Voglio consigliare a tutti i miei compaesani e i miei amici e compagni il libro di Francesca Albanese: Quando il mondo dorme.
Inquadra sia il genocidio che sta avvenendo in Palestina sotto i nostri occhi, sia gli altri che, nella storia, sono stati attuati nel resto del mondo. E forse, per capire bene il genocidio palestinese, è necessario comprendere come anche altri popoli siano stati sterminati. Alcuni Stati, come il Canada, hanno riconosciuto il genocidio attuato contro gli indigeni, ma, come dice Francesca, è ancora lontano il processo di riconciliazione in corso della vera giustizia per gli indigeni di quella parte di Turtle Island, come i gruppi etnici autoctoni, chiamano il Nord America. I governi canadesi, dagli anni Ottanta in poi, hanno messo in atto politiche di sterilizzazione e pratiche sistematiche di assimilazione forzata alla cultura dominante per assoggettare le popolazioni autoctone. Francesca racconta che, in una sua conferenza, ha ricordato come la scuola in cui si trovavano alcuni studenti fosse stata costruita sopra un fiume che, per loro, era considerato sacro.
«Questo cemento lo ha soffocato, hanno distrutto gli alberi, ce li hanno tolti, ma noi ancora ne sentiamo la voce». La terra dei popoli ha un’anima che non si potrà mai sopprimere, e continuerà a parlare tramite i corpi degli uomini, che diventano, di generazione in generazione, casse di risonanza per non dimenticare mai quello che si è stati.
In un’altra occasione, questa volta a Washington, in una libreria, ha incontrato una donna indigena che apparteneva al popolo Piscataway, uno dei tanti popoli sterminati nel processo di formazione di quelli che oggi sono gli Stati Uniti. Si presentò come Firestarter: “colei che accende il fuoco”, questo voleva dire il suo nome. Il suo dialetto, come in tante parti del mondo, oggi si sta perdendo, inglobato o addirittura cancellato da altre lingue. In quell’occasione ha letto una poesia di Nora Thomsson Dea, tradotta nella lingua lenape: Weènchipahkiheleèxkwe, “donna che tocca le foglie”.
C’è una logica, una strategia disumana alla base dei genocidi: non solo nello sterminio di interi popoli, ma anche nelle metodologie che gli Stati genocidari attuano per cancellarli, assoggettare e inglobare le altre culture nella propria. Una sorta di capitalismo cannibale delle culture. Israele lo sta attuando: l’obiettivo è quello di appropriarsi della loro terra, ma anche di cancellare il popolo palestinese. E magari, in un futuro, come è successo con Cristoforo Colombo per le Americhe, romanzarlo in maniera tale che, alla fine, diventi non una barbarie, ma un atto di civiltà. Ma anche in Palestina, nessuno potrà cancellare o sopprimere la voce che, in quella terra, ribolle di sangue. Quel sangue irrorerà sempre, nelle generazioni, il diritto di riprendersela.
Il colonialismo ha dentro di sé un germe che divora tutto quello che trova. Come i coloni israeliani fanno nella terra di Palestina, agendo in due diversi modi: migliorano le condizioni del territorio occupato e poi incentivano l’arrivo di nuovi coloni. E Gaza, in questo sistema, serve solo a finalizzare e distruggere la vita, costringendo la popolazione ad andarsene.
E in tutto questo orrore, leggendo l’ultimo rapporto di Francesca: From economy of occupation to economy of genocide – Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, capiamo bene che c’è un interesse economico. I morti e le distruzioni, i pianti dei bambini mutilati senza anestesia, intere famiglie sterminate, le macerie delle case: tutto questo orrore genera economia di guerra, appannaggio delle multinazionali e aziende dell’orrore.
Quando sento parlare i politicanti occidentali che definiscono Israele una democrazia o l’unico avamposto democratico dell’area, mi chiedo che tipo di democrazia abbiano in testa. È possibile definire uno Stato democratico quando rivendica terre non sue, uccide e imprigiona uomini, donne e bambini senza nessun processo?
In un’altra conferenza, questa volta al Senato insieme al suo amico Alon Confino, uno dei personaggi che nel libro Francesca racconta di aver conosciuto, ha parlato e ricordato il termine e l’evoluzione dell’antisemitismo. Coniato nel 1879, ha segnato una svolta dell’odio verso gli ebrei, che da religioso è diventato razionale e politico. Proprio da questo aspetto, Francesca stessa si è trovata a subire l’accusa di antisemitismo. Lo stesso Alon ha parlato di come questo termine ormai venga usato per silenziare e distogliere l’attenzione dai diritti umani del popolo palestinese. «L’accusa di antisemitismo è spesso un’arma ideologica contro individui, accademici, giornalisti che osano sostenere l’uguaglianza di diritti civili, culturali, economici, politici e sociali per i palestinesi o denunciare le violazioni del diritto internazionale nel territorio palestinese occupato».
«Gli ebrei hanno un legame fortissimo con quella terra e con Gerusalemme, è la nostra storia. Ovviamente, il fatto che ci sia questo legame non significa che ne siamo i padroni. Però dobbiamo essere capaci di presentare sempre la complessità di un processo storico, compreso il fatto che davvero non c’era nessun posto dove molti di noi potessero più sentirsi al sicuro». Questa riflessione mi ha fatto capire anche a me che, dopo l’Olocausto e dopo che gli ebrei sono dovuti scappare dall’Europa, Gerusalemme e la Palestina erano un amore radicato nella storia e nella cultura degli ebrei.
