Perché votare no all’accordo.

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Speravo che, nell’accordo definitivo, avrei trovato qualcosa che mi avrebbe fatto cambiare idea. Ma non solo non l’ho trovato, mi ha anche amareggiato ancora di più. Lo speravo, anche per quelle persone che mi hanno detto che, nella mia prima analisi, ero stato pesante e non avevo intravisto niente di positivo. Avrei voluto telefonare loro e dire che mi ero sbagliato, che qualcosa da salvare c’era. Ma non è così. A meno che non mi metta la maschera da dirigente devoto e non tradisca le mie convinzioni. Questo atteggiamento, in verità, è proprio ciò che, dentro il sindacato — specie nella CGIL Area Vasta Centro e nella Fiom AVC — ti garantisce la sopravvivenza. Perché essere onesti e criticare il manovratore, alla fine, ti rende vulnerabile e, quando meno te lo aspetti, ti fanno fuori. “Attacca u ciucciu duva vola u patruna”, non sono riuscito mai a farlo.

C’è un punto da cui occorre partire, e non è un dettaglio marginale. Per mesi hanno detto che questa trattativa era una difesa. Che si trattava di proteggere un impianto, un modello, un equilibrio che avrebbe tenuto insieme dignità e salario. Adesso che abbiamo il testo dell’accordo e le dichiarazioni dei dirigenti, la narrazione cade da sola. Non siamo davanti a una difesa: siamo davanti a una continuità che non corregge nulla, a un compromesso che non sposta di un millimetro la condizione reale dei lavoratori. Si torna al punto di partenza con una sola certezza in più: il potere d’acquisto resta schiacciato, il tempo di vita continua a essere sacrificato, la precarietà rimane un perimetro che non si prova neanche a scalfire.

A questo punto, a me viene da chiedermi una cosa: perché almeno la Fiom non ha tenuto il punto e si è fatta travolgere, accettando un accordo che, nei punti più importanti, non fa avanzare ma conserva strumenti e metodi che, nei fatti, hanno mantenuto una strategia contrattuale fallimentare? Forse non crede più, come un tempo, nella lotta dei lavoratori? Eppure, dopo 40 ore di sciopero, avrebbe potuto capire che soltanto la lotta, anche dura, può cambiare veramente lo stato di cose. Forse la controparte ha fornito ai sindacalisti presenti nella trattativa i dati di adesione agli scioperi, e magari si sono resi conto che la narrativa di quei tanti dirigenti che, a ogni sciopero, sbandieravano un’adesione significativa, nei fatti non era tale?

Abbiamo, in Italia, i salari fermi al palo da decenni: i più bassi in Europa. E ogni volta che sui giornali si parla di questo, a me viene in mente il testo di Marta e Simone Fana: Basta salari da fame. E se nemmeno il sindacato cerca di invertire questa tendenza quando rinnova i contratti — in special modo in quelle categorie che hanno una forte rappresentanza sindacale, come i metalmeccanici, e che possono diventare a mio avviso, un propulsore dei diritti di tutti — come possiamo chiedere ai governi e alle controparti di cambiare rotta, invertendo le politiche di sfruttamento e precarietà che vorrebbero, e per certi aspetti riescono a imporre?

Parafrasando la storia che in questi giorni sta interessando molti — quella della famiglia della casa nel bosco — potremmo dire questo: c’è chi decide di isolarsi e vivere nel bosco senza luce, gas e servizi igienici, e c’è invece chi rischia di ritrovarsi in quella stessa condizione perché, con il proprio salario, non può più permettersi né la luce, né il gas, né tantomeno la scuola per i propri figli.

Se è vero, com’è vero, che in quei contratti dove non c’è una forza sindacale rappresentata, e che sono costellati da sindacati gialli e poco rappresentativi — come lo è il settore della vigilanza, dove si firmano contratti a 5 euro l’ora — come si può pretendere che i lavoratori riconoscano l’autorevolezza dei sindacati più rappresentativi, quando anche loro, nei settori più forti, riescono a firmare accordi che non fanno avanzare i diritti, ma li edulcorano sempre, facendoli regredire con la solita propaganda falsata nei modi e nei contenuti reali? Inoltre, come si può rispondere a quei lavoratori che, pur credendo nello sciopero, dopo averlo fatto per 40 ore, vedono riconosciuti solo minimi e millimetrici passi avanti? Questo atteggiamento, a mio avviso, colpisce anche il diritto allo sciopero — l’unico strumento che i lavoratori hanno per difendersi — rendendolo inefficace e, per certi versi, inutile. Con quale forza, tutti i sindacati, nel prossimo futuro, potranno chiedere ai lavoratori di scioperare, quando l’esperienza dei metalmeccanici ci insegna che non è poi servita a molto, visti i risultati dell’accordo sottoscritto per il rinnovo del loro contratto?

