilità e il proprio impegno all’indifferenza di un’amministrazione che, anche in questo come in tanti altri casi, continua a essere assente e inefficace.
Oggi è San Rocco. E forse, proprio oggi, mentre celebriamo il Santo, potremmo provare per qualche minuto a guardare anche il cane che quasi sempre compare accanto a lui nelle statue e nelle immagini sacre. Secondo la tradizione, quando Rocco, ammalato e costretto a isolarsi, si trovava ormai senza forze, fu proprio un cane a raggiungerlo ogni giorno portandogli un pezzo di pane. Per questo San Rocco è diventato nella devozione popolare anche protettore dei cani e, più in generale, degli animali. È una storia semplice: un uomo abbandonato viene soccorso da un animale. E forse, nel giorno in cui festeggiamo San Rocco, dovremmo domandarci anche quante volte siamo noi, invece, ad abbandonare gli animali.
Da sempre, a Cenadi, ci sono persone che mostrano una particolare sensibilità verso cani e gatti randagi. Compaesani e compaesane che, spesso senza farsi notare, lasciano acqua, comprano cibo, pagano cure veterinarie, cercano un riparo e provano persino a trovare loro una famiglia. Quando avevo ancora tutti i capelli — quindi parliamo ormai del secolo passato — anche noi giovinastri del paese adottammo un cane. Era grosso, bianco e incuteva timore a molti. In realtà era docile, intelligente e furbo. Probabilmente aveva più paura lui degli esseri umani di quanta gli esseri umani ne avessero di lui. Prima ancora, tanti della mia generazione ricorderanno Zanna Bianca, un meticcio pastore tedesco che girava per il paese. Anche lui faceva paura a qualcuno, ma io ancora oggi ne ricordo l’affetto. Non tutti gli volevano bene, ma noi, per quello che potevamo, lo difendevamo. Era diventato quasi una mascotte di Cenadi.
Oggi di cani liberi se ne vedono pochissimi. Di gatti, invece, ce ne sono tanti. Vivono nei vicoli, vicino alle abitazioni, sotto le automobili, negli spazi pubblici. Eppure, soprattutto d’estate, per qualcuno sembrano rappresentare quasi un’emergenza. Davanti alle case compaiono file interminabili di bottiglie piene d’acqua, nella convinzione che possano tenerli lontani: una specie di barriera felina, bottiglia dopo bottiglia, nella speranza che un gatto affamato o assetato capisca finalmente che quello spazio appartiene agli esseri umani.
E proprio sui gatti esiste una bellissima leggenda cristiana. Molti gatti tigrati hanno sulla fronte alcune striature che sembrano formare una “M”. Naturalmente esiste una spiegazione biologica legata al mantello, ma la tradizione popolare racconta che, nella grotta dove si trovavano Maria, Giuseppe e Gesù, un gatto si sarebbe accoccolato vicino al Bambino per riscaldarlo. Maria, riconoscente, lo avrebbe accarezzato sulla fronte lasciandovi impressa l’iniziale del proprio nome: la M di Maria.
È una leggenda, naturalmente. Ma le leggende qualche volta raccontano molto del modo in cui una comunità guarda il mondo. E a me piace pensare che quella M dica una cosa semplicissima: persino nella devozione popolare c’è spazio per la gratitudine verso un animale. Allora qualcosa non torna se poi usciamo dalla chiesa, festeggiamo San Rocco, guardiamo il cane accanto alla sua statua e consideriamo un gatto affamato soltanto una seccatura da cacciare dal portone.
Il problema, però, non può essere affidato soltanto alla buona volontà delle persone. Il randagismo si governa: si organizzano sterilizzazioni, si creano piccoli punti controllati dove gli animali possano trovare acqua e cibo senza creare problemi igienici o conflitti con i residenti. Non servono cattedrali per i gatti. Servono qualche ciotola, organizzazione, sterilizzazioni, controlli e soprattutto un Comune che abbia un’idea.
A Cenadi, invece, non esiste praticamente nulla di tutto questo. E la cosa diventa perfino paradossale se ricordiamo che il nostro sindaco è un veterinario. Da chi ha esercitato quella professione sarebbe ragionevole aspettarsi non soltanto una sensibilità particolare, ma anche una conoscenza concreta del problema. E invece niente. La competenza professionale, evidentemente, non diventa automaticamente capacità amministrativa. Eppure qualche scelta intelligente sarebbe possibile: sostenere chi già si occupa degli animali e, nei limiti consentiti dalla normativa, studiare forme di sostegno o agevolazioni per chi sostiene personalmente spese documentate per i randagi. Perché anche la fiscalità locale dovrebbe avere una funzione sociale. Non può servire soltanto a mandare avvisi, recuperare soldi e ricordare ai compaesani quanto devono pagare. Un Comune dovrebbe anche riconoscere chi produce un beneficio per la comunità. E una persona che ogni giorno compra crocchette, porta un animale dal veterinario, lo sterilizza e magari gli trova una casa sta svolgendo anche un servizio collettivo.
E se qualcuno vi dice che un intervento sulla fiscalità locale, agendo per esempio sulla TARI come hanno già fatto altri Comuni, non si può realizzare perché siamo in dissesto, ditegli pure che u fighiu e Cicciu sostiene che è una stratosferica cazzata. Il mancato gettito sarebbe talmente irrisorio da poter essere sostenuto perfino da un’amministrazione ridotta all’astrico come è stata ridotta la nostra.
Sono felice di sapere che ancora oggi a Cenadi esistono persone che fanno proprio questo. Ho avuto modo di vedere direttamente ciò che fanno e, lo dico senza retorica, mi si è aperto il cuore. Nel completo anonimato e utilizzando soltanto le proprie risorse, si prendono cura di animali che altrimenti non avrebbero nessuno.
San Rocco, secondo la tradizione, fu soccorso da un cane che gli portava il pane. Maria, secondo una dolcissima leggenda popolare, ringraziò un gatto lasciandogli sulla fronte la propria M. Noi, molto più modestamente, potremmo almeno imparare a non tirar dritto. Perché alla fine la differenza è tutta qui: c’è chi vede un animale affamato e mette davanti alla porta una bottiglia per mandarlo via, e c’è chi mette una ciotola d’acqua. C’è chi vede un randagio e pensa “non è un problema mio”, e c’è chi si ferma.
Oggi Cenadi festeggia San Rocco. Possiamo portare il Santo in processione, accendere candele, recitare preghiere e seguire la banda. Ma forse il modo più semplice per onorare davvero quella storia sarebbe ricordarsi anche del cane che cammina accanto a lui. E magari, tornando a casa, guardare meglio uno di quei gatti che attraversano i nostri vicoli. Se sulla fronte vedrete quella piccola M, pensate pure alla leggenda di Maria. Poi, però, lasciategli almeno una ciotola d’acqua. Perché la devozione senza umanità rischia di diventare soltanto una processione.
