Al di qua del pollino il male che, a volte, certi sindacalisti fanno ai lavoratori non riesce a farlo nemmeno il padrone.
L’inchiesta della Gazzetta del Sud sulla UIL di crotone, con somme non rendicontate, spese contestate e movimenti di denaro che arrivano al centro dell’attenzione, è un altro tassello di una frattura che sembra sanguinare nel cuore del mondo sindacale crotonese. Sarà la magistratura, con i suoi organismi competenti, a fare luce sui fatti e sulle responsabilità. Ma la vicenda solleva una domanda più profonda: quando un’organizzazione nata per tutelare i lavoratori inizia a considerare proprie le risorse, persino le persone che dovrebbe rappresentare?
Ricordo ancora l’aria densa di umidità della sede CGIL Area Vasta Catanzaro-Crotone-Vibo, il suono ovattato delle discussioni, il profumo di caffè stantio. E lì, durante la gestione di Enzo Scalese, ho assistito a una forma diversa di “sottrazione”, meno eclatante nei bilanci, ma non per questo meno dolorosa. Incarichi, collocazioni, rapporti diventavano strumenti per consolidare equilibri e rendite di posizione; le persone, funzionali finché possibile, venivano poi scartate con la stessa indifferenza. Una deriva che Rossella Napolano, dimessa dalla segreteria regionale dello SPI CGIL Calabria dopo aver contestato isolamento, discriminazioni e modalità di gestione, aveva denunciato da un’altra prospettiva.
La mia vicenda professionale è stata il prodotto di quel sistema. Anni spesi nella CGIL, poi nella Fiom, dedicati ai lavoratori del comparto igiene ambientale nella FPCGIL, anni che mi sono stati sottratti con un provvedimento che continuo a ritenere profondamente ingiusto. Non ho perso soltanto una retribuzione: mi è stata tolta una storia professionale, una passione sindacale, la fiducia riposta in un’organizzazione che avrebbe dovuto difendere i lavoratori.
Eppure, dalla CGIL Area Vasta Centro, dalla CGIL Calabria e dai vertici nazionali guidati da Landini, non è mai arrivata alcuna presa di posizione capace di rompere il silenzio. Un silenzio assordante, un silenzio complice, quasi una condanna a morte.
C’è poi il caso dei supermercati del gruppo Paoletti, dove il sindacalismo sembra avere oltrepassato persino il confine della propria negazione. Vito Doria, conciliatore sindacale della UILA, è stato condannato in primo grado a un anno e quattro mesi, con pena sospesa, nell’ambito del procedimento sullo sfruttamento dei dipendenti. La sentenza non è definitiva e dovrà essere riesaminata in appello, ma la ricostruzione accolta dal giudice descrive un rappresentante sindacale che, anziché proteggere i lavoratori, avrebbe sottoscritto accordi transattivi “tombali” sfavorevoli proprio alle persone che avrebbe dovuto tutelare. Lavoratori che, secondo quanto emerso dall’inchiesta, avrebbero lavorato oltre cinquanta ore alla settimana per circa quattro euro l’ora e sarebbero stati costretti a restituire una parte dello stipendio sotto la minaccia del licenziamento. Se un sindacalista mette la propria funzione al servizio di chi sfrutta, non tradisce soltanto un mandato: vende la dignità della propria rappresentanza e consegna i lavoratori nelle mani di chi dovrebbe contrastare.
La CGIL Area Vasta Catanzaro-Crotone-Vibo forse non arriva a una simile rappresentazione giudiziaria dei fatti. Sarebbe scorretto sostenere il contrario senza prove. Ma un’organizzazione non deve necessariamente comparire in un’inchiesta penale per produrre conseguenze devastanti. Può farlo attraverso un apparato che seleziona le fedeltà, distribuisce incarichi, protegge rendite di posizione e consuma le persone fino a renderle inutili, per poi scartarle nel silenzio generale. Non si trattengono materialmente quattro euro da una busta paga, ma si sottraggono lavoro, futuro, reputazione e anni di vita. Non sempre queste condotte riempiono le pagine della cronaca giudiziaria; spesso non conquistano neppure una riga sulla stampa. Per chi le subisce, tuttavia, gli effetti possono essere altrettanto distruttivi.
È qui che i due casi, pur restando profondamente diversi sul piano giudiziario, rivelano una possibile radice comune: la trasformazione del sindacato da luogo di tutela a proprietà dell’apparato. Nel primo caso il lavoratore diventa uno strumento nelle mani di chi lo sfrutta; nel secondo diventa materiale umano da impiegare, disciplinare e infine eliminare quando non serve più agli equilibri interni. Cambiano i metodi e cambiano le responsabilità, ma resta la stessa deformazione culturale: il lavoratore non è più il fine dell’organizzazione. Diventa il prezzo da pagare per conservare il potere.
Sul piano giuridico, prendere denaro e adottare una decisione lavorativa ritenuta ingiusta sono condotte profondamente diverse e non possono essere sovrapposte. Sul piano politico e morale, però, possono essere l’espressione della medesima concezione proprietaria del sindacato: l’idea che il denaro, gli incarichi e persino le persone siano nella piena disponibilità di chi governa l’apparato. In un caso si dispone delle risorse dei lavoratori; nell’altro si decide del loro futuro, utilizzandoli finché sono funzionali agli equilibri interni e scartandoli quando diventano scomodi. Che differenza c’è tra chi ruba soldi e chi invece sottrarre salario a un lavoratore, licenziandolo ingiustamente, per riversarlo ad un altro, magari più devoto? Io penso che entrambe le cose, appartengono alla stessa matrice morale e etica, hanno lo stesso costrutto infame di chi ruba soldi.
Un ammanco può essere quantificato e, forse, restituito. Gli anni perduti, la dignità ferita e la passione calpestata, invece, non trovano posto in alcun bilancio e nessuno potrà mai restituirli interamente. Proprio su questo punto, mi ricordo quando nei direttivi insistevo per costruire un bilancio sociale, trasparente, che avesse uno scopo principe: non lasciare indietro nessuno, e dentro le risorse date, valutare tutto quello che era necessario fare, per non scartare mai chi dentro la cgil ha lavorato onestamente.
Se anche nella CGIL i dirigenti sapranno indignarsi soltanto quando vengono sottratti i soldi, e finiscono sulle pagine di un giornale, e invece continueranno a tacere quando a essere consumate sono le persone, avrà protetto la propria cassa e il proprio apparato. Ma avrà rinnegato la ragione stessa per la quale è nata.