Lo stesso Landini dice che il prossimo sciopero del 12 dicembre non è contro qualcuno, ma per ottenere delle cose, per chiedere dei cambiamenti. Allora, io mi chiedo: se dopo lo sciopero non cambia niente, forse qualche domanda dobbiamo farcela un po’ tutti, per rendere il diritto allo sciopero più efficace e meno propagandistico. E proprio in ragione dell’efficacia dello sciopero, la decisione di farlo il 12 da soli — e non unirsi ai sindacati di base che avevano indetto uno sciopero nazionale per il 28 novembre, con una piattaforma che includeva posizioni contro il riarmo, contro un’economia di guerra e a sostegno del popolo palestinese, ormai ridotto a un’appendice nascosta e dimenticata dai media e dalla politica — poteva essere un segnale che rafforzava lo sciopero stesso, e non ridurlo a una semplice testimonianza.

Il cuore dell’argomentazione dei promotori dell’accordo si regge su una frase ripetuta in questi giorni: “Abbiamo mantenuto l’impianto salariale del 2021”. La leggiamo nei video, nei comunicati, e la sentiranno i lavoratori nelle assemblee. È un’affermazione che pretende di suonare rassicurante, come se difendere un modello bastasse a proteggerci dai rincari, dalle bollette, dai trasporti, dal carrello della spesa. Ma l’impianto del 2021 non è un bastione da difendere: è un limite da superare, e questo nel nuovo contratto non si è fatto. Anzi la difesa di quell’impianto contrattuale lo si adopera come una vittoria. Il risultato salariale dell’accordo si regge su un numero che ha fatto comodo a tutti ripetere: 205 euro. Basta leggere le tabelle per rendersi conto che quella cifra intera non esiste in nessuna busta paga come incremento nuovo. Sono 177 euro costruiti su tre anni di vigenza contrattuale e la parte residua è un trascinamento di IPCA già riconosciuta. Non solo sono spalmati nel tempo, ma possono essere assorbiti dai superminimi. Non c’è un’inversione salariale, non c’è alcun risarcimento della perdita accumulata negli ultimi anni, non c’è un segnale di svolta. C’è un adattamento alla logica del minimo indispensabile, definita all’interno di margini compatibili con le imprese.

La clausola di salvaguardia viene indicata come un argine. È un altro equivoco. La clausola recupera solo eventuali errori di stima dell’IPCA depurata, non i costi reali della vita. Se l’energia esplode del 30%, come già accaduto, il contratto non interviene. Non esiste un meccanismo capace di riportare il salario al valore precedente. Dire che “tutela il potere d’acquisto” significa travisare il senso delle parole. La clausola non è un antidoto: è una toppa tecnica. Intanto nelle altre parti del contratto non si vede alcun avanzamento. Nessuna riduzione dell’orario, nessuna protezione concreta nella giungla degli appalti. Proprio sugli appalti, a questo punto a me viene il dubbio, se i dirigenti conoscono effettivamente la giungla, o non la confondono con il loro giardino di casa.

Si parla molto di percorsi, tavoli, sensibilizzazioni. Ma i diritti nuovi non compaiono e la sicurezza è una lunga dichiarazione d’intenti. Alla fine, il contrasto è netto. Da una parte la narrazione di un compromesso equilibrato, dall’altra l’evidenza di un contratto che non alza il livello della dignità. Non è un giudizio emotivo: è la lettura delle pagine che abbiamo davanti. Il lavoro non avanza, i salari nemmeno. Parlare di difesa dell’impianto significa solo riconoscere che non si è voluto cambiare nulla. Ma chi vive il lavoro ogni giorno sa che il cambiamento non è un vezzo: è una necessità. E questo contratto non la affronta. La elude.

Per queste ragioni, l’unico modo per ribaltare questa logica di conservazione del niente, e rigettare l’accordo votando no. Per dare sia un segno importante al sindacato che alla controparte. Non si può giocare sulla vita dei lavoratori, e non si possono usare i lavoratori come in una campagna elettorale, dove alla fine i pochi decidono sui molti.