A Cenadi, anche l’acqua è diventata un ricordo. Per comprenderlo basterebbe guardare ciò che resta della vecchia fontana del paese. Persino la piazza ne porta il nome: “Piazza Fontana”, pur non essendo indicata in alcuna toponomastica ufficiale. Da sempre i compaesani l’hanno chiamata così, e questo nome è arrivato fino a noi, inciso nella memoria collettiva. Per certi versi ha attraversato anche la politica del paese: i democristiani la chiamavano con il nome istituzionale, Piazza Paolo Domenico Gallo — che in realtà indica l’incrocio dove si trova il monumento ai caduti. I socialisti, invece, per differenziarsi, la chiamavano semplicemente Piazza Fontana. Quante battaglie e quante lotte si sono consumate in quel perimetro.
I giovani di oggi non lo ricorderanno, ma nella memoria di molti resta ancora ciò che è sempre stata: una piazza e una fontana. Un luogo semplice e necessario, che per decenni ha rappresentato un punto di incontro, un’identità, una memoria condivisa. La sua acqua sgorgava senza chiedere permesso, senza inaugurazioni, senza proclami. Era umile, come sono umili le cose che funzionano davvero. Oggi quella stessa memoria è stata sostituita da un manufatto più moderno: una fontana con una testa di leone scolpita, inserita all’interno di un progetto di riqualificazione della piazza. Un intervento che avrebbe dovuto restituire dignità al luogo, rafforzarne il valore estetico e, soprattutto, conservarne l’anima. E invece ciò che emerge è l’ennesima contraddizione di un’amministrazione che confonde la manutenzione con la cosmetica, la bellezza con la scenografia.
La nuova fontana non eroga acqua: siccau. E non si tratta di un guasto temporaneo, ma di un malfunzionamento strutturale, nato insieme al progetto. L’acqua — simbolo di vita, continuità, rispetto della storia — è stata sacrificata sull’altare di una riqualificazione che ha prodotto un manufatto muto, immobile, incapace di assolvere alla sua stessa funzione.
Non è solo una questione estetica, né una sterile nostalgia. La scomparsa dell’acqua da un luogo che per generazioni l’ha accolta è un gesto dal valore politico, sociale e culturale. Significa interrompere un legame, cancellare un gesto quotidiano, rompere il filo che collegava le persone a uno spazio comune. Significa affermare, implicitamente ma con nettezza, che la memoria può essere sacrificata purché resti un’immagine: una scenografia buona per i social.
È un atteggiamento tipico di una forma di amministrazione superficiale, dove ciò che conta è mostrare un’opera, non farla funzionare; dove l’apparenza è spacciata per innovazione; dove la cura non è un dovere, ma un optional. In questi anni ho più volte evidenziato l’incapacità di cogliere il senso profondo dei beni comuni, ridotti a strumenti di propaganda o, peggio, a oggetti di un’estetica improvvisata, priva di radici e responsabilità.
Oggi ci troviamo davanti a un’opera nuova ma già vecchia: un leone che non ruggisce, un becco che non sgorga, una vasca che non accoglie. Una metafora perfetta dell’attuale governo del paese, sospeso fra ambizioni visive e incapacità strutturali, fra annunci e disfunzioni, fra cantieri e risultati incompiuti. In un paese che soffre di spopolamento, perdita di servizi e precarietà sociale, anche la fontana diventa simbolo di ciò che non si riesce più a custodire. Non è nostalgia sterile: è l’osservazione amara di un processo di smarrimento. Si sostituiscono le cose senza comprenderne il significato, si interviene sugli spazi senza ascoltare la comunità.
Ridare acqua alla fontana non significherebbe soltanto riparare un impianto, ma restituire dignità a un luogo che appartiene ai compaesani. E soprattutto significherebbe invertire quella deriva di superficialità che, da tempo, mina la fiducia nella politica locale.
Cenadi non ha bisogno di nuovi simboli vuoti. Ha bisogno di memoria, di cura, di rispetto. E forse, sì: ha bisogno che l’acqua torni a scorrere. Perché dove l’acqua tace, spesso tace anche la politica. E quando tacciono entrambe, un paese intero rischia di perdere la propria voce e la propria memoria.
Non è la prima volta che, ogni volta che l’attuale sindaco mette mano su una fontana, alla fine la fa seccare. Già quando era vicesindaco nella prima amministrazione Teti, aveva messo mano a una fontana nella nostra montagna: quella situata prima del Rifugio Minchiozzo. Anche allora, dopo essere intervenuto su quella fontana — rendendola non potabile — nel giro di pochi mesi la fece seccare del tutto. Ma se si trattasse solo dell’acqua, ce ne saremmo fatti una ragione. Il problema è che ormai, ovunque mettano le mani il sindaco e l’intera amministrazione, tutto si secca: si secca la speranza, la possibilità di risorgere come comunità. E ormai è certo: a Cenadi è seccata pure l’indignazione. Dentro un silenzio che fa un rumore quasi infernale, si continua a devastare, a cancellare, a rimuovere la storia e a massacrare la comunità
