Se la risposta alle gravi denunce fatte dalla compagna Rossella Napolano è quella contenuta nella lettera firmata dagli organismi regionali dello SPI CGIL Calabria, allora credo che qualche problema ci sia. E c’è già a partire dall’intestazione: “Alla compagna Napolano Rossella”. La chiamano compagna. Una parola che dovrebbe richiamare una condivisione umana, politica, ideale, perfino una comunanza di destino. Ma che, letta insieme al resto della lettera, rischia di diventare soltanto un appellativo burocratico, svuotato del suo significato più profondo.
Se quella lettera l’avesse scritta Enzo Scalese, segretario generale della CGIL Area Vasta Catanzaro-Crotone-Vibo, probabilmente mi sarei meravigliato meno. Perché la retorica con cui Scalese riesce ormai a giustificare tutto quello che accade dentro l’organizzazione ha il sapore dei vecchi comunicati ciclostilati. Come quando deve denunciare i morti sul lavoro: parole giuste, certo, ma spesso impastate dentro una liturgia burocratica che finisce per rendere tutto uguale a tutto. Questa lettera, però, non l’ha firmata Scalese. L’hanno firmata il segretario generale dello SPI CGIL Calabria, Carmelo Gulli, e il segretario organizzativo Salvatore Lacopo. Non so se abbiano scritto un paragrafo ciascuno, ma una cosa è certa: mettendo entrambi la propria firma, entrambi ne hanno condiviso il contenuto.
Nella prima parte emergono il dispiacere e il rammarico. Si rimprovera, sostanzialmente a Rossella Napolano di non avere utilizzato fino in fondo i luoghi interni deputati alla discussione, al confronto, al dissenso e alla decisione democratica. Peccato che siano esattamente quei luoghi dentro i quali lei sostiene di avere vissuto e denunciato comportamenti che, alla fine, l’hanno portata a rassegnare le dimissioni. La lettera sostiene inoltre che quelle dimissioni siano arrivate come “un fulmine a ciel sereno”, perché fino alla riunione del 7 luglio tutte le deliberazioni sarebbero state assunte all’unanimità e di quanto denunciato successivamente non vi sarebbe stata traccia negli organismi dello SPI Calabria.
Ecco, forse il problema è proprio questo: quel cielo era sereno soltanto sopra la testa dei dirigenti apicali. Perché se una dirigente arriva a parlare di poca democrazia, di patriarcato, di un sistema alimentato da bugie e inganni, di isolamento sistematico e di logiche di convenienza, e la risposta è che nessuno si era accorto di nulla prima, allora le possibilità sono due. O Rossella Napolano si è inventata tutto improvvisamente, oppure dentro quell’organizzazione esiste un livello di rimozione politica talmente profondo da rendere invisibile ciò che accade perfino a chi dovrebbe avere il compito di accorgersene.
E io alla prima ipotesi faccio fatica a credere, soprattutto perché non stiamo parlando di piccoli dissapori personali, di antipatie o di una segreteria litigiosa. Stiamo parlando di accuse che investono la qualità della democrazia interna, i rapporti di potere e perfino l’esistenza di comportamenti patriarcali. Sono accuse enormi. Proprio per questo non basta rispondere che sono “prive di fondamento”. Bisogna dimostrarlo. Bisogna entrare nel merito, ricostruire i fatti, verificare gli episodi, ascoltare le persone coinvolte. Altrimenti si produce soltanto una verità d’apparato: siccome l’organizzazione non si riconosce nelle accuse, allora le accuse non esistono.
E c’è un passaggio che considero ancora più delicato. Se una donna denuncia l’esistenza di un sistema patriarcale dentro un’organizzazione sindacale, quella denuncia non può essere liquidata attraverso una semplice smentita istituzionale. Non perché una donna debba essere creduta per definizione, ma perché proprio un’organizzazione come la CGIL dovrebbe sapere che molte forme di abuso di potere, discriminazione e sopraffazione sono diventate visibili soltanto quando qualcuno ha avuto il coraggio di raccontarle contro una verità ufficiale che fino al giorno prima diceva che andava tutto bene.
La storia è piena di risposte costruite nello stesso modo: non è successo, avete capito male, state esagerando, nessuno aveva mai denunciato prima. È lo stesso meccanismo culturale che, portato alle sue degenerazioni peggiori, abbiamo visto perfino in certe sentenze o giustificazioni sulle molestie contro le donne: il gesto è durato pochi secondi, i jeans erano aderenti, non c’era abbastanza violenza, la vittima non aveva reagito nel modo ritenuto giusto. Situazioni naturalmente diverse, che non possono essere confuse tra loro, ma accomunate da una logica pericolosa: spostare l’attenzione dal comportamento denunciato alla credibilità di chi denuncia.
Poi arriva la parte che, se non fosse politicamente grave, sarebbe quasi grottesca. La lettera sostiene che le accuse di Rossella Napolano — poca democrazia, patriarcato, bugie, inganni, isolamento sistematico, logiche di convenienza — saranno oggetto di una “attenta analisi” dalla quale potranno scaturire tutte le azioni necessarie per tutelare il “QUADRATINO ROSSO della CGIL, dello SPI e di chi li rappresenta”.
E qui una cosa vera, almeno, l’hanno scritta: il quadratino. Perché il rischio è che quel simbolo, che dovrebbe rappresentare una storia fatta di lotte, diritti, emancipazione, solidarietà, antifascismo, dignità del lavoro e democrazia, finisca davvero per diventare soltanto un quadratino. Un marchio da difendere. Un logo istituzionale. Una specie di proprietà privata dell’apparato.
Ma un simbolo sindacale non si tutela minacciando azioni contro chi denuncia. Si tutela verificando se quelle denunce hanno un fondamento. Si tutela facendo pulizia quando serve. Si tutela impedendo che dentro l’organizzazione nascano cordate, convenienze personali, fedeltà costruite intorno ai gruppi dirigenti e sistemi di potere capaci di decidere chi deve stare dentro e chi deve essere accompagnato fuori e scartato.
Io quel meccanismo lo conosco bene. Perché considero anche la mia vicenda personale uno dei prodotti della deriva maturata nella gestione della CGIL Area Vasta: prima una persona viene messa ai margini, poi umiliata, poi espulsa, e infine ci si comporta come se non fosse mai esistita. Per questo, leggendo le parole di Rossella Napolano, non riesco a considerarle semplicemente uno sfogo personale. Ci vedo qualcosa di più grande: un problema di potere interno che non riguarda soltanto il rapporto tra uomini e donne, ma il modo stesso in cui pezzi dell’organizzazione hanno imparato a governare il dissenso.
E allora la domanda non è se Rossella Napolano abbia offeso il quadratino rosso. La domanda vera è un’altra: quel quadratino rosso rappresenta ancora i valori per i quali è nato, oppure serve ormai soprattutto a proteggere chi lo porta appuntato sulla giacca? Perché i simboli non hanno bisogno di essere difesi dalle critiche. Hanno bisogno di essere difesi da chi, usandoli, rischia ogni giorno di svuotarli.
