Quando i numeri registrano un fallimento politico, la Calabria, e in modo particolare il territorio di Catanzaro, rappresentano l’esempio plastico di questo fallimento. Da sempre una delle mie critiche più severe al sindacato, e al modo in cui spesso esercita la propria funzione, riguarda proprio questo: interminabili seminari, incontri territoriali, iniziative che dovrebbero avere uno scopo preciso, cioè allargare la partecipazione e portare nei territori una visione sindacale capace di incidere concretamente sulla vita quotidiana dei lavoratori, dei pensionati e, più in generale, di tutte le forme dell’organizzazione sociale. Nella gran parte dei casi, invece, tutto questo non accade. E così anche le iniziative sindacali finiscono per trasformarsi in una sorta di esercizio autoreferenziale, in un parlarsi addosso senza reale capacità di modificare lo stato delle cose.
Ho sempre considerato la contrattazione sociale uno strumento fondamentale del sindacato. Ricordo che, quando era segretario generale dello Spi Gianni Dattilo, pur occupandomi allora di altri ambiti, l’ho sempre spinto a costruire con i Comuni del mio territorio un rapporto più organico e, se necessario, anche conflittuale, soprattutto quando quegli stessi Comuni non prendevano sul serio questo strumento. L’ho sempre sollecitato, ad esempio, a integrare la contrattazione sociale su un aspetto che, per me che seguivo gli appalti nel settore dell’igiene ambientale e nel metalmeccanico, era centrale: la difesa dei diritti dei lavoratori e, nello specifico, l’inserimento e il rispetto delle clausole sociali, troppe volte eluse.
Come Funzione pubblica, insieme al segretario pro tempore della Fp Cgil Bruno Talarico, dovevamo restare costantemente vigili, perché non sempre ciò che la legge imponeva negli appalti, in particolare nel settore dell’igiene ambientale, veniva correttamente applicato dai Comuni al momento della pubblicazione dei bandi di gara. Proprio per questo avevamo elaborato anche un protocollo con cui impegnare le amministrazioni comunali, nella stesura dei bandi, a garantire con maggiore forza i diritti dei lavoratori. Lo stesso discorso valeva per i lavoratori metalmeccanici, anch’essi spesso sottoposti a una compressione dei diritti proprio a partire da bandi costruiti al ribasso.
Non possiamo non tenere in considerazione oggi un altro passaggio, a mio avviso gravissimo. In queste settimane, attorno al decreto del Primo maggio, si è aperto uno scontro vero sul tema della rappresentanza e sul criterio con cui individuare i contratti collettivi di riferimento. La questione non è tecnica, ma profondamente politica: capire se il sistema debba continuare ad ancorarsi ai contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative oppure se, sotto formule ambigue, si finisca per aprire ulteriori spazi ai cosiddetti contratti pirata. Dentro questa cornice, il rischio è evidente: indebolire il principio della rappresentanza reale e consentire, soprattutto negli appalti e nei settori già più esposti allo sfruttamento, un nuovo dumping salariale e normativo. E se questo dovesse davvero avverarsi, ancora una volta ci ritroveremmo a registrare un arretramento significativo dei diritti di tutti i lavoratori. Perché quando si indebolisce la contrattazione vera, quella fondata sulla rappresentanza effettiva e sulla tutela collettiva, non si produce più libertà: si produce soltanto concorrenza al ribasso, si abbassano i salari, si svuotano le tutele e si rende il lavoro sempre più ricattabile.
Ed è proprio su questo sfondo che si innesta anche il tema della contrattazione sociale, che da un lato dovrebbe garantire diritti e riequilibrio, ma dall’altro rischia di indebolirsi ulteriormente se nei territori, come accade nel mio, resta soltanto un momento di discussione e di elaborazione senza mai tradursi in un’azione capace di modificare concretamente la realtà. Molti Comuni, ad esempio il mio Cenadi, come Chiaravalle Centrale e altri paesi limitrofi, nella contrattazione sociale avrebbero potuto trovare uno spazio serio di tutela, visto che sono ormai investiti da logiche burocratiche e procedure che troppo spesso non rispecchiano i diritti delle persone. Al contrario, tra indebitamenti vistosi, piani di rientro e dissesti finanziari, si finisce molte volte per colpire proprio i soggetti più deboli e fragili: lavoratori precari, famiglie e cittadini schiacciati dentro un’imposizione fiscale locale costruita più per fare cassa che per realizzare criteri di giustizia sociale.
Ed è proprio in questo ambito che la contrattazione sociale potrebbe e dovrebbe diventare una barriera utile a invertire queste logiche predatorie, che i Comuni troppo spesso attuano in maniera sconsiderata. Lo stesso vale per i servizi. Anche su questo terreno la contrattazione sociale può costituire un argine significativo. Sempre prendendo spunto dal mio Comune, se il sindaco avesse affrontato un vero percorso di consultazione e confronto prima dell’approvazione di certi strumenti, oggi probabilmente non avremmo un servizio di scuolabus gestito più per inerzia burocratica che secondo un criterio di riequilibrio sociale. A Cenadi, ad esempio, non esiste una tariffazione equa: i servizi vengono amministrati senza alcuna proiezione sociale, ma soltanto secondo una logica burocratica e contabile.