Nello stesso incontro, Francesca ha messo in chiaro come il diritto all’autodeterminazione di un popolo non possa essere negoziato, altrimenti si legittimerebbe ciò che è illegale. «L’occupazione israeliana non è temporanea, ma fa parte di un progetto più ampio di colonialismo e di insediamento, di apartheid e occupazione militare».
Le generazioni devono custodire la memoria del proprio popolo: la lingua, le tradizioni, il loro modo di vivere. Per alcuni aspetti, persino il contributo umanitario – anche se con fini nobili – manomette l’identità di un popolo e rischia di frantumare alcuni pilastri fondamentali di una cultura. “Paradosso umanitario”: cioè la possibilità che gli interventi finiscano, involontariamente, per sostenere l’occupazione militare anziché contrastarla. Eyal Weizman, un architetto citato sempre nel libro di Francesca, afferma che gli interventi per correggere l’occupazione potrebbero assolvere Israele dalle sue responsabilità, rendendo l’occupazione più efficiente e tollerabile agli occhi dell’opinione pubblica.
Uno storico, che lei cita nel libro, ha scritto di lei: i tre pilastri principali dell’ebraismo sono la verità, la giustizia e la pace. Albanese incarna questi valori in misura straordinariamente alta. E ci saranno molti ebrei in tutto il mondo disturbati dal tradimento, da parte di Israele, di questi valori ebraici fondamentali. Io non posso fare altro che prendere atto di queste parole e, per quel poco che l’ho conosciuta, dipingono perfettamente Francesca. La sua anima, i suoi occhi, la sua caparbietà volta a diffondere la verità e, naturalmente, la sua preparazione fanno paura a chi la verità la vuole deformare o addirittura cancellare.
L’altro aspetto che emerge dal libro è l’uso, a mio parere diabolico, che alcuni ebrei fanno quando legano il loro diritto alla terra a qualcosa che gli sarebbe stato dato da Dio. Certo, forse avrà una qualche verità, ma se essa serve per sterminare un popolo, allora vuol dire che il mio Dio non è uguale al loro.

Il racconto delle persone che ha incontrato, dei viaggi fatti, delle conferenze, persino dei dolci palestinesi che ha provato, riesce a farti venire voglia di assaggiarli. Io mi sono divorato tutte le immagini che i suoi occhi hanno visto e, in alcuni frangenti, mi sono immerso così tanto nella lettura che mi sembrava di essere insieme a lei e ai suoi amici, girovagando nella Gerusalemme vecchia – quel posto che tanti turisti evitano. Mi trovavo là con lei, quando è entrata in quel luogo dove è nato Gesù, e mi sono immaginato di poter toccare la stella che indica il punto esatto.
Le parole che ha usato su Gesù mi sono servite a scrivere qualcosa sul mio paese. “Cenadi: il degrado non è rivoluzionario, la bellezza sì”. Anche se, per me, non è stato solo un ragazzo rivoluzionario. Certo, un rivoluzionario dell’amore, ma non solo. Dio incarnato. Un Dio che ha deciso di farsi uomo in Gesù, e tutto questo lo ha deciso prima che il mondo, l’universo tutto, fosse stato creato. Prima di quel botto primordiale, dove tutto è diventato vita.
Leggere e diffondere questo suo testo è un modo per aiutare lei e la sua lotta. E visto e considerato che, in questi giorni, il governo israeliano sta attuando in rete una campagna con la quale, veicolando informazioni false, vuole delegittimare e depotenziare il lavoro di Francesca, credo che sia giusto – anzi, sia un atto rivoluzionario – diffondere la verità. Perché soltanto la verità ci rende liberi.

I primi cinque articoli della convenzione stipulata a New York dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948, all’indomani dell’Olocausto
Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio
Le Alte Parti contraenti considerando che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nella risoluzione 96 (D) dell’11 dicembre 1946, ha dichiarato che il genocidio è un crimine di diritto internazionale, contrario allo spirito e ai fini delle Nazioni Unite e condannato dal mondo civile; riconoscendo che il genocidio in tutte le epoche storiche ha inflitto gravi perdite all’umanità; convinte che la cooperazione internazionale è necessaria per liberare l’umanità da un flagello cosi odioso; convengono quanto segue:
Articolo 1
Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire ed a punire.
Articolo 2
Nella presente convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, ruzziale o religioso, come tale: a, uccisione di membri del gruppo;
l. lesioni gravi all integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
- il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a
- condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
- misure miranti ad impedire nascite all’interno del
gruppo;
e trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
Articolo 3
Saranno puniti i seguenti atti:
- il genocidio;
- l’intesa mirante a commettere genocidio;
- l’incitamento diretto e pubblico a commettere ge-nocidio;
- il tentativo di genocidio;
- la complicità nel genocidio.
Articolo 4
Le persone che commettono il genocidio o uno degli atti elencati nell’articolo 3 saranno punite, sia che rivestano la qualità di governanti costituzionalmente responsabili o che siano funzionari pubblici o individui privati.
Articolo 5
Le Parti contraenti si impegnano ad emanare, in conformità alle loro rispettive Costituzioni, le leggi necessarie per dare attuazione alle disposizioni della presente convenzione, e in particolare a prevedere sanzioni penali efficaci per le persone colpevoli di genocidio o di uno degli altri atti elencati nell’articolo 3.