Certo, nel caso del mio Comune forse nemmeno la contrattazione sociale sarebbe riuscita a smuovere fino in fondo una politica ormai piegata più all’ignoranza amministrativa che a una visione pubblica. E forse il mio sindaco, se gli si parla di contrattazione sociale, non riesce nemmeno a contestualizzarla, perché gli mancano persino le basi minime per comprenderne la funzione. Ma, al netto del caso specifico di Cenadi, resta il punto politico generale: in molti altri Comuni la contrattazione sociale sarebbe ed è uno strumento necessario, e proprio per questo il sindacato dovrebbe attivare percorsi molto più incisivi, seri e strutturati.
Se dall’ultimo rapporto emerge che in Calabria gli accordi sono pari a zero, c’è una contrazione che, a mio avviso, andrebbe evidenziata ancora di più. Persino in quei Comuni nei quali la stessa organizzazione sindacale si spende, direttamente o indirettamente, per sostenere l’uno o l’altro candidato a sindaco, non si registra poi alcun riscontro concreto rispetto alle proposte che il sindacato stesso afferma di portare avanti. E qui il problema diventa duplice. Il primo è che il sindacato finisce per fare ciò che non dovrebbe fare, cioè entrare dentro dinamiche e competizioni elettorali che dovrebbero restargli estranee. Il secondo è che, anche quando vi entra, il suo ruolo si riduce troppo spesso a quello di semplice serbatoio di voti, senza alcuna reale capacità di incidere successivamente sulle scelte amministrative e sociali.
Finché, al di qua del Pollino, la postura del sindacato resterà questa, non si conquisterà mai l’autorevolezza necessaria per imporre vere politiche sociali nell’interesse dei cittadini. Si continueranno piuttosto a costruire cordate di potere, utili soltanto ad alimentare rapporti opachi e, in alcuni casi, persino meccanismi di tipo clientelare. E allora il punto non è più soltanto misurare l’assenza di accordi. Il punto è prendere atto che, quando il sindacato rinuncia alla propria autonomia, smette anche di essere un soggetto capace di conflitto, di proposta e di trasformazione sociale. Diventa altro. E quasi mai quel “qualcos’altro” serve davvero ai lavoratori, ai pensionati e alle fasce più deboli delle nostre comunità.
L’ultima criticità, che manca soprattutto nello Spi del mio territorio, riguarda la distanza tra ciò che viene detto nei lunghi e interminabili interventi durante le iniziative pubbliche e ciò che, invece, si lascia accadere all’interno della stessa organizzazione. I pensionati, oltre ad avere un ruolo importante fuori dal sindacato, dovrebbero averne uno altrettanto decisivo al suo interno, soprattutto quando è necessario arginare derive che, sotto molti aspetti, entrano in contrasto non solo con la loro idea di sindacato, ma anche con quell’autorevolezza che deriva dall’esperienza e dall’età. Per questo alcuni rappresentanti dello Spi della Cgil Area vasta centro, invece di utilizzare il sindacato come luogo di autocelebrazione o come strumento per costruire relazioni utili soltanto alla propria permanenza e alla propria carriera sindacale, dovrebbero assumere fino in fondo il ruolo di fari e di sentinelle, capaci di contrastare il più possibile sia le cordate di potere interne al sindacato, sia le ingiustizie che troppo spesso si consumano nel silenzio. Finché questo non accadrà, il loro ruolo resterà marginale e insignificante, tanto dentro il sindacato quanto fuori.
E del resto basta guardare i numeri del Dodicesimo rapporto sulla contrattazione sociale territoriale per capire fino in fondo la gravità del problema. In Calabria, nel 2020, si registrano zero accordi, zero verbali e una sola piattaforma negoziale, con un saldo di meno 22 atti formalizzati rispetto all’anno precedente. A livello nazionale i documenti complessivi passano da 933 nel 2019 a 540 nel 2020, ma qui non siamo davanti a una semplice flessione: in Calabria la contrattazione sociale, più che arretrare, evapora.
Lo stesso rapporto avverte che il dato quantitativo, da solo, non basta a misurare la qualità dell’azione sindacale. Ma misura comunque una cosa decisiva: la capacità del confronto di tradursi in atti esigibili, in accordi, verbali, impegni verificabili. E su questo terreno la Calabria non appare soltanto debole: appare quasi muta. Tanto più se si considera che il Sud e le Isole, pur restando area marginale della contrattazione nazionale, nel 2020 mostrano almeno una lieve controtendenza, con quasi metà degli accordi collocati sul piano sovracomunale.
Non a caso il rapporto indica proprio nella dimensione sovracomunale una delle poche strade realistiche per il Mezzogiorno: distretti, ambiti sociali, Piani di zona, livelli territoriali più larghi del singolo Comune. Nella fase Covid gli accordi inter e sovracomunali arrivano al 13% e, considerando insieme accordi e verbali, il 24% dei documenti si colloca su quel livello. Segno che, quando il sindacato ha struttura, continuità e autonomia, il confronto riesce almeno a lasciare una traccia. In Calabria, invece, il rischio è che della contrattazione sociale restino solo le parole, mentre gli atti, quelli veri, continuano a mancare.
